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Cosa vuol dirci Juncker sui "diritti degli africani"

Jean Claude Juncker, presidente della Commissione Ue, si dice preoccupato per la tutela dei diritti degli africani in Italia, a causa del nuovo governo incaricato. Ma perché proprio gli africani? E perché ignorare la questione dell'illegalità dei clandestini? Forse perché nello stesso incontro ha promesso altri aiuti all'Unione Africana.

Mahmat (UA) e Juncker (UE)

Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker è preoccupato per gli immigrati che si trovano in Italia. Il 23 maggio, rispondendo durante una conferenza stampa a una domanda sul futuro governo italiano, ha detto: “non giudichiamo i governi su quello che annunciano, ma su quello che fanno. Ma restiamo attenti, per salvaguardare interamente i diritti degli africani che si trovano in Italia”. Doveva pensare soprattutto agli immigrati irregolari perché poi ha aggiunto: “saremo attenti che i rimpatri degli africani che non hanno diritto a restare in Europa rispettino le regole dei diritti umani”.

D’ora in poi bisognerà vigilare, “restare attenti”, tenere d’occhio l’Italia perché potrebbe violare i diritti degli immigrati. In sostanza è questo che ha detto il presidente Juncker offendendo il nostro paese, invece di promettere al nuovo governo, come avrebbe dovuto, pieno sostegno, finalmente, e azioni concrete per rendere possibile il rimpatrio delle centinaia di migliaia di persone sbarcate in Italia illegalmente, che per il viaggio in clandestinità si sono rivolte a organizzazioni criminali, che hanno mentito all’arrivo sul motivo per cui hanno lasciato il loro paese e addirittura hanno fornito una falsa identità. 

“I diritti degli africani”, “i rimpatri degli africani”, chissà perché non quelli dei pachistani, degli afghani e di ogni altra nazionalità, anche loro quasi tutti destinati a tornare in patria. Sono infatti meno del 10%, poche migliaia ogni anno, le persone che meritano lo status di rifugiato chiesto alle autorità italiane. Di quelle il nostro paese è in grado di prendersi cura. Di tutti gli altri è costretto a farlo finchè la loro richiesta di asilo non viene respinta in appello e in Cassazione, mettendo fine al loro diritto di risiedere in Italia: diritto che per ogni immigrato irregolare inizia nel momento in cui chiede lo status di rifugiato, sostenendo di essere un profugo, evitando così, come prevede la Convenzione di Ginevra per i rifugiati, le sanzioni penali a motivo della sua entrata o del suo soggiorno illegale e ottenendo di non essere espulso e rinviato in patria o in qualsiasi altro territorio in cui la sua vita e la sua libertà siano minacciate.

Juncker ha parlato solo dei diritti degli africani forse perché in effetti è dall’Africa che proviene la maggior parte degli immigrati irregolari. Inoltre durante la conferenza stampa al suo fianco c’era il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahmat, a Bruxelles per rafforzare e intensificare la cooperazione con l’UE.

Per inciso, l’incontro è servito in altre parole a concordare nuovi finanziamenti europei all’Unione Africana: altri 400 milioni di euro, per incominciare, per la realizzazione di progetti continentali e regionali e per rafforzare le capacità istituzionali della Commissione dell’UA. Serviranno tra l’altro per investimenti nel settore agricolo, agroalimentare e nell’economia digitale, in attività di “coinvolgimento innovativo dei giovani”, per rafforzare i programmi di scambio tra università africane migliorare il riconoscimento delle qualifiche a livello continentale.

Inutile dire che l’UA, i suoi dipendenti, i suoi progetti, le sue iniziative dovrebbero essere finanziati dai paesi membri, così come succede per ogni altro organismo internazionale. Invece i contribuenti europei lavorano anche per consentire all’Unione Africana di esistere. Persino i militari UA impegnati in Somalia nella missione di peacekeeping Amisom contro i jihadisti al Shabaab sono pagati dall’UE.

Tornando a Juncker, il presidente di una istituzione non parla a titolo personale, le sue affermazioni rispecchiano la posizione dell’organo esecutivo dell’Unione Europea. Quindi il Ministero degli Affari Esteri italiano ha doverosamente risposto il giorno successivo con una nota: “l’auspicio dell’Italia – vi si legge – è che tutta l’Ue concorra alla responsabilità per i salvataggi in mare, ai rimpatri e alla cooperazione con i paesi di origine e transito, affinché non sia l’Italia a dover sopportare tutto il peso dei flussi migratori che si creano nel Mediterraneo, come invece avviene da anni”.

La Farnesina avrebbe potuto ricordare al presidente Juncker che l’Italia “sopporta da anni tutto il peso dei flussi migratori” nonostante che “Le migrazioni” rappresentino una delle dieci priorità indicate dalla Commissione europea per il 2015-2019. “È evidente – si legge sul sito web della Commissione alla pagina intitolata “Verso un’agenda europea sulla migrazione” – che nessuno stato dell’UE può o deve far fronte all’immane pressione migratoria da solo. L’agenda della Commissione europea sulla migrazione presenta una risposta europea che unisce politica interna ed estera, sfrutta al meglio le agenzie e gli strumenti dell’UE e coinvolge tutti: i paesi e le istituzioni dell’UE, le organizzazioni internazionali, la società civile, le autorità locali e i partner internazionali al di fuori dell’UE”.

Il quinquennio in cui l’Europa dovrebbe varare una agenda sulla migrazione è quasi trascorso.