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Da Riad e dal Cairo, segni di apertura al cristianesimo

Una chiesa in Arabia Saudita? Il regno potrebbe consentire a una svolta storica, secondo voci che circolano dopo la visita del cardinal Tauran a Riad. Seguendo la stessa tendenza, anche  l’Egitto cambia rotta e autorizza 166 luoghi di culto cristiani.

La Mecca

Una chiesa in Arabia Saudita? Il regno arabo, cuore dell’islam sunnita wahhabita, dell’intransigenza e dell’intolleranza religiosa, potrebbe consentire a una svolta storica. Così dicono fonti ben informate, almeno, riportate dal quotidiano cattolico francese La Croix. Le voci sulla prossima apertura al cristianesimo si rincorrono dopo la visita nel regno saudita del cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. E confermerebbero la tendenza riformatrice del nuovo “uomo forte” saudita, il principe Mohammed bin Salman. Visto che le buone notizie non sono mai sole, sempre in Medio Oriente anche l’Egitto di Al Sisi cambia rotta e autorizza 166 luoghi di culto cristiani. Invertendo una politica pluri-decennale che, al contrario, limitava progressivamente gli spazi al culto cristiano, fino al loro soffocamento.

In Arabia Saudita, anche se non si vedono, vivono quasi due milioni di cristiani. Sono soprattutto lavoratori immigrati dall’Asia sudorientale, per trovare un impiego nei numerosi cantieri o come lavoratori domestici nel ricchissimo regno musulmano sunnita. Il trattamento loro riservato, da Riad così come dagli altri governi del Golfo, rasenta lo sfruttamento della schiavitù: passaporti ritirati, orari impossibili, nessuna tutela, salari da fame. Ma soprattutto: non possono praticare la loro religione pubblicamente. Nessun segno religioso, al di fuori della tradizione islamica sunnita, può essere esibito in pubblico. I cristiani devono celebrare clandestinamente (e rischiano l'arresto da parte della polizia religiosa), oppure recarsi negli spazi extra territoriali delle ambasciate straniere. Ai sacerdoti cattolici è negato l'ingresso nel Paese.

Nell’omelia della Messa celebrata nella sede dell’ambasciata di Francia a Riad, il cardinal Tauran ha sollecitatio : “Ogni uomo e donna, ogni giovane e anziano” a diventare “praticante del dialogo e dell’incontro”. “Alle persone che vengono qui per cercare di migliorare la propria vita”, il cardinale ha ricordato che “dobbiamo sempre essere rispettati nella nostra dignità umana e nei nostri diritti umani inalienabili”. Per questo è “lieto di apprendere che i progressi nell’ambito del dialogo interreligioso e interculturale stanno proseguendo”.

L’idea che possa essere costruita una chiesa in Arabia Saudita, notizia comune anche in quasi tutti gli altri paesi islamici, in questo caso è a dir poco rivoluzionaria. Negli ultimi mesi i dirigenti sauditi hanno incontrato molto più frequentemente i rappresentanti delle varie confessioni cristiane. A novembre il capo della chiesa maronita libanese, Beshara Rai, è stato ricevuto da re Salman e dal principe ereditario Bin Salman. Poi, nel corso della sua ultima visita negli Usa, quest’ultimo ha anche partecipato a incontri di dialogo con cattolici e (fatto rarissimo) anche ebrei. Infine si è appena conclusa la visita del cardinal Tauran, invitato a partecipare alla riunione del Centro Internazionale per la Lotta all’Ideologia Estremista (Etidal).

E’ credibile che questi incontri non siano solo formalità e abbiano anche un seguito? Più di prima, perché da almeno quattro anni l’Arabia Saudita, che teme la rivoluzione islamica contro la sua monarchia, ha iniziato a combattere i Fratelli Musulmani con più determinazione. Non solo i canali di finanziamento privati sono stati interrotti, ma è iniziato anche l’appoggio attivo alla lotta contro gli estremisti sunniti in Egitto e in Libia. La libertà di religione rappresenta un tassello di questa strategia. E’ il fronte culturale: si passa anche dalla promozione della tolleranza per impedire all’islam politico di imporre la sua visione totalitaria.

Proprio a conferma di questa tendenza, anche l’Egitto, con il regime del generale Al Sisi, alleato di ferro dell’Arabia Saudita, sta iniziando a garantire maggiori diritti alla minoranza cristiana, che costituisce il 10% della sua popolazione. Una minoranza che è stata oggetto di una più o meno velata persecuzione, sia sotto la dittatura di Moubarack che nella prima fase della “primavera araba”, quando l’Egitto era retto dal presidente Muhammad Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Secondo quanto riferisce il quotidiano Egypt Today, riportato dall’agenzia Asia News, l’esecutivo del Cairo ha approvato una norma proposta da un comitato nato lo scorso anno per studiare le richieste dei cristiani in materia di luoghi di culto.

In una nota il governo egiziano conferma “l’approvazione dello statuto legale di 166 chiese e luoghi addetti al culto in diverse province” del Paese, a condizione che “vengano espletate tutte le formalità” del caso “entro i prossimi quattro mesi”. Il processo di approvazione riguarda 102 chiese e 64 case di preghiera.  Le autorità, prosegue il documento, intendono rafforzare la legislazione che “consente a tutti gli egiziani il diritto di praticare i riti previsti dalla propria fede” senza limitazioni. Se portata a termine, questa manovra costituirebbe una svolta a U rispetto a tutte le politiche precedenti. L’abbattimento di chiese non autorizzate è stata una pratica molto utilizzata dai governi precedenti per impedire il proselitismo dei cristiani e soffocare i loro spazi di libertà. Le autorizzazioni per costruire nuove chiese non arrivavano mai. Persino le autorizzazioni per restaurare quelle già esistenti erano merce rara. Chiese vecchie, buie e cadenti, 2900 in tutto il paese, coesistono sotto nuovi, puliti e luminosi minareti di ben 108mila moschee.