Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Natività della Beata Vergine Maria a cura di Ermes Dovico
L’intervista ad Avvenire

Suicidio assistito, Pegoraro appoggia l’inganno del male minore

Ascolta la versione audio dell'articolo

Parlando al quotidiano della Cei, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita fa alcune affermazioni problematiche. In particolare dà un giudizio positivo alla legge sulle Dat e avalla una possibile legge sul suicidio assistito che risponda alla logica del male minore. Una logica che però è contraria al magistero della Chiesa e fallimentare.
- Centrodestra alla deriva, in Sicilia Ddl pro suicidio, di Ermes Dovico

Vita e bioetica 08_09_2026
Mons. Renzo Pegoraro (ImagoEconomica)

Domenica scorsa, 6 settembre, Avvenire ha intervistato monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav). I temi dell’intervista sono stati la recente legge sul suicidio assistito varata dalla Regione Veneto e una futura legge nazionale sulla medesima materia. Molti passaggi argomentativi di mons. Pegoraro sono assolutamente da condividere, in specie laddove spiega che le derive giuridiche su eutanasia e suicidio assistito sono l’effetto di una cultura tanatofila che ha già accettato il dare o il darsi la morte come soluzione al dolore.

Però vi sono altri passaggi che appaiono problematici. Ad esempio, ad un certo punto, mons. Pegoraro afferma: «Esiste, in Italia, l’obbligo in capo allo Stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti». Spesso negli interventi di uomini di Chiesa e di politici non si comprende se certe argomentazioni si articolino sul piano meramente descrittivo o su quello valutativo. In parole semplici: il presidente della Pav ci sta solo dicendo che è un fatto che la volontà del malato di non curarsi è rispettata dallo Stato o che, insieme alla descrizione di questo fatto giuridico, è anche un bene che il malato possa rifiutare persino trattamenti salvavita? Non si sa. Al di là di questa ambiguità, sarebbe stato però opportuno ricordare che noi abbiamo il dovere morale di curarci (seppur sia un dovere non assoluto) e che lo Stato, dal punto di vista etico e quindi anche giuridico, può obbligarci alle cure, in specie a quelle salvavita. A riprova di ciò rammentiamo la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, il cosiddetto Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, le vaccinazioni obbligatorie, i trattamenti sanitari obbligatori anche su persone capaci di intendere e volere, i periodi coattivi contumaciali per esigenze profilattiche, l’obbligo delle cinture di sicurezza, eccetera: tutte normative che tutelano la salute e la vita dei singoli anche contro la volontà degli stessi.

Torniamo all’intervista di Avvenire e ad un altro passaggio problematico: «In Parlamento – dichiara Pegoraro – si dovrebbe discutere con serietà e coraggio di questo tema: serve una legge per uniformare in Italia i limitati cambiamenti che la Consulta ha apportato? Non è scontato». Anche qui l’ambiguità non permette bene di comprendere il giudizio del presidente della Pav. Questi si riferisce al versante giuridico o a quello morale? Nella prospettiva meramente giuridica potremmo condividere il giudizio di Pegoraro: le procedure di suicidio assistito possono tranquillamente eseguirsi anche senza una legge nazionale, come è provato dai plurimi suicidi avvenuti in diverse regioni italiane grazie all’intervento delle amministrazioni sanitarie locali. Ma, anche qui, era necessario che mons. Pegoraro formulasse un giudizio morale fortemente critico verso una possibile legge nazionale sul suicidio assistito. Tale legge, con tutte le migliorie possibili e immaginabili, rimarrebbe comunque una legge intrinsecamente ingiusta e come tale da rifiutare in radice. Questo ci saremmo aspettati di sentire da parte di un presidente della Pav.

E invece, più avanti, ecco che quest’ultimo supera il giudizio ambiguo prima formulato, esprimendo il proprio avallo a questa legge pro suicidio assistito qualora la discussione riprendesse in Parlamento: «Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita». È l’immortale principio del male minore così caro a sterminate schiere di cattolici e prelati: compiamo noi ora un male minore per evitarne uno peggiore in futuro. Anticipiamo noi gli altri nel fare il male. Se le leggi cosiddette imperfette sono leggi ingiuste, dal punto di vista morale, non si possono votare. Infatti votare a favore significa sul piano morale approvare, e mai si può approvare una ingiustizia: si tratterebbe di un’azione intrinsecamente malvagia. E, come ricordava Paolo VI in Humanae vitae al n. 14, mai si può compiere il male anche in vista di un fine buono come sarebbe quello di evitare il varo di una eventuale futura legge più ingiusta e anche stretti da necessità. E nemmeno ci si potrebbe appellare al n. 73 di Evangelium vitae perché in quel numero Giovanni Paolo II ci dice semplicemente che se non è possibile abrogare in toto una legge ingiusta è moralmente lecito limitarne i danni – ad esempio abrogando solo una sua sezione – posto che l’azione di limitazione sia essa stessa moralmente buona. Ma approvare una legge ingiusta meno ingiusta di un’altra è un atto limitativo dei danni malvagio e non buono (in modo poco elegante rimandiamo a T. Scandroglio, Legge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis).

