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Cina, il Partito vuole "sinizzare" tutto, anche gli arredi

Il Partito impone un controllo assoluto e un'uniformità ossessiva. Non si è neppure liberi di arredare casa propria come si crede, se l'arredamento ha richiami a religioni tradizionali come l'islam. E le insegne non devono contenere alcun riferimento alle religioni, cristianesimo incluso. E' l'ultima fase (in ordine di tempo) della campagna di "sinizzazione".

Bandiera rossa sullo Xinjiang

C’è una ragione ben fondata se a Taiwan i cittadini della Cina non comunista si accingono a votare temendo l’assimilazione dalla grande e vicina Cina comunista. La promessa della formula “un Paese, due sistemi”, per garantire piena autonomia a chi si unisce alla Repubblica Popolare, non è sincera. Hong Kong ne è l’esempio e da sei mesi ininterrotti la popolazione locale protesta, in un’ultima disperata resistenza alla piena assimilazione al sistema (unico) cinese. In compenso, nella Cina continentale, sottoposta al controllo diretto del Partito, viene imposta un’uniformità che rasenta l’ossessione, con un accanimento particolare in quelle che dovrebbero essere regioni “autonome”. L’ultimo esempio viene dallo Xinjiang, a maggioranza uigura musulmana, dove un nuovo regolamento del governo locale impone di cambiare persino l’arredamento delle case private.

Cosa c’è di più privato dell’arredamento di casa propria? In Cina, dove la proprietà sulla casa formalmente non esiste neppure, anche l’arredamento viene valutato come elemento di buona o cattiva cittadinanza. Come denunciano fonti locali all’agenzia missionaria Asia News, un arredamento tradizionale degli uiguri, popolo turcofono di religione islamica, deve essere cambiato e sostituito con un mobilio più moderno, possibilmente prodotto da aziende di proprietari cinesi di etnia han. Secondo la campagna delle “Tre notizie”, tappeti e cuscini devono essere abbandonati a favore di divani, letti e scrivanie. Elementi tradizionali musulmani, come le mihabris (le nicchie decorate che indicano la direzione della Mecca) devono essere distrutte.

Non obbedire a queste direttive è un rischio troppo grande: può costare l’internamento in un campo di rieducazione, uno dei mille campi (la cui esistenza non è mai stata ammessa dalla Cina) in cui sono internati almeno 1 milione di cittadini, secondo stime dell’Onu. Il controllo capillare, sin dentro le case, è assicurato non solo da uno dei sistemi di sorveglianza più moderni ed efficienti del mondo (fatto di telecamere con riconoscimento facciale e uso dell’intelligenza artificiale per gestire i dati), ma anche da metodi più tradizionali e subdoli. Come l’infiltrazione di funzionari di partito nelle famiglie degli uiguri. Questi ultimi devono riferire ogni idea, lettura e conversazione alle autorità, in un monitoraggio continuo. I vicini di casa sono un’altra fonte di denuncia: devono segnalare, ad esempio, se una famiglia rispetta i digiuni tradizionali o prega. In tal caso, scatta subito l’accusa di “estremismo” e l’internamento in una struttura “rieducativa”, che non richiede alcun processo.

L’uniformità estetica sta diventando uno degli aspetti più rilevanti della campagna di “sinizzazione”, lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2015. Il leader comunista è ben consapevole che anche l’occhio ha la sua importanza e la varietà di stili, linguaggi e parole può mettere in discussione il monopolio assoluto del Partito sulla cultura. E così, non solo i templi, le chiese e le moschee vengono abbattute o rese irriconoscibili come luoghi di culto, ma anche negozi, case private e soprattutto le insegne vengono sistematicamente trasformati. Sempre per restare in tema islam, anche nelle aree abitate dalla minoranza hui (prevalentemente musulmana), edifici tradizionali, scritte in arabo e insegne subiscono sistematicamente rimozione e sostituzione. Lo scorso agosto, a Xinxiang, nello Henan, la tradizionale via dello halal (negozi con pietanze trattate e vendute secondo l’uso religioso islamico) sono state cambiate le insegne di 250 negozi. Sparite le scritte in arabo, tutto è stato “sinizzato”: caratteri cinesi e niente più simboli religiosi, vietati anche nelle etichette del cibo halal. Nello stesso periodo, anche nella città di Qingyang, nella provincia del Gansu, la via tradizionale hui, Minzu, è stata completamente trasformata: tutte le insegne tipiche degli hui sono state sostituite per ordine delle autorità.

La campagna di sinizzazione dei luoghi pubblici non colpisce solo la tradizione musulmana, dietro il pretesto della lotta alla radicalizzazione islamica, ma tutte le fedi. “Nei luoghi pubblici è vietato promuovere credenze religiose o usare termini religiosi”: questa è la linea del Partito nella provincia centrale dell’Henan Non obbedire comporta perdere il lavoro e l’attività commerciale: viene revocata la licenza e sono comminate multe salatissime. Solo per fare alcuni esempi recenti, basati su testimonianze locali, Canaan Creative Art Studio, a Kaifeng, ha dovuto rimuovere la parola “Canaan”, perché era un richiamo alla Bibbia. Un negozio chiamato un Méng’ēn Fúshì ("ricevere la Grazia di Dio") ha dovuto cambiare completamente nome. Il quartiere Yē-cì Chéng ("città donata da Gesù") è stato rinominato Tiānxī Chéng, nome che si riferisce sempre a una donazione, ma non contiene più alcun riferimento religioso. La scuola Hóng’ēn Guójì Yòujiào Zhōngxīn (Centro educativo internazionale Grande Grazia) è stato cambiato in Qǐ- Diǎn Míngxīng Yòu’éryuán (Scuola materna per le future celebrità). Le parole cristiane più vietate: Emmanuel, Dio, Grazia, Gesù, Santa Maria.