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IL CASO RICCI SARGENTINI

Cronista sospesa: c'è un problema di libertà al Corriere?

La giornalista del Corriere Ricci Sargentini critica un articolo di Saviano sulla prostituzione e viene sospesa. Ma pesano su lei anche le critiche al Ddl Zan. Smarcarsi dal pensiero unico su temi così delicati può costare caro.

Editoriali 26_04_2022

Si dice sempre che la libertà di opinione è sacra, ma molti lo dicono senza crederci più di tanto. Anzi, se qualcuno osa criticare il loro pensiero, la censura diventa quasi un’arma di legittima difesa. Se questo capita in politica, è deplorevole ma in qualche modo comprensibile, perché da sempre le élite dominanti cercano di marginalizzare e imbavagliare il dissenso. Se invece si verifica nel giornalismo, i rischi per la democrazia sono ancora più elevati. Non può infatti esserci democrazia senza libertà d’informazione. Lo sanno i governi, lo sanno gli editori, lo sanno i giornalisti.

Quanto accaduto a Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera sospesa per tre giorni dalla testata per aver osato criticare il pensiero di Roberto Saviano, riporta le lancette dell’orologio della storia ad epoche che credevamo per sempre superate, e svela quanto fragile sia nel nostro Paese il rispetto dei punti di vista altrui, soprattutto quando contrari alla mentalità dominante.

La solidarietà espressa alla giornalista dal Comitato di redazione (Cdr) di via Solferino e dall’Associazione stampa romana (ma non da quella lombarda) la dice lunga su quanto disagio abbia provocato il provvedimento preso dalla direzione del quotidiano diretto da Luciano Fontana e dall’azienda Rcs. Si tratta, infatti, di una decisione senza precedenti.

 

Monica Ricci Sargentini è stata sospesa per tre giorni - lavoro e stipendio - dalla direzione e dall’azienda per aver girato a un’amica il testo di una protesta di alcune associazioni contro il suo giornale e, in difesa della legge Merlin che regola la prostituzione. L’allegato Sette del Corriere, diretto da Barbara Stefanelli, aveva pubblicato un’opinione di Roberto Saviano in favore del riconoscimento e della regolamentazione della prostituzione. Contro di lui si erano schierate alcune associazioni femministe.

La giornalista ha girato a un’amica una mail di fuoco scritta da queste associazioni, e questa amica l’ha incautamente girata alla redazione e quindi alla stessa Stefanelli e a Luciano Fontana: «Mi chiedo come un giornale di tale diffusione e importanza in Italia possa difendere un’informazione tanto parziale, superficiale e dannosa. Da dove arriva tanta misoginia al Corriere della Sera e a chi lo dirige? L’articolo di Saviano che avete ospitato nelle vostre pagine è scandaloso per contenuto e per superficialità e ritengo la testata responsabile di diffondere cultura da carta straccia, solo per conformismo ammantato di radicalità rivoluzionaria. Come si può paragonare la legalizzazione della marijuana alla legalizzazione della prostituzione. Ma si, certo, siamo carta igienica noi donne in fondo», si legge nella mail di protesta delle associazioni. La tesi espressa da Saviano è assai gettonata in un certo mondo liberal: «…perché criminalizzare un fenomeno non lo elimina, regolamentarlo, invece, tutela chi vi è coinvolto», con riferimento al “sex work”. 

Le associazioni lo tacciano di misoginia e lo biasimano e la Ricci Sargentini, condividendo lo spirito di quella lettera, la gira a una amica. E’ legittimo esercizio del diritto di critica o, come denuncia la direzione del Corriere della Sera nella formale lettera di richiamo inviata alla giornalista, una esternazione che «danneggia l’immagine del giornale» e crea «problemi al sistema informatico, intasato dalle mail di protesta»? 

Ricci Sargentini si è rivolta a un legale per replicare al richiamo, e le è stata inflitta, come detto, una sospensione per 3 giorni dal lavoro e dallo stipendio.

Le reazioni del mondo del giornalismo non si sono fatte attendere. Come si fa a punire una giornalista che, sia pure con toni veementi e accalorati, ha difeso una legge dello Stato, la 75/1958, meglio nota come legge Merlin? Va peraltro ricordato che la Consulta anche alcuni anni fa (sentenza 20 dicembre 2019, n.278) ha ribadito la conformità costituzionale di quella normativa. Ricci Sargentini ha mostrato di condividere la legittima e spontanea opinione di tantissime donne e femministe che non ritengono opportuna la legalizzazione della prostituzione. Ed è giusto che, sul piano professionale, paghi per questo? Solo perché a finire nel suo mirino è un illustre editorialista del suo quotidiano? Il valore costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero soccombe di fronte a logiche aziendali e d'elite?

Evidentemente se lo sono chiesti anche i giornalisti del Corriere della Sera, che hanno scritto a Luciano Fontana una lettera stringata ma dai toni perentori: «Caro direttore, ti scriviamo riguardo alla lettera e al  provvedimento disciplinare conseguente che hanno raggiunto la collega Monica Ricci Sargentini e che oggi sono diventati di dominio pubblico. Li riteniamo gravi e inusuali sia per la collega che per la storia del Corriere e dei rapporti tra la Direzione e la redazione. Ti chiediamo quindi di far ritirare la sanzione ex art.7 L.300/70 che giudichiamo inappropriata per la collega e lesiva per l’immagine stessa del giornale e della sua redazione. Un saluto, Comitato di redazione (Cdr)». Anche l’Associazione della stampa romana chiede la revoca della sanzione, mentre stupisce che l’Associazione lombarda dei giornalisti non si sia ancora espressa.

Si sa che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, come amava ripetere Giulio Andreotti, e allora non appare affatto campata per aria l’ipotesi che Ricci Sargentini non stia pagando per questa sua presa di posizione, ma per altre esternazioni contro il Ddl Zan e l’utero in affitto, che avrebbero infastidito forze di governo e certo mondo giornalistico che conta. Smarcarsi dal pensiero unico su temi così delicati può costare caro. Evidentemente non si può escludere che le cose siano andate così. Ma se anche non fosse questo il movente, si tratta comunque di una vicenda che non può lasciar tranquilli quanti, nel nostro Paese, hanno realmente a cuore la libertà d’informazione e credono ancora che ci si possa confrontare con tutti, senza dover pagare per le proprie legittime opinioni, tanto più se espresse nel sacrosanto esercizio della professione giornalistica e quindi del diritto di cronaca e di critica.