Minori non accompagnati, cavallo di Troia dell'immigrazione clandestina
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I dati del Garante per l'infanzia sui minori non accompagnati: 1 su 10 finisce nella delinquenza. Dati che raccontano il fallimento di anni di politiche migratorie e il paradosso di un’accoglienza che non è in grado di accogliere.
Un minore straniero non accompagnato su dieci finisce nel circuito della giustizia minorile. Tra i suoi coetanei italiani, la percentuale non arriva allo 0,4%. Un rapporto di 25 a uno.
È il dato che emerge dal report sui minori stranieri non accompagnati e la giustizia minorile, commissionato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e presentato il 23 settembre a Roma, nell’ambito dei progetti Fami 2021-2027 gestiti dal Viminale. Un lavoro quali-quantitativo, costruito su un campione di 80 ragazzi e sull’ascolto di circa 110 operatori tra uffici di servizio sociale e istituti penali minorili, che il presidente dell’Autorità garante, Marina Terragni, non esita a definire fonte di «allarme sociale».
Scomponendo il dato per nazionalità, la fotografia cambia sensibilmente. Nel campione analizzato dal Garante, i minori tunisini autori di reato pesano per il 43,8%, seguiti dagli egiziani al 33,8%; tutte le altre cittadinanze messe insieme si fermano al 22,5%. Due Paesi, un solo filo conduttore: lo sbarco. Il 79% del campione complessivo è arrivato via mare, percentuale che sale all’85% tra gli egiziani e schizza all'89% tra i tunisini. Non è un caso isolato: tra giugno 2023 e dicembre 2024, egiziani (4.666 minori) e tunisini (4.343) hanno rappresentato insieme il 35,3% di tutti gli sbarchi di minori non accompagnati registrati in Italia, su un totale di 25.534 arrivi.
È il caso tunisino, in particolare, a restituire la sproporzione più clamorosa. Secondo la banca dati del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, i ragazzi egiziani costituiscono il 31,84% del totale dei minori non accompagnati presenti sul territorio, mentre i tunisini si fermano appena al 4,8%. Nel 2025, i minori tunisini rappresentavano il 17,2% degli stranieri in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni, contro l’11% degli egiziani. Che cosa significa tutto ciò? Che «le caratteristiche specifiche della catena migratoria e le particolari condizioni di fragilità che connotano i contesti di partenza possono costituire una delle chiavi di lettura dei fattori di rischio per i minori stranieri non accompagnati di fare ingresso nel circuito penale», risponde il Garante.
Se si allarga lo sguardo ai dati aggiornati al 2 settembre dal Ministero della Giustizia, il quadro si fa ancora più nitido — e ancora più inquietante. Le indagini sui crimini commessi dai minorenni presi in carico per provvedimenti di natura penale, tra servizi minorili residenziali e servizi sociali per i minorenni, parlano chiaro: 22.957 i minorenni complessivamente presi in carico. Di questi, 5.416 sono stranieri, il 23,6% del totale, e tra loro 3.257 provengono da Paesi del Nord Africa e dell’Africa subsahariana.
È sui reati contro la persona e il patrimonio — furto e rapina in testa — che la sproporzione esplode: 19.299 quelli commessi da minori stranieri, contro i 40.512 degli italiani. Un numero che, preso da solo, potrebbe apparire tutto sommato minoritario. Ma che rivela la sua vera gravità non appena lo si legge alla luce del peso demografico dei due gruppi. Sulle rapine, poi, arriva anche il sorpasso: 3.979 i minorenni stranieri che le hanno commesse, contro i 3.900 degli italiani.
Sono numeri che, a un’analisi anche solo elementare, lasciano senza fiato: una minoranza che pesa per appena l’1% della popolazione arriva a rappresentare un terzo dei reati più gravi contro la persona e il patrimonio — il 32% del totale — e la maggioranza assoluta delle rapine. Un’anomalia statistica che nessuna narrazione può più permettersi di ignorare.
