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Droga e suicidio-omicidio, Draghi sceglie la deriva

Il premier annuncia che l’esecutivo non si costituirà in giudizio contro l’ammissibilità dei referendum radicali su omicidio del consenziente e droga. Una scelta politica precisa e inusuale, come spiega il Centro Studi Livatino, che sottolinea anche il ruolo attivo del Governo Draghi nel favorire l’iter del quesito sulla droga (non solo cannabis).

«Ottimo #Draghi anche perché ha accolto la nostra richiesta». Il tweet con cui Riccardo Magi, presidente di +Europa e già segretario dei Radicali, ha salutato mercoledì 22 dicembre l’annuncio del premier sugli eventuali prossimi referendum è eloquente. Durante la conferenza stampa di fine anno - rispondendo alla domanda di un giornalista che chiedeva se il Governo si sarebbe costituito, attraverso l’Avvocatura dello Stato, contro l’ammissibilità dei distinti referendum su giustizia, cannabis ed eutanasia - Mario Draghi aveva appena esplicitato una precisa volontà politica: «Il governo non si costituirà contro l’ammissibilità di questi referendum; il Governo avrebbe potuto in alcuni di questi referendum creare delle condizioni per cui la loro presentazione sarebbe slittata all’anno prossimo. Non l’ha fatto. Quindi non c’è alcuna intenzione di costituirsi contro i referendum, perlomeno i referendum di cui abbiamo discusso nella decisione che abbiamo preso qualche mese fa».

Il Governo, dunque, non si costituirà nel giudizio davanti alla Corte costituzionale sull’ammissibilità né del referendum sul cosiddetto “fine vita” (per il quale la Consulta si esprimerà il 15 febbraio 2022) né eventualmente di quello sulla cannabis, che non riguarda peraltro 'solo' questa sostanza ed è ancora alla fase della verifica delle firme in Cassazione. Una scelta politica eloquente, dicevamo, perché indica o, meglio, conferma la cifra del Governo Draghi sui temi etici, all’insegna di una deriva mortifera, che rischia di incidere negativamente tanto sui più giovani quanto sugli infermi, i disabili, gli anziani.

Oltretutto, si tratta di una scelta politica inusuale, come confermano sia le parole di soddisfazione dei promotori dei due referendum (c’è chi ha parlato, non a caso, di «decisione innovativa») sia le analisi amare in campo pro vita. Vedi il commento di ieri del Centro Studi Livatino, che ha fornito anche una breve ricostruzione storica per evidenziare l’anomala scelta di Draghi. «In tema di ammissibilità del referendum, il governo si è quasi sempre costituito nel relativo giudizio davanti alla Consulta. Su temi etici è sufficiente ricordare le sentenze n. 45, 46, 47 del 2005, riguardanti i referendum abrogativi della legge n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: nei relativi giudizi di ammissibilità l’avvocatura dello Stato era ben presente», scrive il Centro Studi Livatino, richiamando poi qualche altro caso ancora più vicino nel tempo: «In epoca più recente il governo si è costituito, per es., nei giudizi conclusi dalle sentenze n. 26, 27 e 28 del 2017 per i referendum sui voucher e in materia di lavoro».

Il gruppo di giuristi, che si ispira al magistrato ucciso dalla mafia e dichiarato beato dalla Chiesa, ricorda anche l’inganno linguistico che si cela dietro il referendum sull’«eutanasia legale» proposto dai Radicali, il quale piuttosto chiede l’abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale sull’omicidio del consenziente, come aveva già sottolineato il giudice Alfredo Mantovano in un’intervista alla Nuova Bussola. Inoltre, con le sue parole, il presidente del Consiglio ha di fatto rivendicato «pure il varo di due distinti decreti legge che hanno permesso di far slittare i termini per la raccolta delle firme: a maggio quanto all’avvio della raccolta e poi dal 30 settembre al 31 ottobre quanto alla conclusione», spiega il C.S. Livatino riferendosi all’iter del quesito referendario sulla droga, che mira a depenalizzare la coltivazione di tutte le sostanze stupefacenti (non solo cannabis), sul quale aggiunge: «Se la mancata costituzione del governo nel giudizio di ammissibilità dei referendum ha pochi precedenti, la protrazione del termine per la raccolta delle firme precedenti non ne ha: essa ha reso possibile oltrepassare le 500.000 sottoscrizioni per il quesito sulla droga, mentre tale traguardo non sarebbe stato raggiunto entro settembre». Pur dichiarando di aver superato quota 500.000 firme già il 18 settembre, infatti, il comitato promotore non sarebbe riuscito a ottenere la certificazione e depositare tutte le firme necessarie se il Governo non avesse concesso un mese di proroga.

E, come concludono i giuristi del Livatino, tutto questo - prima appunto le concessioni nell’iter per la raccolta firme e poi appunto la decisione del Governo di non costituirsi in giudizio contro quesiti referendari che propongono l’abrogazione di norme statali - «non è neutralità: è una scelta precisa e non equivocabile verso una deriva libertaria e di morte».

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