• EDITORIALE

Dove sta la sconfitta della giustizia

I processi a Berlusconi rappresentano soltanto la punta dell'iceberg: nessuno crede veramente più che nelle aule dei tribunali si vada per accertare la verità. Ma anche questo è un frutto amaro della società del relativismo.

Giustizia da rivedere


A prescindere dalle idee politiche, sono davvero pochi coloro che credono veramente fino in fondo che la sentenza della Corte d’Appello di Milano – così come il giudizio di primo grado – che ha condannato Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale sia legata all’effettiva trasgressione della legge. I detrattori di Berlusconi brindano a prescindere, qualsiasi condanna – corretta o meno che sia dal punto di vista processuale – è comunque giusta perché il personaggio la merita in ogni caso. I fan di Silvio sono invece convinti che si tratti solo del tentativo della sinistra di eliminare Berlusconi politicamente per via giudiziaria (visto che con il voto non ci riescono).

In ogni caso questo rappresenta una sconfitta per la giustizia, intesa come accertamento della verità, per quanto questo sia possibile agli uomini. Ed è una questione che va ben oltre Berlusconi, questi processi sono soltanto la classica punta dell’iceberg.

A chi amministra la giustizia si chiede almeno la retta intenzione di accertare quanto accaduto e relative responsabilità, non tralasciando nessun particolare e non seguendo tesi precostituite. Troppo spesso invece in questi anni siamo stati testimoni di procedimenti iniziati con grande clamore – carriere distrutte, vite private rovinate da processi condotti sui giornali – che poi finiscono in un nulla di fatto dal punto di vista giudiziario. E giudici invece che su questi clamori ci costruiscono carriere giudiziarie e anche politiche.

Dall’altra parte l’esperienza di tantissime persone comuni che almeno una volta hanno avuto a che fare con la giustizia, anche per un banale procedimento civile, rafforza la convinzione che fare giustizia non sia esattamente il primo obiettivo che giudici e avvocati hanno in mente.

Così nelle aule dei tribunali prende il sopravvento il tifo, come nel caso dei vari processi a Berlusconi (ma prima ancora era toccato a Craxi, Andreotti e molti altri). In fondo, anche questo è un frutto amaro della società del relativismo. Quando globalmente si afferma una cultura che nega la possibilità di una verità oggettiva, va da sé che il valore affidato a ogni azione umana perde qualsiasi riferimento certo e dipende dal momento, da chi si incontra, dall’umore, dal potere. E non si può pretendere che in tribunale vada diversamente.

In realtà la questione è vecchia e si pose drammaticamente nel processo a Gesù: “Cosa è la verità?”, chiedeva Pilato, prima che a decidere la sentenza fosse non già l’accertamento dei fatti (“Non trovo colpa in quest’uomo”) ma il tifo della folla (“Crucifige, Crucifige”). La civiltà cristiana, tra le altre cose, aveva anche contribuito a ricostruire un sistema giudiziario che, almeno come tensione, puntava alla verità non dimenticando che al centro di ogni fatto il protagonista è l’uomo, gli uomini, con il suo destino.

La Rivoluzione francese, con il suo giacobinismo, ha invertito quel cammino, cosa che lentamente ci sta riportando alla barbarie, civile e giuridica. E lo dimostra quell’intima convinzione che abbiamo per cui non sapremo mai davvero se gli imputati del giorno sono realmente responsabili di quanto viene loro attribuito, assolti o condannati che siano. E continueremo a dividerci tra opposte tifoserie, tra innocentisti e colpevolisti, a seconda dello schieramento o della convenienza.