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Cina sempre più chiusa, giro di vite sui religiosi stranieri

La Cina sta diventando un Paese sempre più chiuso specialmente per quel che riguarda le religioni. La bozza della nuova legge che regola le “attività religiose straniere nella Repubblica Popolare Cinese” costituisce un ulteriore giro di vite. Nuove regole rendono difficile l'ingresso. E chi non rispetta lo spirito della "sinizzazione" delle religioni viene trattato alla stregua di una spia. 

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Macao

La Cina sta diventando un Paese sempre più chiuso al mondo esterno, specialmente per quel che riguarda le confessioni religiose. Dall’espulsione dei missionari, per volontà di Mao, nel primo anno del regime comunista, la vita dei religiosi stranieri non è mai stata facile. Dopo un periodo di prime timide aperture dei decenni scorsi, le autorità del Partito Comunista hanno ricominciato a vedere missionari e gruppi religiosi con contatti all’estero come “spie” e “infiltrati”, da espellere e trattare alla stregua di criminali. La bozza della nuova legge che regola le “attività religiose straniere nella Repubblica Popolare Cinese” costituisce un ulteriore giro di vite.

Sebbene non sia il testo definitivo, la bozza della nuova normativa permette di capire perlomeno che futuro attende i cristiani, cattolici inclusi. In 40 articoli, la legge regola ogni singolo aspetto della presenza di religiosi stranieri in Cina e stabilisce procedure complicatissime per l’accesso. Vengono date direttive dettagliate sui raduni, i luoghi, le loro caratteristiche, i contenuti degli incontri, gli scambi fra stranieri e cinesi, il materiale religioso e la quantità che si può importare. Chi non rispetta queste regole può essere punito secondo le norme sulla pubblica sicurezza e quelle anti-spionaggio, con pene severissime.

In primo luogo, gli stranieri dovranno “obbedire alle leggi, ai regolamenti, alle regole cinesi; rispettare il principio della Cina sulla indipendenza religiosa e sull’autonomia dell’organizzazione; accettare l’amministrazione legale del governo cinese; non devono usare la religione per ferire gli interessi nazionali della Cina, il pubblico interesse della società, o gli interessi e i diritti legittimi dei cittadini, e non essere contrari all’ordine pubblico e agli usi cinesi” (corsivi nostri). Da notare i termini di “indipendenza” e “autonomia”, tipici della politica cinese sulle religioni. Se interpretate in senso stretto, l’indipendenza implica anche il disconoscimento del Papa e l’autonomia è quella dalla Chiesa universale. In questo modo, i cattolici riconosciuti sono solo quelli che aderiscono all’Associazione Patriottica, controllata dal Partito Comunista.

Per separare ulteriormente i religiosi stranieri dalla popolazione cinese, la bozza della normativa stabilisce che le loro attività religiose devono avere solo stranieri fra i loro componenti, anche se talvolta possono usare “templi o chiese” locali in modo temporaneo. Sugli edifici (le “sedi temporanee”) che ospitano i gruppi religiosi stranieri, “non devono apparire simboli religiosi all’esterno”. Inoltre, agli stranieri è anche vietato stabilire gruppi religiosi, attività, scuole; fare “proselitismo” fra i cittadini cinesi, reclutare seguaci o accettare donazioni da cittadini cinesi. Per questo, non si possono introdurre nel Paese più di 10 copie di un libro, un opuscolo, o un audio-video.

Sono possibili “scambi religiosi e culturali” invitando stranieri per conferenze o corsi o sermoni. Ma le norme che regolano queste attività pubbliche sono talmente rigide che, in pratica, solo ad un apologeta del regime comunista cinese è dato il permesso di parlare in pubblico. I religiosi stranieri, infatti, devono dimostrare alle autorità di ubbidire a tutte le norme, ai principi di indipendenza e autonomia, non possono parlare o agire “contro gli interessi della Cina”, non devono in alcun modo mostrare atteggiamenti “antagonisti alla Cina”.

Per poter accedere al Paese, le regole sono complesse e occorre un periodo minimo di 20 giorni per ottenere le autorizzazioni necessarie, con gran produzione di documenti e una serie di controlli in cui conterà soprattutto l’arbitrio delle autorità cinesi. Diverrà definitivamente illegale avere rapporti con i cristiani non ufficiali e sarà sempre più difficile averne anche con quelli legalmente riconosciuti.

La tendenza alla chiusura si era manifestata anche negli ultimi due anni, dopo la promulgazione della nuova Legge per gli affari religiosi del 2018, emessa proprio alla vigilia degli accordi segreti sino-vaticani. Anche in base a quella legge, le autorità avevano condotto un'assidua persecuzione contro le “infiltrazioni” religiose. A finire vittima di queste purghe erano soprattutto confessioni protestanti con solidi legami in Corea del Sud e Stati Uniti. La campagna di repressione, nel 2019, ha portato alla chiusura di luoghi di culto, alla confisca del materiale religioso delle confessioni prese di mira e all’espulsione dei missionari stranieri, che non potranno più rientrare in Cina. Già nel 2018, i missionari protestanti, soprattutto sudcoreani, venivano espulsi dal Paese.

Nella propaganda del Partito Comunista, il cattolicesimo e il protestantesimo sono considerati strumenti usati dagli imperialisti per invadere la Cina. Nelle purghe anti-religiose dello Jiangxi, l'estate scorsa, sono stati colpiti sia luoghi di culto cattolici che protestanti: chiese chiuse e trasformate in centri sociali pubblici, le immagini religiose sono state rimosse non solo dai luoghi di culto, ma anche nelle abitazioni dei fedeli, sempre con il pretesto che fossero manifestazioni di religiosità “di importazione”. “Durante queste visite i funzionari del villaggio e della contea ci hanno detto che non ci è permesso credere nel Dio degli stranieri e che in Cina tutte le attività religiose collegate agli Stati Uniti sono vietate”, ha detto un cristiano dopo una retata a Shangrao, nello Jiangxi.

Si tratta, dunque, di una tendenza che continua: un inasprimento graduale della persecuzione che difficilmente rallenterà o cesserà, anche dopo il rinnovo degli accordi sino-vaticani.

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