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Spinta indebita

Da Pegoraro a Paglia, gli strani cattolici pro suicidio legale

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Dopo l’intervista ad Avvenire il presidente della Pav ha ribadito al Corriere, in modo ancora più chiaro, il suo appoggio a una legge sul suicidio assistito che ne eviti una peggiore. Stessa linea difesa da Paglia in un articolo su Repubblica. Ma dare il proprio assenso ad una legge ingiusta significa tradire la dottrina cattolica.

Vita e bioetica 09_09_2026
Mons. Pegoraro e mons. Paglia nel 2017, "Accompagnare la vita" (ImagoEconomica)

C’è ormai da sospettare che il governo italiano abbia ricevuto l’appoggio di una parte importante della Chiesa per approvare una legge sul suicidio assistito. Solo ieri, 8 settembre, commentavamo l’intervista di monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), in cui il prelato affermava che sarebbe moralmente lecito dare il proprio assenso ad una futura legge sull’aiuto al suicidio al fine di evitarne una peggiore.

Intanto il presidente della Pav ha voluto ribadire in modo ancora più chiaro il proprio appoggio ad una simile legge e lo ha fatto tramite un’altra intervista, pubblicata ieri, questa volta rilasciata al Corriere del Veneto: «Esiste una terza via tra il non fare nulla e fare una legge regionale: chiedere ai propri partiti di premere per una legge nazionale. Chiediamoci, che messaggio politico dà una legge regionale? Regolamenta una sentenza, ci si accontenta del minimo ma si potrebbe lanciare il cuore oltre l’ostacolo e puntare al massimo». Dato che a mons. Pegoraro sta molto a cuore il principio del male minore, vorremmo ricordare che, a parità di contenuto, una legge regionale sul suicidio assistito è un male minore rispetto ad una legge nazionale sulla stessa materia. Dunque, la predilezione di mons. Pegoraro per una legge nazionale è, per usare un suo termine, il massimo del male morale.

Nello stesso giorno in cui il Corriere pubblica l’intervista a Pegoraro, arriva, guarda caso, un altro endorsement ad una futura norma del Parlamento sull’aiuto al suicidio: arriva dall’ex presidente della Pav, mons. Vincenzo Paglia. Anche quest’ultimo predica a favore di tale norma da un pulpito laico: il giornale Repubblica. Paglia si rivolge a Corrado Augias che da molti anni dichiara che vuole andarsene con qualche preparato letale. Lo ha ribadito anche il 5 settembre scorso dalle colonne di Repubblica. L’ex presidente della Pav, al pari del suo successore, è molto chiaro nel suo appoggio ad una eventuale legge: «E infine, sì: che il Parlamento si assuma le proprie responsabilità. Su una materia così delicata non possiamo lasciare che siano soltanto i tribunali, i casi individuali o le emergenze a dettare le regole. Tocca alla politica affrontare il tema con serietà, senza ideologismi e senza scorciatoie».

Queste plurime e contemporanee uscite a sostegno di una legge sul suicidio assistito, seppur motivate dalla recente approvazione della legge della regione Veneto sulla medesima materia, legittimano il sospetto che ci sia un disegno volto a confortare il governo sul sostegno della Chiesa. Difficile poi credere che Pegoraro e Paglia abbiano espresso queste opinioni senza essersi prima confrontati con il presidente dei vescovi italiani, mons. Matteo Zuppi. Il quale nel passato, in merito alla possibilità di avere una legge sul suicidio assistito, si è mostrato volutamente ambiguo, a volte condannando tale legge altre volte incensandola. Mera strategia che potrebbe indurlo oggi ad un nuovo cambio di fronte a favore di una legge sul suicidio assistito.

Dare il proprio assenso ad una legge ingiusta significa tradire la dottrina cattolica. Tradimento è la parola giusta se andiamo a leggere cosa dichiara il n. 73 di Evangelium vitae su questo punto: «Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull'aborto procurato, 22)». Dunque, perché questo tradimento? In primo luogo perché, come già accennato, si è sposato il principio del male minore e quindi non si è compreso realmente cosa sia il male, piccolo o grande che sia, minore o maggiore che sia (sul tema del male minore connesso al voto di una legge ingiusta rimandiamo a questo articolo). Il male è un atto che contraddice la dignità della persona e quindi non può mai essere compiuto. «La morte, ma non i peccati», scriveva san Domenico Savio a 7 anni.

In secondo luogo molti uomini di Chiesa, dalla base ai vertici, risentono ancora di quella impostazione rivoluzionaria che vede la morale cattolica e anche la fede come espressioni del credo privato, ma non spendibili sul piano pubblico. Entrambe sarebbero valide nel foro interno e tra chi condivide gli stessi valori, ma non avrebbero le carte in regola per ordinare l’azione politica nella direzione del bene comune. Insomma, credenti in privato e neutri nel pubblico (semmai i più coraggiosi potrebbero dare testimonianza del proprio credo ma non cedendo alla “bestemmia” che possa esistere una regalità sociale di Cristo). Ecco perché mons. Pegoraro e mons. Paglia nei loro interventi sulla carta stampata condannano, seppur in modo sfumato, il suicidio assistito, ma poi, in modo contraddittorio, chiedono una norma che legittimi o depenalizzi il suicidio assistito. Questo accade perché sono scissi in sé stessi. Da una parte parlano come cattolici e dall’altra come cittadini. Con una mano giurano sul Vangelo, testo che vale solo per chi crede, e con l’altra mano sulla Costituzione, testo che vale per tutti. Una schizofrenia che è una patologia della fede.

Comunque è un film già visto. L’appoggio in casa cattolica ad una legge sul suicidio assistito ricalca quello, prestato sempre dai cattolici, alla legge 40 del 2004 che legittimò la fecondazione artificiale, appoggio prestato per eliminare, così si sostenne, il far west procreativo. Angel Rodríguez Luño, già docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Università della Santa Croce, così scrisse il 14 febbraio 2004 su L’Osservatore Romano: «Il significato reale dell’operato di quanti hanno promosso e votato questa legge […] sembra essere quello di sopprimere parzialmente una prassi e una situazione ingiusta la cui totale soppressione non risultava possibile» ( corsivo nel testo). Peccato però che il voto riguardava non solo la soppressione di alcune prassi ingiuste, ma anche la legittimazione di altre prassi ingiuste. Gli fece eco l’Associazione Medici Cattolici Italiani che nello stesso giorno pubblicò sempre su L’Osservatore Romano un comunicato stampa in cui si poteva leggere quanto segue: «L’Associazione Medici Cattolici Italiani esprime soddisfazione per l’approvazione definitiva della legge sulla Fecondazione Medicalmente Assistita. Finalmente il far west e l’assoluto liberismo in un campo così delicato sono stati cancellati». Allora c’era il far west procreativo da eliminare, oggi c’è il far west di giudici e regioni che disciplinano la materia come vogliono. In un caso come in un altro si benedice l’intervento regolatorio del Parlamento.

Chiudiamo citando sant’Agostino, dato che per motivi pontifici va tanto di moda, e lo citiamo all’interno di un passaggio di Evangelium vitae: «Condividere l'intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un'ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta. “Non è mai lecito — scrive con sorprendente attualità sant'Agostino — uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere” (Epistula 204, 5)» (66). E se non è lecito aiutare un altro a togliersi la vita, a maggior ragione non è lecito votare una legge che lo permetta.



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