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Cina, il grande malato dell'Asia che espelle tre giornalisti

Espulsi dalla Cina tre giornalisti del Wall Street Journal. La notizia parrebbe scontata. Ma non la è affatto. Si tratta, infatti, della prima volta dai tempi del massacro di Piazza Tienanmen (1989), che la Cina espelle più giornalisti di una testata straniera in una sola volta. Ed è un segno di forte debolezza del regime. 

Pechino, parata ai tempi dell'epidemia

Espulsi dalla Cina tre giornalisti del Wall Street Journal. La notizia parrebbe scontata, visto che stiamo parlando di un regime totalitario che impone la censura abitualmente. Ma non la è affatto. Si tratta, infatti, della prima volta dai tempi del massacro di Piazza Tienanmen (1989), che la Cina espelle più giornalisti di una testata straniera in una sola volta. Per questo l’episodio va analizzato con più cura ed è rivelatore dello stato di debolezza in cui versa il regime di Pechino in queste settimane.

Il motivo dell’espulsione dei tre giornalisti non è la loro opera di giornalisti. Non hanno scoperto o svelato nulla di segreto, non sono loro ad avere espresso giudizi scomodi. Il motivo vero è un articolo di commento scritto (dagli Usa) da Walter Russel Mead, intitolato: La Cina è il vero grande malato dell’Asia. Si tratta di una spietata analisi sul futuro della Cina, a partire dalla gestione del virus Covid-19 fino alle prospettive di lungo termine. Così come il mercato cinese ha mostrato di essere colpito dall’epidemia, al punto di registrare un rallentamento della produttività, gli imprenditori esteri hanno iniziato a de-sinizzare le loro catene logistiche e produttive. I mercati finanziari accusano il colpo. La Cina, al di là del mito, si è rivelata molto fragile. Il pezzo di commento del Wall Street Journal suona dunque come un monito: attenti, investitori, perché la Cina è un gigante dai piedi d’argilla, alla prossima crisi potrebbe anche crollare.

I censori di Pechino non hanno gradito e il Ministero degli Esteri ha decretato l’espulsione: Josh Chin, Chao Deng, cittadini statunitensi e Jonathan Cheng, cittadino australiano, devono lasciare il Paese. Lo scontro è diventato subito diplomatico. “Il popolo cinese non accoglie quei media che parlano un linguaggio razzista e discriminatorio”, ha dichiarato Geng Shuang, portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino. Il “razzismo” viene chiamato in causa perché la definizione di “grande malato dell’Asia” riferita alla Cina, risale alla fine dell’Ottocento e al primo decennio del Novecento, quando la Cina (allora un impero che aveva mancato la modernizzazione ed era in piena disgregazione politica) perdeva pezzi di territorio a favore dell’Impero giapponese e delle concessioni europee. Ma al di là dei brutti ricordi della storia, l’editoriale del quotidiano economico parrebbe aver toccato un nervo scoperto soprattutto sul futuro. Mike Pompeo, ministro degli Esteri statunitense, ha ricordato alla controparte di Pechino: “Paesi maturi e responsabili comprendono che una stampa libera riporta fatti ed esprime opinioni. La risposta corretta consiste nel presentare contro-argomenti, non di limitare la libertà di espressione”. Nella stessa occasione, Pompeo ha annunciato che i media di Stato cinesi dovranno accreditarsi negli Usa con le stesse regole del personale diplomatico. Non si tratta di censura, non si parla neppure di intervenire sui contenuti dei reporter stranieri, ma è quanto meno un segnale di sfiducia e un limite al movimento degli operatori dei media della Repubblica Popolare.

Che il Wall Street Journal fosse nel mirino del censore di Pechino era nell’aria dalla fine di gennaio, almeno da quando aveva iniziato a pubblicare reportage sull’epidemia del nuovo coronavirus sottolineando le responsabilità delle autorità del regime comunista cinese. Il quotidiano aveva coniato l’espressione di “coronavirus comunista”, nel servizio di Daniel Henninger del 29 gennaio, denunciando come il sistema politico avesse peggiorato la crisi. Più recentemente ha diffuso notizie che mettono in dubbio le statistiche ufficiali sul numero dei contagiati. E analisi sull’impatto economico del coronavirus sulla Repubblica Popolare. Articoli puntuali quanto impietosi, ben diversi da molta stampa nostrana. La reazione cinese, plateale e sproporzionata, dimostra però tutta la debolezza di un regime che si sente messo alle corde. La Cina non intende far trapelare alcun segno di debolezza.