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Dalla Tomba alla libertà: testimonianza di Lorent Saleh, prigioniero di Maduro

 “Mi chiedo tutti i giorni come il Venezuela sia potuto arrivare fino a questo punto. Quelli della generazione dei miei genitori sono nati nella libertà e non immaginavano di poterla perdere. La davano per scontata. Una volta che hai perso la libertà, è però molto difficile recuperarla”, ci dice Lorent Saleh, 30 anni. Lui, la libertà, l’ha persa per quattro anni. Ci racconta il suo inferno nelle carceri venezuelane, la famigerata Tomba ed El Helicoide. È stato perseguitato perché guidava la protesta studentesca contro il regime di Chavez e Maduro. Ed è una vittima collaterale del processo di pace fra le Farc e la Colombia, che in cambio della mediazione venezuelana lo ha consegnato ai suoi carcerieri nel 2014.

- VENEZUELA, EDEN DEL DIAVOLO, di Fabio Piemonte

 

Lorent Saleh

 “Mi chiedo tutti i giorni come il Venezuela sia potuto arrivare fino a questo punto. Quelli della generazione dei miei genitori sono nati nella libertà e non immaginavano di poterla perdere. La davano per scontata Una volta che hai perso la libertà, è però molto difficile recuperarla”, ci dice Lorent Saleh, 30 anni anche se ne dimostra molti meno. Lo abbiamo incontrato a Milano, ospite del think tank Istituto Bruno Leoni (Ibl). Lui, la libertà, l’ha persa nel 2014 e l’ha riacquistata solo un anno fa, il 12 ottobre 2018, quando è stato esiliato in Spagna.

Il primo carcere in cui è stato internato è chiamato La Tomba: cinque piani sotto terra, con celle di tre metri per due, luce sempre accesa, pareti bianche, niente ore d’aria, in completo isolamento. È una tortura psicologica, studiata apposta per far impazzire i prigionieri. “Quando chiudono la porta – spiega Saleh – per un figlio unico come me, sentire la morte senza lasciare un figlio, un erede, provoca un’angoscia senza fine. Ero stanco, mi sono messo a letto e la prima cosa che ho pensato è stata: non sono riuscito ad avere un figlio. Quanto vale una sedia? Quanto vale un orologio? Quanto vale il poter respirare all’aria aperta? Vedere la luce del sole o quella della luna? Poter vedere un colore? Non ci facciamo mai queste domande, siamo convinti che quando usciamo di casa, la luna sarà sempre lì e domani mattina il sole sorgerà, possiamo guardare l’orologio tutti i momenti per sapere che ora è. L’essenziale è invisibile ai nostri occhi. Non l’ho capito finché, (nella Tomba, ndr), non c’era una sedia per sedermi e non potevo mai sapere che ora fosse. Non sai se hai dormito per dieci minuti o per dieci ore. Se non puoi nemmeno guardarti allo specchio, non ti ricordi nemmeno più chi sei”. “Ci sono tanti modi per torturare un uomo, come la temperatura e la luce. Questa luce – indica il neon della sala milanese dell’Ibl – la potete reggere per qualche ora. Se ci state sotto per tutta una settimana, vi dico io… Fa male alla vista, fanno male gli occhi. Anche se mi fotografavano, le foto non rendono il dolore provocato dalla luce e dal freddo”. Saleh è stato internato nella Tomba per due anni. “Poi mi hanno dato tante di quelle botte, mi hanno conciato talmente male, che sono stati praticamente costretti a farmi uscire da quel buco e trasferirmi in un altro carcere, El Helicoide, che era tutto il contrario della Tomba”

El Helicoide non era certo un posto ameno: sporco, sovraffollato, violento. “Come la Tomba sembrava un luogo avulso dal Venezuela, così candido, asettico e moderno, El Helicoide era fin troppo Venezuela”. Qui, al posto della tortura bianca, si rischiavano le torture fisiche: “Lì ho scoperto una cosa ancora peggiore della tortura: sentire gli altri prigionieri che venivano torturati. Sentire l’eco di un uomo adulto che piange, urla e supplica, dei colpi delle percosse, delle risate degli aguzzini. E ancora peggio: il silenzio di tutti gli altri. Potevano mangiare, mentre altri venivano torturati nello stesso corridoio. Perché lasciavamo che torturassero un uomo vicino a noi? Non dicevamo nulla, perché ci bastava avere un ventilatore nella cella, continuare a ricevere le visite dei parenti”. Ad El Helicoide ci sono state rivolte, ad una di queste ha partecipato anche Lorent, nel 2018. Dopo pochi giorni i prigionieri politici sono stati liberati, tutti tranne lui. In quell’occasione, sua madre era passata a trovarlo. “Credeva che fossi impazzito, perché ero tranquillo. Perché ci succede questo? Mi ha chiesto. Perché proprio a noi? Perché aveva visto tutti gli altri prigionieri politici che riabbracciavano le loro famiglie”. Il momento della libertà sarebbe arrivato presto. Una mamma instancabile, l’azione assidua dell’avvocato per i diritti umani Tamara Suju (intervistata da La Nuova Bussola Quotidiana, qui), il conferimento del premio Sacharov da parte del Parlamento Europeo e la pressione della Spagna: tutti gli ingredienti che hanno permesso la liberazione di Saleh.

