• IL DUELLO/24

Dante e Petrarca, una sfida all’ultima preghiera

Il dantesco inno alla Vergine ha un notevole influsso anche sul Canzoniere di Petrarca e il Decameron di Boccaccio. Con la canzone "Vergine bella, che di sol vestita", Petrarca chiede da un lato alla Madonna di essere liberato definitivamente dall’amore per Laura, dall’altro di intercedere presso Dio perché la sua anima possa essere accolta in Paradiso.

«La letteratura italiana e l’arte italiana sorsero da un ceppo religioso e di esso continuarono a nutrirsi. Protagonista fu il Pantocrator, il Cristo vincente della Divina Commedia e del Giudizio universale. Eroina fu la Panaghia, la tutta santa, la tutta pura, la Vergine amata». Così scrive Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952) ne Il senso della letteratura italiana (1931).

Nel Trecento l’inno alla Vergine di Dante ha un notevole influsso anche sugli altri due capolavori del Trecento italiano e occidentale: il Canzoniere del Petrarca e il Decameron del Boccaccio.

Breviario laico, composto di 366 poesie, come fossero preghiere dedicate alla sua Madonna Laura, una per ciascun giorno dell’anno, anche il Canzoniere termina con una lode alla Madonna (Vergine bella che di sol vestita).

Il Decameron, che presenta un percorso di redenzione che in qualche modo richiama quelli della Divina Commedia e del Canzoniere, si apre con il più grande peccatore del mondo (ser Ciappelletto) e si conclude con la figura di Griselda (una Madonna tutta terrena). Boccaccio non può, del resto, concludere una commedia umana e mondana come il Decameron con la Madonna, Madre di Dio.

Composta da dieci stanze di tredici versi ciascuna, la canzone Vergine bella, che di sol vestita è la preghiera conclusiva del Canzoniere in cui Petrarca chiede da un lato alla Madonna di essere liberato definitivamente dall’amore per Laura, dall’altro di intercedere presso Dio perché la sua anima possa essere accolta in Paradiso. La costruzione delle stanze è rigorosa tanto che l’apostrofe Vergine apre il primo e il nono verso di ciascuna stanza. Diversamente da Dante, Petrarca non ci presenta come primo tratto la maternità della Madonna, bensì la sua bellezza. Memore dell’Apocalisse in cui la Vergine Maria è descritta al capitolo XII come «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle», Petrarca la apostrofa così nella prima strofa:

Vergine bella, che di sol vestita,

coronata di stelle, al sommo Sole

piacesti sì che ’n te sua luce ascose,

amor mi spinge a dir di te parole;

ma non so ’ncominciar senza tu’aita

e di colui ch’amando in te si pose.

Invoco lei che ben sempre rispose,

chi la chiamò con fede.

Vergine, s’a mercede

miseria estrema de l’umane cose

già mai ti volse, al mio prego t’inchina;

soccorri a la mia guerra,

ben ch’i’ sia terra e tu del ciel regina. 

La tradizionale invocazione alle muse tipica della poesia epica è qui sostituita dalla richiesta di aiuto alla Vergine perché possa incominciare il canto. Petrarca sente tutta la sproporzione tra la sua pochezza e caducità e la grandezza di Maria, Regina del Cielo. La Madonna raffigurata da Dante è, invece, subito da noi percepita come intima, vicina, prossima alle nostre miserie. Petrarca cerca, invece, di colmare questo senso di sproporzione tra la sua piccolezza e la Regina del Cielo con un’invocazione lunga e che asserisce in maniera reiterata e con insistenza gli stessi concetti. La moltiplicazione dello stesso significato e della preghiera, oltre ad essere conforme alla poetica di Petrarca, ha come fine quello di presentare più volte di fronte alla Madonna le richieste del poeta.

La canzone petrarchesca si dispiega, così, appunto in ben dieci stanze. La Vergine è dapprima apostrofata come una delle «vergini prudenti», dai «begli occhi/ che vider tristi la spietata stampa» dei chiodi della croce. La bellezza non viene in alcun modo sminuita dalla sofferenza, anzi viene accentuata dalla sovrabbondanza di amore con cui la Madre ha accompagnato la Passione del Figlio.

Il dantesco «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» si traduce in Petrarca in «del tuo parto gentil figliola e madre», mentre le bellissime espressioni dantesche «qui […] meridiana face/ di caritate, e giuso, intra’ mortali […] di speranza fontana vivace» sono diventate due azioni di Maria («Allumi questa vita e l’altra adorni»). Novella Eva, la Madonna è stata strumento del Cielo, grazie al suo «sì» sono state possibili l’Incarnazione di Cristo e la Redenzione dell’umanità.

«Madre, figliuola e sposa», la «Vergine gloriosa» è «vera Beatrice», colei che ha «fatto ‘l mondo libero e felice», grazia sovrabbondante che soccorre la miseria umana. Petrarca rimpiange di aver perseguito per tanti anni «mortal bellezza, atti e parole», che gli hanno «tutta ingombrata l’alma» fra «miserie e peccati». Ora che, giunto «forse a l’ultimo anno», ripone tutta la sua speranza nella Madonna, il poeta le chiede di non guardare i suoi meriti e il suo valore, ma «l’alta […] sembianza» di Dio impressa come un sigillo anche nel suo cuore misero.

Così, alla Vergine «umana e nemica d’orgoglio», la creatura umile per eccellenza, Petrarca rivolge alla fine l’ultima invocazione:

miserere d’un cor contrito humile.
Che se poca mortal terra caduca
amar con sí mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero et vile

per le tue man’ resurgo,
Vergine, i’ sacro et purgo
al tuo nome et penseri e ’ngegno et stile,
la lingua e ’l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
et prendi in grado i cangiati desiri.


Il poeta comprende che, se ama così tanto una creatura mortale, ancor più dovrebbe amare la Madonna. Promette che, se si rialzerà dalla condizione misera e vile in cui è caduto, consacrerà tutta la sua opera, il suo cuore e i suoi pensieri a Lei. Nel congedo Petrarca non si rivolge alla canzone (come accade di solito in questa forma metrica), ma alla Madonna:

Miserere d’un cor contrito, umile, […]

raccomandami al tuo Figliuol, verace

omo e verace Dio,

ch’accolga ’l mio spirito in pace.

La Madre non può che condurci al Figlio, al vero Redentore dell’umanità, Gesù Cristo. In questa umiltà, in questo materno amore che vuole salvare tutti i suoi figli, traluce ancor più lo splendore della bellezza di Maria.

Nell’inno alla Vergine del Petrarca tutta l’incertezza riguarda l’umano, ovvero la nostra capacità di aderire al disegno buono che Dio ha pensato per noi, non certo la presenza e la bontà del Creatore nella nostra vita.

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