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Depenalizzato l’aborto, è la Roe vs Wade messicana

La Corte Suprema messicana ha abrogato all’unanimità alcuni articoli del Codice penale dello stato di Coahuila, dichiarando incostituzionali le leggi che criminalizzano l’aborto in modo assoluto. La decisione “è vincolante per tutti i giudici del Messico”. Sconcerto tra i pro vita, che pensano già alle prossime azioni per difendere i nascituri.

Lo scorso 7 settembre la Corte Suprema del Messico, abrogando alcuni articoli del Codice penale dello stato di Coahuila che limitavano l’aborto, ha aperto la strada per sua la piena liberalizzazione in tutti gli stati del paese. La decisione presa all’unanimità (10-0) dichiara incostituzionali le pene detentive per le donne che abortiscono volontariamente, così come le restrizioni per il personale sanitario che le assiste.

Nel dettaglio la Corte ha dichiarato incostituzionale la criminalizzazione dell’aborto perché, si legge nel comunicato ufficiale, la pena detentiva “viola il diritto delle donne e delle donne incinte a decidere”(art. 196) e “depenalizzato l’assistenza all’aborto (art. 198) e l’aborto in caso di stupro e inseminazione o impianto artificiale”(art. 199). Nello stesso comunicato, il linguaggio tradisce l’approccio relativista dei giudici, laddove si parla di “prodotto della gravidanza”, non bambino concepito, che meriterebbe una protezione, aggiungendo che si devono rispettare i diritti delle donne e delle “persone incinte” alla “libertà riproduttiva”. La Corte stessa, in ragione della maggioranza superiore a otto voti, azzera ogni dubbio sull’efficacia generale della propria decisione: “È vincolante per tutti i giudici del Messico, sia federali che locali. D’ora in poi, nel decidere i casi futuri, dovranno considerare incostituzionali le norme penali delle entità federali che criminalizzano l’aborto in modo assoluto”.

Non è bastato l’appello della Conferenza episcopale messicana che, nei giorni precedenti, aveva riaffermato la dignità della vita del nascituro e chiesto di rifiutare la pratica dell’aborto. A ben poco sono servite le decine di migliaia di firme sulle petizioni che diverse organizzazioni avevano indirizzato ai giudici della Corte nelle ultime settimane e nemmeno la lettera firmata da 70 organizzazioni  pro vita di tutto il Messico ha provocato la riflessione sperata. La Corte non ha voluto neanche ascoltare l’opinione popolare, manifestatamente contraria alla depenalizzazione e liberalizzazione dell’aborto (57%), come aveva dimostrato il sondaggio dello scorso 5 settembre.

Nella stessa giornata in cui veniva annunciata la sostituzione della statua di Cristoforo Colombo con quella di una donna indigena, nella piazza principale della capitale Città del Messico, in sfregio agli spagnoli e al cristianesimo, la Corte ha deciso di accogliere le ragioni delle organizzazioni abortiste e legalizzare il sacrificio umano dei concepiti. Non è una semplice casualità. Uno dei maggiori quotidiani del paese ha definito la sentenza della Corte come la Roe vs Wade messicana (paragonandola dunque alla storica decisione della Corte Suprema statunitense che diede avvio al dilagare dell’aborto in Occidente), visto il potenziale effetto che potrà avere la decisione del 7 settembre sul Messico e sull’intera America latina.

Il presidente messicano López Obrador, da sempre molto ambiguo sul tema e più volte mostratosi disponibile ad indire un referendum, con la stragrande maggioranza del suo partito Morena e dei suoi ministri apertamente favorevoli alla liberalizzazione dell’aborto, ha chiesto di rispettare la “decisione storica” dei giudici supremi. Va detto che il ricorso contro la legge penale del Coahuila era stato intentato dalla Procura Generale dello Stato federale del Messico.

Le reazioni in campo pro vita, mentre ancora è in corso lo studio del pronunciamento della Corte, vanno dallo sconcerto alla riflessione. Marcial Padilla, direttore della piattaforma ConParticipación, ha detto ad Aciprensa che “stiamo ancora assimilando gli effetti della sentenza della Corte Suprema del 7 settembre 2021, e alcune situazioni rimangono un po’ confuse. Non è vero che è automaticamente depenalizzato in tutto il paese, ma non è neanche esatto dire che è successo solo a Coahuila”. “Questo significa che in qualsiasi altra questione dello stesso tipo, in qualsiasi altra questione (…), dove c’è una legge che criminalizza l’aborto in modo assoluto, la Corte Suprema di Giustizia ha già stabilito che in qualche modo deve essere depenalizzato”. Della stessa opinione il leader del Frente Nacional por la Familia Rodrigo Ivan Cortes che in un videomessaggio ha ribadito le sue perplessità sulla validità generale della decisione e rilanciato la necessità di nuove iniziative pro vita nel paese. Il popolare attore Eduardo Verástegui, sempre più indicato come prossimo candidato alle elezioni presidenziali del 2024, ha sottolineato come alla decisione pro aborto della Corte Suprema siano seguiti negli stessi giorni terremoti e nubifragi nel paese, come segno dell’ira divina contro questa rivolta dell’uomo contro l’Imago Dei impressa nel bimbo concepito.

La decisione del 7 settembre segna una grave sconfitta per la vita in Messico, ma non tutto è perduto. Come ben diceva il paragrafo 4 della Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (2002), firmata dall’allora cardinale Ratzinger, solo dopo essersi opposti con determinazione e pubblicamente ad una norma ingiusta è possibile cercare di ridurne gli effetti malevoli. I pro life messicani e la Chiesa hanno fatto il possibile per impedire che l’aborto venisse depenalizzato, ora devono impegnarsi per limitare i danni prodotti dalla decisione della Corte, in attesa che si ritorni presto ad affermare totalmente la dignità e la tutela della persona sin dal concepimento.

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