Ma perché era in carcere? Il momento in cui è passato dalla parte dei dissidenti, lo racconta come un episodio imprevisto e lontano. La chiusura dell’emittente privata Rctv ha provocato una protesta studentesca, spontanea, non pianificata da alcuno: “Siamo andati all’università, non dicevamo una parola, era un silenzio carico di rancore. Siamo scesi in strada di istinto, a gridare «Cosa vogliamo? Libertà!»”. Poi alle elezioni del 2007 “eravamo sicuri che i risultati fossero diversi da quelli dichiarati, dopo mezzanotte ancora non li diffondevano. A chiederci di cedere furono i partiti della cosiddetta opposizione”. Nel 2011 Saleh lancia l’iniziativa Operazione Libertà, con scioperi della fame per la scarcerazione di prigionieri politici. Il 2 maggio di quell’anno, i paramilitari bolivariani sparano sulla folla, fra gli arrestati c’è anche Lorent. Gli arresti sono diventati frequenti: mai un mandato o una procedura regolare, spesso erano veri e propri sequestri perpetrati da agenti del Sebin (il servizio segreto) in borghese, a cui seguivano brevi detenzioni e interrogatori (“chi ti paga? chi sono i tuoi compagni? chi sono i politici per cui lavori?”). Dal 2012, allontanatosi volontariamente dal Paese, perora la causa per i diritti umani del Venezuela dall’estero, in particolar modo in Colombia. Ma qui è rimasto vittima del processo di pace con le Farc. “Il presidente Santos voleva il Nobel per la Pace e pensava solo a quello, non a noi”. Il prezzo per la pace con la guerriglia delle Farc, secondo Saleh, è stata la consegna dei dissidenti al Venezuela. Così, di punto in bianco, “Gli stessi agenti che avevo difeso dalle Farc” lo hanno imbarcato su un aereo privato e consegnato alle autorità venezuelane sul Ponte Bolivar. “Per fortuna qualcuno ha fatto trapelare la notizia e mi ha salvato la vita. Perché a quel punto i miei amici sono arrivati al ponte Bolivar con i loro cellulari a filmare la scena. Perché il ponte, al momento della mia consegna, di notte, era stato oscurato. Non so cosa sarebbe potuto succedere se non ci fossero stati loro a riprendere”.

Le accuse delle autorità venezuelane a Saleh sono di sovversione e preparazione di atti terroristici. La propaganda del regime di Maduro e certa stampa italiana, lo accusano di neonazismo, cosa che Saleh ha smentito seccamente in un’intervista al quotidiano El Espectador: “Non posso aderire al nazismo, al neonazismo o a qualunque ideologia radicale, non sono un neonazista, né credo nei governi militaristi”. E’ tipico dei regimi comunisti accusare di “nazismo” i suoi nemici. Nessuna delle accuse è stata, non solo provata, ma neppure discussa, perché non c’è stato alcun processo. Il periodo di 4 anni di detenzione di Lorent Saleh è tecnicamente un sequestro di persona. “Non ci sono mai stati finanziatori o appoggi politici, ci auto-finanziavamo”, spiega Saleh alla Nuova Bussola Quotidiana. Negli interrogatori, dopo il 2014, “non volevano nemmeno più fare domande, insistevano solo che io firmassi una confessione”. Perché “Non vogliono condurre indagini, ma solo che io ripeta un discorso che loro hanno scritto, per confermare la loro narrazione. Per questo non c’è mai stato alcun processo, perché non vogliono neppure che si discuta su prove o fatti oggettivi”. Quanto agli avvocati: “Li ho incontrati quattro volte in tutto, prima un legale scelto dallo Stato, poi, dopo un anno, uno scelto da me. Ma non essendoci processi, non si poteva neppure discutere di prove. L’unica prova di cui avevano bisogno, era una mia confessione firmata. E non gliel’ho mai concessa”. Il carcere “diventa un gioco psicologico, confessione della propria colpa in cambio di libertà. Il regime tratta poi i prigionieri come ostaggi, li libera contro concessioni interne o internazionali, sono solo pedine di scambio”.

La Chiesa venezuelana è sempre stata molto vicina al prigioniero Lorent Saleh. “La mia famiglia, che è molto cattolica, è stata sostenuta per quattro anni. La Chiesa venezuelana non solo è intervenuta intercedendo presso il regime, ma soprattutto con l’accompagnamento spirituale. La cosa più importante, per me, è stato il sostegno che ho ricevuto in carcere, che mi ha permesso di farmi forza e di continuare a vivere. E’ importante avere qualcuno che ti abbracci. In modo particolare don Carlos Luis, dehoniano, Superiore generale della congregazione del Sacro Cuore di Gesù (di cui fa parte la mia famiglia), si è occupato di me, personalmente”. C’è però anche una realpolitik della Chiesa, che ha negoziato la pace fra il governo della Colombia e le Farc, una pace di cui lo stesso Saleh è una vittima collaterale, come abbiamo visto. Ora il Vaticano parrebbe ancora offrirsi come mediatore in Venezuela e forse non è una buona notizia. “Sono cattolico e confido nel Papa e nella Chiesa – spiega alla Nuova Bussola Quotidiana –. Detto ciò, noto che la Chiesa del Venezuela, come anche quella del Nicaragua, sono molto più sintonizzate con la realtà locale rispetto al Vaticano. La nostra aspettativa nei confronti del primo Papa latino-americano era molto alta. Ora invece la politica vaticana ci preoccupa tutti, in generale c’è molta delusione, ci aspettavamo qualcosa di diverso, ci aspettavamo molta più comprensione”.