E i dati, va detto, non lasciano intravedere alcun orizzonte confortante. Dal report del Garante per l’infanzia e l’adolescenza emerge «anzitutto la grande fatica percepita dagli operatori nella gestione dei minori stranieri non accompagnati. Dai focus group emerge la difficoltà degli operatori nel confrontarsi con situazioni caratterizzate da elevati livelli di complessità e nel trasformare la presa in carico in percorsi educativi, rieducativi, riabilitativi o terapeutici strutturati. Il sistema appare spesso impegnato soprattutto nel contenimento di situazioni difficili, più che nella possibilità di incidere sulle traiettorie individuali».
E se a delinquere di più sono proprio i ragazzi arrivati attraverso gli sbarchi significa una cosa sola: esistono filiere criminali organizzate che continuano a riversare sulle nostre coste giovanissimi destinati, in percentuale rilevante, a finire nella devianza.
Il rapporto individua tuttavia anche un possibile argine: l’accoglienza specializzata dei Sai minori — il Sistema di accoglienza e integrazione — che sembra offrire un presidio educativo capace di contenere i rischi meglio delle comunità educative generiche e dei Cas, i centri attivati in via straordinaria quando il sistema ordinario non regge più. Il tutto, va ricordato, però, è interamente a carico dello Stato italiano.
Il report spiega, poi, che una volta entrati nel sistema della giustizia minorile, circa il 30% dei ragazzi accede alla messa alla prova. Oltre sei su dieci, invece, transitano almeno una volta in un istituto penale minorile, e quasi la metà vi arriva già al primo reato. Un dato impressionante se raffrontato alla popolazione minorile complessiva: gli ingressi in Ipm dei minori stranieri non accompagnati sono sedici volte superiori a quelli degli italiani, e quasi sei volte superiori a quelli degli altri stranieri.
«Non tutte le storie sono uguali», ha aggiunto Terragni. Da qui l’appello a rafforzare il ruolo dei Comuni come perno del sistema, perché, spiega il Garante, è dalla capacità degli enti locali di garantire continuità nella presa in carico che dipende, in ultima analisi, ‘'efficacia di ogni intervento. Ma è un onere, quello sui Comuni, sempre più difficile da sostenere di fronte a una crisi che non accenna a fermarsi.
Il quadro si inserisce, del resto, in una tendenza di fondo che non lascia dubbi. Dall’inizio del 2026 sono sbarcati in Italia 4.440 minori non accompagnati, oltre un quinto del totale degli arrivi via mare dell’anno. Nel 2025, erano stati 12.177, contro gli 8.752 del 2024 e i 18.820 del 2023. Numeri che, letti insieme ai dati del Garante, raccontano qualcosa di più profondo delle sole statistiche giudiziarie: raccontano il fallimento di anni di politiche migratorie che non hanno mai davvero fatto i conti con il peso strutturale — scaricato sulle spalle dello Stato e dei Comuni. E raccontano, soprattutto, il paradosso di un’accoglienza che non è in grado di accogliere, e che finisce per consegnare questi ragazzi, minorenni, nelle braccia della criminalità organizzata, dell’abbandono sociale, o di neonate baby gang di stranieri che nascono spontaneamente. Un problema antico, che un’indagine può mettere a fuoco con i numeri, ma che la cronaca quotidiana delle nostre città — tra insicurezza e degrado — racconta ogni giorno.
È dal 2017 che, con la legge Zampa (Pd), l’Italia ha reso obbligatoria l’accoglienza dei minori non accompagnati. Le inchieste, nel frattempo, hanno dimostrato come quello dei minori sia uno dei cavalli di Troia dell’immigrazione iregolare: molti mentono sull’età per sbarcare con controlli meno stringenti. Un sistema che la Gran Bretagna conosce bene, mentre la Francia, da anni, prova a farci i conti.

