Sicilia, Forza Italia spinge per il Ddl sul suicidio assistito
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Due deputati forzisti hanno depositato all’Ars un disegno di legge pro suicidio. Un testo incostituzionale ma che serve a fare pressioni sul governo nazionale, per normalizzare una pratica contraria al bene comune. E a suo tempo stigmatizzata, tra gli altri, dal beato Livatino.
Dopo il Veneto a guida Lega, la Sicilia potrebbe diventare la seconda regione governata dal centrodestra ad approvare una legge sul suicidio assistito. Il 6 settembre 2026, domenica, due deputati regionali di Forza Italia hanno depositato per via telematica all’Assemblea regionale siciliana (Ars) un disegno di legge che intende attuare le sentenze della Corte costituzionale n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024. I deputati che hanno presentato il Ddl sono Salvo Tomarchio, primo firmatario, e Stefano Pellegrino, capogruppo di Forza Italia all’Ars.
Il testo si compone di quattordici articoli con cui i suoi promotori si propongono di colmare il «vuoto» – com’è scritto nella relazione illustrativa – che il Parlamento nazionale non ha ancora colmato nonostante i richiami della Consulta. In realtà, ancora una volta, si tratta di un argomento tirato in ballo a sproposito. Innanzitutto, perché il Parlamento non ha alcun obbligo di legiferare (la Corte costituzionale non glielo può imporre) e poi perché in Italia non esiste un vuoto normativo in materia, in quanto la sentenza 242/2019 «è applicabile direttamente sia dai giudici penali, sia dalle Asl», come ha spiegato il magistrato della Cassazione, Giacomo Rocchi. Prova ne è il (triste) fatto che in Italia, dopo quella sentenza del 2019, delle persone si sono tolte la vita con il suicidio assistito anche senza che vi fosse alcuna legge regionale in vigore. Piuttosto, come peraltro conferma l’esperienza dei Paesi dove c’è una normativa pro suicidio, l’approvazione di una legge porterebbe ad accrescere il numero di persone che si suicidano, aumentando la pressione sui più vulnerabili, checché ne dicano i promotori del Ddl siciliano, non rendendosi conto di due fatti elementari: 1) tutte le persone che chiedono il suicidio sono vulnerabili, comprese quelle più “consapevoli”; 2) una legge cambia la mentalità comune: la normalizzazione del suicidio per via legislativa avrà cioè l’effetto di “tentare” molti che al suicidio, altrimenti, non ci penserebbero nemmeno.
In sintesi, il Ddl mira a istituire presso ogni Azienda sanitaria provinciale una Commissione multidisciplinare permanente composta di base da sette membri (un medico palliativista, un neurologo, uno psichiatra, un medico legale, uno specialista in anestesia e rianimazione, uno psicologo clinico, un infermiere), integrata di volta in volta da uno specialista nella patologia di cui soffre chi chiede il suicidio assistito. L’aspirante suicida può chiedere che il suo medico di fiducia partecipi ai lavori della Commissione, pur senza diritto di voto. Dopo aver ottenuto parere favorevole al suicidio assistito, il paziente può somministrarsi la sostanza letale presso una struttura ospedaliera, un hospice o a casa.
Il fondamento della proposta di legge è l’articolo 2, secondo cui possono accedere al suicidio assistito «le persone in possesso dei requisiti individuati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale». Si tratta dei famosi quattro requisiti che devono ricorrere insieme: presenza di una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dalla persona che chiede il suicidio e che è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale ed è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Nella consapevolezza che la Consulta ha già cassato nella sostanza sia la legge regionale della Toscana sia quella della Sardegna, la relazione illustrativa esplicita che il Ddl «rinuncia a fissare termini perentori» per la procedura di approvazione ed esecuzione del suicidio. Ma ugualmente il testo siciliano, se verrà impugnato dal governo, potrà incorrere nella stessa sorte perché la Corte costituzionale, nelle sentenze su quelle due leggi regionali, ha già censurato anche «il procedimento di verifica del possesso dei requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito», perché questo rientra tra le scelte di competenza del Parlamento nazionale e richiede uniformità in tutto il Paese. Stesso discorso vale per l’art. 8 del Ddl depositato all’Ars, secondo cui «l’Azienda sanitaria provinciale assicura […] il supporto tecnico e farmacologico, i dispositivi eventualmente occorrenti e l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco»: anche una simile disciplina, come ha chiarito sempre la Consulta, è di competenza dello Stato.
Dunque, Forza Italia in Sicilia propone una legge di cui è già chiara l’incostituzionalità. Perché lo fa? Molto probabilmente per continuare a fare pressioni su quella maggioranza nazionale a cui lo stesso partito oggi appartiene, visto che Forza Italia negli ultimi tempi ha fatto del suicidio assistito e in generale dell’eutanasia un suo cavallo di battaglia, tradendo il bene comune e quelle che furono le battaglie del suo stesso fondatore, Silvio Berlusconi (vedi il caso Eluana).
I promotori si dicono consapevoli che «la materia divide», aggiungendo però che «un diritto che pone dilemmi umani, etici, culturali e personali resta un diritto» e negarne l’attuazione sarebbe «una decisione […] scaricata per intero su chi è malato e sulle sue persone care». È difficile capire in che modo il suicidio di un malato possa essere una decisione favorevole a lui e ai suoi cari… A proposito di “diritto”, san Tommaso direbbe che una norma contraria alla legge naturale «non è più legge ma corruzione della legge» (Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2). Ma se non vogliamo scomodare il Dottore Angelico, possiamo andare ai nostri tempi e leggere quanto diceva un giudice corregionale dei promotori del suddetto Ddl: il beato Rosario Livatino. Il quale, già il 30 aprile 1986, in una conferenza a Canicattì, commentando con preoccupazione (profetica) due vicende giudiziarie legate all’eutanasia, diceva che la questione «investe il diritto più importante per la fede e per il mondo giuridico: il diritto alla vita», fondamento di tutti gli altri diritti. E ricordava la chiarezza della morale cristiana che «si informa al principio dell’intangibilità, della sacralità e dell’inviolabilità della vita umana di cui solo Dio (che la dona) può disporre».
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