• INTERVISTA A PIERANTONI

“Dramma Cile, ma Piñera paga una crisi non solo sua”

«A Santiago viviamo un dramma, ma la situazione non è peggiorata con Piñera». Intervista allo storico Pierantoni: «Il Paese cresce, ma si trascina i problemi del passato: le distorsioni nel monopolio delle grandi imprese e l’eccessiva privatizzazione dei servizi essenziali. È una rivolta della classe media. Su cui soffiano delinquenti comuni e la minoranza castro-chavista. Ma i cileni sono lontani dalla mitologia comunista».

Davvero in Cile è tornato un regime sanguinario? Le cose non sono o bianche o nere come la stampa mainstream vuole far credere. E soprattutto il presidente della Repubblica, Sebastián Piñera, non è affatto il despota degli orrori responsabile delle 11 morti di questi giorni. Basta chiedere a chi vive in Cile e conosce bene il Paese andino. Come ha fatto la Nuova BQ raggiungendo il professor Claudio Pierantoni, italiano, professore di Filosofia Medievale nell’Università del Cile, e da molti anni a Santiago.

Professore, anzitutto come sta? In Italia arrivano notizie drammatiche.
Io e la mia famiglia bene, grazie a Dio, ma la situazione è in effetti drammatica, e in gran parte inedita, almeno nel Cile posteriore agli anni ’70.

Come vive il coprifuoco?
Il coprifuoco, così come l’intervento delle Forze Armate, sono misure necessarie di ordine pubblico, a cui la grandissima maggioranza della popolazione ha dato il benvenuto e anzi lamenta che le forze dell’ordine siano insufficienti per le dimensioni del compito loro assegnato. Bisogna specificare alcune cose, però.

Prego…
Durante il fine settimana sono state attaccate col fuoco e completamente distrutte (oltre a sei autobus) ben otto stazioni della metropolitana, e altre trenta sono state danneggiate in parte, prima che i militari facessero in tempo a presidiarle tutte. In secondo luogo essendo difese le stazioni e altri punti strategici, gruppi di vandali e saccheggiatori sono passati ad aggredire e in molti casi incendiare più di cento fra supermercati, negozi e depositi di merci e ciò ha provocato naturalmente la chiusura di quasi tutti i supermercati domenica e lunedì.

Concretamente che disagi le provoca?
Queste due cose hanno provocato immensi disagi soprattutto alle classi umili, che contavano con la metro come unico mezzo di trasporto, e che non tengono in casa riserve alimentari per settimane, come le classi superiori. Per questo, non solo la gente chiede più protezione militare, ma sta a sua volta organizzando turni di guardia e contingenti armati di bastoni e altre armi improvvisate, nei quartieri umili, per proteggere supermercati, farmacie e le stesse case della gente dagli attacchi dei delinquenti.

Che idea si è fatto di questa crisi? Possibile che tutto sia nato per un aumento di circa un euro della metropolitana?
Naturalmente, qui tutti sanno che l’aumento di 30 pesos (35 centesimi di euro) è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un vasto malcontento, in incubazione da decenni, cioè dal ritorno alla democrazia (fine anni ‘80), un malcontento che nessun governo ha saputo affrontare in profondità, né di centrodestra né di centrosinistra.

Che tipo di problemi?
Tra i problemi non risolti più sentiti dalla popolazione, non solo dalle classi più umili, ma dalla ampia classe media che si è formata in questi decenni c’è l’eccessiva privatizzazione e monopolio dei servizi pubblici (luce, acqua, trasporto) senza che il governo intervenisse in modo efficiente per regolare gli aumenti o controllare gli abusi. Inoltre gli stipendi sono minimi e le pensioni troppo basse, queste ultime anch’esse privatizzate. Infine la sanità pubblica con troppo scarso finanziamento, questo significa migliaia di morti semplicemente per lentezza e bassa qualità del servizio.

E ancora?
Ad esempio un altro problema serio è la scuola pubblica di basso livello, che obbliga spesso la classe media a grandi sacrifici per pagare la scuola privata. Il precedente governo di centrosinistra ha ancora peggiorato questa situazione chiudendo gli istituti semi-sovvenzionati. Io vengo dall’università e l’università è interamente a pagamento, giacché perfino la Universidad de Chile, sotto amministrazione statale, è finanziata solo per un 7% dallo Stato, quindi si paga quasi come le private, e provoca un forte indebitamento nella classe media.

