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LE VIOLENZE DI JARANWALA

Cristiani in Pakistan, stretti fra leggi anti-blasfemia e pogrom

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Un sospetto di profanazione e una misteriosa lettera dai contenuti blasfemi di cui non si conosce l'autore. Bastano queste due voci per scatenare l'ira delle masse di Jaranwala (Pakistan) contro la comunità cristiana. Chiese e abitazioni attaccate e bruciate. Il parlamento inasprisce la legge sulla blasfemia.

Libertà religiosa 18_08_2023
Una delle chiese bruciate a Jaranwala

Il 16 agosto, in Pakistan, una ondata di violenza si è abbattuta sui cristiani di Jaranwala, città del distretto di Faisalabad. A provocarla è stato il ritrovamento di alcune pagine del Corano strappate e sparse per terra e di una lettera contenente commenti offensivi nei confronti del profeta Maometto e in cui si faceva il nome di un cristiano, Raja Masih. Violare il Corano e insultare Maometto sono considerati atti gravi di blasfemia in Pakistan, punibili con pene fino all’ergastolo e alla pena di morte. Quando la notizia è circolata tra la gente, diffusa dagli altoparlanti delle moschee, gruppi di persone indignate hanno incominciato a radunarsi. In breve tempo erano centinaia. È bastato che da alcune moschee partisse l’appello, “andate e uccidete i cristiani”, e la furia collettiva si è scatenata. Chiese, abitazioni e negozi di cristiani sono stati devastati, saccheggiati e dati alle fiamme.

Secondo l’agenzia di stampa AsiaNews, sono state colpite sei chiese: tre presbiteriane, una della Full Gospel Assembly, una dell’Esercito della salvezza e una cattolica, la St Paul Church, stando al quotidiano Al Jazeera. L’agenzia CNA, Catholic News Agency, parla invece di fino a 15 chiese profanate e danneggiate e di centinaia di case di cristiani distrutte, basandosi su un comunicato di Maria Lozano, capo ufficio stampa dell’organizzazione non governativa Aid to the Church in Need International (ACN). Insieme a Raja Masih, che risulta essere analfabeta e quindi non può essere autore della lettera, la ACN sostiene inoltre che anche un altro cristiano, Rocky Masih, è stato accusato degli atti blasfemi.

Da un primo riscontro, fortunatamente non si registrano vittime, sembra che tutti i cristiani siano riusciti a mettersi in salvo nonostante che i dimostranti avessero anche bloccato alcuni incroci importanti. Sono almeno 2mila le persone fuggite per sottrarsi alla violenza. Uno degli scampati, Yassir Bhatti, ha raccontato all’agenzia di stampa Afp: “hanno rotto le finestre e le porte e hanno portato via frigoriferi, divani, sedie e altri oggetti domestici per ammucchiarli davanti alla chiesa e bruciarli. Hanno anche bruciato e profanato le Bibbie, sono stati spietati”.

L’arrivo dei vigili del fuoco e degli agenti di sicurezza non è valso a fermare la violenza che è continuata per tutto il giorno. Il capo della polizia Bilal Silhari, affiancato dal mufti Muhammad Younis Rizvi, ha tentato di placare la folla facendo appello alla moderazione e assicurando che contro i responsabili degli atti blasfemi sarebbero stati presi immediatamente provvedimenti. Ma, si legge nel comunicato di ACN, “gli aggressori hanno continuato a devastare, gettare mobili per le vie, dare fuoco a chiese e case, chiedendo che i presunti colpevoli fossero uccisi”.   

Il gravissimo episodio di violenza riflette il crescente clima di tensione, ostilità e intolleranza nei confronti della minoranza cristiana. Il Pakistan è tra i paesi in cui la persecuzione dei cristiani è estrema. La World Watch List, l’elenco dei 50 stati in cui i cristiani sono più duramente perseguitati pubblicata e aggiornata ogni anno dalla associazione Open Doors, lo colloca in settima posizione, tra la Nigeria e l’Iran. Il 7 agosto il  senato ha approvato un emendamento alla legge sulla blasfemia che ne inasprisce le sanzioni portando da tre a non meno di 10 anni, e fino all’ergastolo, le pene per chi insulta i compagni, le mogli e i famigliari di Maometto. Nello stesso giorno, la Camera bassa ha approvato una legge presentata dalla Commissione nazionale per le minoranze che avrebbe dovuto meglio garantire i diritti delle minoranze religiose, ma che a detta dei loro portavoce ha ignorato le richieste di maggiore protezione e tutela.

AsiaNews ha riportato un commento del presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, l’arcivescovo di Islamabad-Rawalpindi monsignor Joseph Arsad che ha chiesto al governo della provincia del Punjab, di cui Jaranwala fa parte, provvedimenti immediati contro gli autori delle violenze. “Questi incidenti – ha scritto in una nota diffusa dalla diocesi – aprono la strada all’insicurezza per le minoranze che vivono in Pakistan. I nostri luoghi di culto e la nostra gente non sono al sicuro. Vi sia un’indagine trasparente su questo tragico indicente in modo che sia ristabilito il primato della legge e della giustizia e si costruisca una società migliore nell’armonia e nel rispetto per le religioni”.

Padre Khalid Rashid Asi, direttore della Commissione per la Giustizia e la pace della diocesi di Faisalabad, ha chiesto a sua volta l'intervento immediato della polizia e la salvaguardia delle residenze e delle chiese cristiane per evitare ulteriori danni e disordini. “L'incidente di Jaranwala – ha dichiarato ad AsiaNews – mostra l'estrema necessità di affrontare l'escalation delle tensioni. Ho il cuore spezzato: in questi giorni avevamo espresso le nostre preoccupazioni e chiesto al governo di proteggere le minoranze religiose; è passato appena un giorno dalla festa dell’indipendenza (15 agosto, n.d.A.) e siamo testimoni di un incidente così brutale. Questo è il vero motivo per cui il nostro Paese non è in buoni rapporti con la comunità internazionale e sta affrontando molteplici problemi politici e finanziari”.