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Ddl Zan, si riprende martedì. Bimbi sempre nel mirino gay

Forte contrapposizione a Montecitorio per l’esame degli emendamenti. L’opposizione ha chiesto di escludere le scuole di gradi inferiori dall’obbligo della “Giornata contro l’omotransfobia”, ma Zan&Co non cedono sull’indottrinamento dei piccoli. Furia di Sgarbi, espulso. Testo approvato fino all’articolo 5, le votazioni riprendono il 3 novembre.

Nel giorno in cui al Senato si apre una crepa nel governo con le parole del capogruppo Pd che s’interroga sull’adeguatezza di alcuni ministri e chiede più collaborazione con le opposizioni, nell’altro ramo del Parlamento l’esame degli emendamenti alla proposta di legge Zan è ripreso in un clima di forte contrapposizione.

Gli emendamenti presentati dalle minoranze sono stati respinti ma le votazioni si sono fermate all’articolo 5 e, dopo la convocazione della Conferenza dei Capigruppo, si è deciso si farle riprendere soltanto martedì 3 novembre. L’Aula si è scaldata al momento di un intervento del deputato Alessandro Pagano, della Lega-Salvini Premier, che ha pronunciato un elenco di casi in cui si potrebbe rischiare l’incriminazione qualora la proposta di Zan divenisse legge: «All’asilo ti opponi perché a tuo figlio non vengano propinate le favole arcobaleno e le drag queen? Omofobia, quindi indagato, forse anche condannato. Vuoi recitare un Rosario perché una legge non passi, cosa che è accaduta in questo momento? Omofobia, indagato, forse condannato», ha osservato il deputato siciliano del Carroccio tra le contestazioni dei suoi colleghi del Pd.

Ma le argomentazioni di Pagano sono state duramente contestate da un’altra esponente dell’opposizione, la berlusconiana Giusi Bartolozzi, che già durante i lavori in Commissione Giustizia si era dimostrata particolarmente dialogante con la maggioranza sul provvedimento contro la cosiddetta omotransfobia. La Bartolozzi, ex magistrato, ha definito “filastrocca” l’elenco di esempi avanzati dal suo collega leghista, attaccandolo per aver presentato in Commissione degli emendamenti «dove parificava l’omofobia alla pedofilia, pederastia e zooerastia». Per Bartolozzi, il Ddl Zan sarebbe una «legge che è giusta, che è buona e che nulla ha a che vedere con la limitazione della libertà di pensiero».

Una voce fuori dal coro del suo stesso gruppo parlamentare che, poco dopo, per bocca del capogruppo in Commissione Giustizia, Pierantonio Zanettin, ha annunciato voto favorevole a un emendamento della deputata Carolina Varchi (Fratelli d’Italia) sulla “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”. Intercettata dalla Nuova Bussola, proprio la parlamentare siciliana di FdI, già tra le più attive in Commissione nell’opposizione alla proposta di legge, ha commentato così la giornata di lavori in Aula: «Sono emendamenti, i miei, che incidono solo marginalmente, pertanto il nostro giudizio sulla legge rimane fortemente negativo e stigmatizziamo la pervicacia con cui la maggioranza si ostina ad andare avanti sull’omofobia in un momento di emergenza nazionale come questo». La discussione sull’istituzione di questa Giornata, prevista nell’articolo 6 del testo, ha infiammato gli animi a Montecitorio, col relatore Zan contrario a qualsiasi richiesta di accantonamento sull’inclusione delle scuole di ordini e gradi inferiori nelle iniziative promosse. Sia Ciro Maschio (Fdi) che Felice D’Ettore (Forza Italia) hanno fatto appello alle perplessità manifestate, sia in pubblico che in privato, da deputati della maggioranza in merito all’opportunità che le attività della Giornata siano organizzate già nella scuola dell’infanzia.

Per far leva su ciò, l’opposizione ha reiteratamente chiesto di poter votare a scrutinio segreto su un emendamento della Lega dedicato proprio a questo tema, appellandosi all’articolo 49 del regolamento della Camera che prevede che siano «effettuate a scrutinio segreto le votazioni (...) che incidono sui principi e sui diritti di libertà, (...) sui diritti della famiglia». Nel caso dell’istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, il Centro Studi Livatino e l’associazione Non si tocca la Famiglia avevano già evidenziato in una nota che «gli insegnanti (...) sarebbero costretti a partecipare all’organizzazione di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile (...) pur non condividendo i messaggi trasmessi agli studenti e senza poter manifestare il dissenso o discutere sull’argomento» e «i genitori non potrebbero più invocare la loro libertà educativa per evitare l’introduzione nelle scuole di insegnamenti fondati sulla teoria gender, in quanto questi insegnamenti sarebbero persino “legittimati” come strumenti per la diffusione della conoscenza della legge contro l’omofobia, e coerenti con l’istituzione della “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”».

La presidenza ha però respinto, non senza contestazioni, la richiesta dello scrutinio segreto. Sulle votazioni della giornata di ieri, all’opposizione non è riuscito il tentativo di far mancare il numero legale e invalidare in questo modo la seduta. Un escamotage riuscito con successo tre settimane fa per il voto sulla risoluzione di maggioranza successivo alle comunicazioni del ministro Roberto Speranza in merito alla proroga dello stato d’emergenza.

Prima della convocazione della Capigruppo - in cui si è deciso di far slittare alla prossima settimana l’esame del testo con gli articoli 6, 7, 8, 9 e 10 ancora da votare - la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni (Cinque Stelle), ha sospeso la seduta dopo aver espulso dall’emiciclo Vittorio Sgarbi, ‘colpevole’ di inveire contro l’intervento di una collega del Gruppo Misto - secondo cui l’istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia nelle scuole di gradi inferiori servirebbe a tutelare i bambini «dalle idee sbagliate inculcate loro dal mondo adulto» - senza indossare la mascherina. Poco prima lo stesso Sgarbi era stato protagonista di una polemica con la sua ex compagna di partito, Renata Polverini: il primo a difesa del leghista Pagano, la seconda in supporto di Bartolozzi, invitata dal critico d’arte ad uscire da Forza Italia per via delle posizioni favorevoli al Ddl Zan.