Inoltre sul piano pratico la strategia del male minore sarebbe ugualmente fallimentare. Infatti una legge meno ingiusta di un’altra prima o poi diventerà anch’essa massimamente ingiusta. È stato il caso della 194 che ha aperto la strada all’aborto chimico; della legge 40/2004 che è stata demolita dalla Consulta negli anni diventando sempre più permissiva; della legge sul divorzio che oggi permette il divorzio express; della stessa legge 219/2017 che ha permesso le plurime sentenze della Corte costituzionale a favore del suicidio assistito e che sarà il precedente necessario ad una futura legge nazionale sull’aiuto al suicidio. Dunque una simile legge non solo deve essere bocciata sul piano morale in modo netto e senza cedere a compromessi, ma deve essere rigettata anche su un piano meramente pragmatico, meramente utilitaristico. E quindi come si fa ad essere così miopi da non comprendere che accettata la ratio di una legge ingiusta – in questo caso: è legittimo farsi aiutare a suicidarsi – sarà impossibile vietare modalità sempre più permissive per applicare questa stessa ratio? Come non rendersi conto che sarà impossibile non far saltare tutti i paletti con cui è stata perimetrata una tale legge per non renderla troppo ingiusta? La storia recente sulle leggi eticamente sensibili non ha insegnato nulla?

Dunque, mons. Pegoraro considera giusto votare a favore di una legge sul suicidio assistito perché altrimenti il centrosinistra ne voterà una peggiore (a margine: e chi lo dice che di certo avverrà?). Il presidente della Pav non poteva che esprimersi così verso questa futura ed eventuale legge; infatti nell’intervista ha espresso uguale giudizio positivo nei confronti della legge 219/2017 che ha legittimato alcune modalità eutanasiche e di suicidio (seppur non assistito). «Non è superfluo – afferma Pegoraro – sottolineare che, grazie alla legge 219/2017 sul consenso informato e le Dat e alla legge sulle cure palliative 38/2010, la maggior parte delle situazioni e delle storie personali di chi è gravemente malato possono essere affrontate alla luce di questa normativa». Un secondo ed esplicito giudizio positivo su una legge che è eutanasica.

Un ultimo commento: perché stupirsi che tali leggi vengono approvate se gli stessi vertici della Chiesa oggi le appoggiano?



contraddizione

Se il diritto si autodistrugge: il paradosso del male minore

23_12_2025 Daniele Trabucco

Aborto legale per evitare aborti clandestini, legge sul fine vita per frenare l'eutanasia: è un espediente prudenziale frequente ma insostenibile. Se un comportamento lede un bene, la ragione non può illudersi che per rimediare basti istituzionalizzarlo.

il confronto

Il “male minore” non trasforma in bene il voto sul fine vita

Cos’hanno in comune la proposta di legge Un cuore che batte e il ddl sul suicidio assistito? Nulla: la prima mira a limitare un danno voluto da altri, il secondo invece il danno lo permette, anche se vuole impedirne uno maggiore. Ma l’ingiustizia resta.

fine vita

Quanti danni fanno i cattolici della riduzione del danno

15_07_2025 Stefano Fontana

Ogni volta che si pone un grave problema legislativo su un rilevante tema etico ove sia in ballo qualche principio non negoziabile emerge sempre qualcuno che propone una riduzione del danno. I cattolici fanno una gran fatica ad imparare dal passato: i paletti cadranno uno dopo l'altro. 

Centrodestra alla deriva

Sicilia, Forza Italia spinge per il Ddl sul suicidio assistito

08_09_2026 Ermes Dovico

Due deputati forzisti hanno depositato all’Ars un disegno di legge pro suicidio. Un testo incostituzionale ma che serve a fare pressioni sul governo nazionale, per normalizzare una pratica contraria al bene comune. E a suo tempo stigmatizzata, tra gli altri, dal beato Livatino.