Il Cile è un Paese con indicatori di crescita economica elevati. Come è possibile che la situazione sia peggiorata così repentinamente passando dalla Bachelet a Piñera?
Il Cile rimane un paese economicamente solido e in crescita. Non è affatto vero che la situazione sia peggiorata con Piñera. Si tratta piuttosto di problemi già risaputi, ma che nessun governo, né questo né i precedenti, ha mai affrontato sul serio. Ma la gran parte della gente non è affatto incline a soluzioni di tipo socialista, e vuole proteggere le libertà individuali e l’iniziativa privata. Molto semplicemente, vuole correggere gli abusi e le distorsioni provocate dal monopolio delle grandi imprese in certi ambiti e l’eccessiva privatizzazione dei servizi essenziali. Non è quindi una rivolta del “proletariato”, ma piuttosto di un’ampia classe media che, sollevatasi dalla povertà in questi decenni, non vuole ricadervi a causa di un indebitamento dovuto ai motivi appena descritti.

Si dice che la rivolta sia partita dai giovani. Lei – dal suo osservatorio universitario – lo conferma?
In effetti la rivolta in un certo senso è partita dai giovani, che la scorsa settimana si sono reciprocamente incitati mediante i social a entrare nella metropolitana saltando gli ostacoli, cioè non pagando il biglietto. Questo ha portato alle prime colluttazioni con i carabinieri, e poi nella confusione, gli elementi più esaltati sono passati alla distruzione prima parziale e poi in alcuni casi totale di alcune stazioni. Ma questa dei giovani è stata solo la causa occasionale, perché in sostanza si tratta di una protesta della classe media nel senso più ampio della parola.

Oggi sulla Nuova BQ abbiamo affrontato il tema del castrochavismo, cercando di leggere questa crisi in ottica panizquierdista. Che ne pensa?
Nella confusione ed esaltazione di animi che ne è risultata, si sono inseriti naturalmente anche gruppi violenti, che però devono essere chiaramente distinti in due tipi: da un lato, gruppi estremisti e ideologicamente più rivoluzionari, come anarchici o marxisti (castro-chavisti) che hanno creduto fosse arrivato il momento della rivoluzione; dall’altro, delinquenti e vandali che hanno approfittato della situazione per rubare e danneggiare. Ma è importante sottolineare che entrambi questi gruppi violenti sono un’infima minoranza, con cui la classe media non si identifica affatto. I comunisti locali (retoricamente appoggiati da Maduro), cercano di far credere che anche in Cile è arrivata l’ora della rivoluzione, e naturalmente esaltano il proprio ruolo, anche preparatorio. Ma la grande maggioranza dei cileni, grazie a Dio, è lontana dalla mitologia comunista. Anche le distruzioni provocate, sia pure rilevanti e sorprendenti, non giustificano la tesi di un piano terroristico in grande stile.

Non trova che in Europa arrivino molti echi di letteratura “intillimanista”? Ad esempio: di 11 morti, 10 sono negli incendi, solo uno dei carabineros. È come se la Sinistra italiana fosse rimasta agli schemi di 40 anni fa.
Non è sorprendente che la Sinistra sia rimasta agli schemi di 40 anni fa per il Cile, che non conosce, se in vari aspetti è rimasta a schemi simili anche per l’Italia, che dovrebbe conoscere. Ma la situazione è ora del tutto diversa. Negli anni ‘70 il pericolo socialista era concreto e reale: la Unidad Popular di Allende arrivò al 36% (il centrodestra, sia pure in maggioranza, era diviso fra conservatori e democristiani). Anche se la sua “via cilena al socialimo” era, almeno nell’intenzione, più moderata di altre, inequivocabile era la sua amicizia con Castro e con l’URSS. Per questo la risposta della destra (e degli USA) fu decisa e dura. Si trattò di una vera e propria guerra e guerriglia civile, con i rispettivi appoggi internazionali e con la sua scia di violenze e repressioni. Oggi il quadro è completamente diverso. La pubblica protesta è considerata perfettamente legittima e niente affatto repressa.

Da italiano in Cile, come giudica la politica di Piñera? Davvero siamo di fronte a un “despota”?
Episodi isolati di repressione, peraltro assai moderata, vi sono stati solo in rarissimi casi, legati a quell’infima minoranza di estremisti, che si sono dedicati a lanciare pietre nelle manifestazioni, oppure a incendiare e saccheggiare. Le armi da fuoco sono state usate solo per sparare in aria a scopo intimidatorio, e solo in casi particolari sono stati usate con proiettili di gomma. I mezzi di dissuasione nei momenti di tensione sono consistiti essenzialmente nel cannoncino ad acqua e nei lacrimogeni. Il rispetto delle regole e dei diritti umani è stato in generale scrupoloso da parte di carabineros e soldati, tanto che spesso la popolazione si è lamentata che le forze dell’ordine hanno le mani troppo legate, giacché temono di essere licenziati e processati per infrazioni anche non gravi, mentre i violenti restano spesso impuniti, insultano i militari e si fanno beffe di loro. In varie occasioni le persone attaccate dai delinquenti non li hanno consegnati ai carabinieri prima di averli pestati ben bene, per assicurarsi che almeno subissero un qualche castigo. Ha fatto il giro del Paese l’immagine di alcuni manifestanti pacifici che ringraziavano e addirittura abbracciavano e baciavano un carabinero.