• IL FILM

Come prima, alla ricerca del padre perduto

Diretta da Tommy Weber, Come prima è una co-produzione italo-francese a sfondo storico-familiare. I protagonisti sono due fratelli procidani diversissimi, il maggiore dei quali reduce dalla militanza nelle Camicie Nere e stabilitosi in Francia, lontano dai propri cari. Fino a quando il fratello minore non lo rintraccia...

Come prima (una scena del film)

Nel cinema, la brevità è spesso sinonimo di qualità. Così è nei 96 minuti di Come prima, diretto da Tommy Weber, co-produzione italo-francese a sfondo storico-familiare. Fine anni ’50: Fabio (Francesco Di Leva) e André (Antonio Folletto) sono due fratelli procidani diversissimi e non solo per età. Durante il Ventennio, Fabio è entrato nelle Camicie Nere, quando André era ancora un bambino; poi, finita la guerra, dopo una serie di peripezie si è stabilito in Francia, perdendo completamente i contatti con la famiglia. La sua scelta ideologica lo ha allontanato dai propri cari. Un distacco doloroso e radicale, che però Fabio sarà costretto ad affrontare, dopo una quindicina d’anni, nel momento in cui André si è messo in viaggio alla disperata ricerca del fratello.

I due si rincontrano nei bassifondi della cittadina normanna di Dieppe, al termine di un incontro di boxe. Oltre a fare il pugile, Fabio vive di espedienti e frequenta pessime compagnie. André gli comunica che il padre è morto e lo invita a seguirlo per il funerale. Fabio, in cuor suo, non prova nessun dolore. La famiglia è per lui un ricordo lontano, quasi rimosso. Alla fine, accetta, con molta riluttanza, mosso più da una prospettiva di eredità che non dal risveglio di un affetto o di una qualche commozione.

Segue un lungo e rocambolesco viaggio in automobile, dal Nord della Francia al Sud Italia, durante il quale André corregge il tiro e confessa al fratello di aver mentito: il padre, in realtà, non è ancora morto ma è ormai agonizzante e vorrebbe salutare per l’ultima volta anche il figlio che più lo ha fatto addolorare. Per la prima volta in tutta la loro vita, i due fratelli si ritrovano fianco a fianco, ininterrottamente, per una buona manciata di giorni. Emergono, tutte le loro differenze: André deve fare i conti con il temperamento rissoso e animalesco del fratello ma anche con i propri traumi irrisolti. Tentare di rintracciare Fabio e provare a intavolare con lui un discorso serio è stata una vera scommessa e non è detto che si rivelerà vincente.

Come prima non è un film privo di limiti: la retorica antifascista emerge qua e là, in modo un po’ troppo sfacciato. Inoltre, il physique du role dei due protagonisti pare quasi tagliato con l’accetta. Troppo impetuoso e corpulento il fratello maggiore, troppo esile e mite il più giovane. Ciononostante, è un film da vedere, pieno di spunti che riscattano le grossolanità menzionate. In primo luogo, rispolvera la dimensione del viaggio come ricerca interiore e crescita personale. La splendida fotografia (indimenticabili le scene girate a Procida) offre uno spaccato della provincia francese e italiana, fine anni ’50, in bilico tra un mondo rurale ancestrale, ormai avviato al declino, e i primi vagiti di un benessere di massa, meno esaltante di quello che appare.

Ciò che però più incoraggia la visione del film è il vero tema di fondo: quello della paternità/figliolanza. Fabio e Andrea sono simili ai due coprotagonisti della parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32), con la differenza che, in questo film, a fuggire dal focolare domestico è il fratello maggiore. Entrambi sono accomunati da un rapporto filiale da ricostruire o da ridefinire e possono farlo soltanto riallacciando una relazione fraterna. C’è un richiamo profondo verso la figura del padre che va molto oltre l’immaginazione di ciascuno e i propri progetti di vita. Ciò che distingue l’uomo dagli animali è la conservazione di un rapporto con i propri genitori, anche in età adulta e in uno status di autonomia. Il protagonista di Come prima è spinto misteriosamente a riabbracciare il padre per l’ultima volta. Il rientro nel nido familiare implica per lui la ricostruzione di un’identità impazzita, andata in pezzi. Il baluardo più grande contro le follie ideologiche che finiscono per disgregare la famiglia, è la famiglia stessa. E l’immagine del padre che muore è l’icona del sacrificio per il figlio ribelle che, da morto, è tornato alla vita (cfr. Lc 15,24).

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