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Ci sono problemi per l'F35: i costi vanno su, posti di lavoro giù

Per il cacciabombardiere statunitense che anche l'Italia deve acquistare, ci sono problemi di software. Ergo: ritardi nelle consegne, costi che lievitano. Lo rivela un rapporto del Pentagono. E anche i famosi posti di lavoro creati sono una chimera: a conti fatti saranno meno della metà di quelli promessi.

F-35

Nuovi problemi con conseguenti ritardi e incrementi di costo per il programma F-35, il cacciabombardiere statunitense  di quinta generazione e invisibile ai radar destinato ad equipaggiare anche le forze aeree di una dozzina di Paesi alleati inclusa l’Italia. Un rapporto del Pentagono consegnato al Congresso in via riservata ma finito nelle mani dell’agenzia Reuters ha evidenziato l’inaffidabilità del complesso software che gestisce i computer del velivolo, il cui costo attuale è di 150 milioni di dollari a esemplare, destinato a calare con l’avvio della produzione su vasta scala. L’attuale software imbarcato, noto come Block 2°, consente ai cento F-35 già prodotti di effettuare solo manovre limitate e non certo compatibili con l’impiego operativo presso reparti militari o addirittura bellico. La versione più avanzata Block 2B è in ritardo di almeno 13 mesi sui tempi di messa a punto, sottolinea il report, che evidenzia anche altre carenze tecniche soprattutto nello sviluppo del sistema logistico. 

Si tratta di problemi non nuovi tenuto conto che il Pentagono aveva istituito un mese or sono una commissione di studio che dovrà riferire tra due mesi al Congresso per approfondire le ragioni del difficoltoso sviluppo del software dell'F-35. Le difficoltà rilevate determineranno ritardi a cascata nel calendario che prevedeva l’ingresso in servizio, pur con capacità limitate, dei primi reparti di F-35 già alla fine del 2016. Lo slittamento dei tempi si ripercuoterà inevitabilmente anche sui velivoli destinati ai Paesi alleati e sul loro costo finale poiché i velivoli prodotti secondo la cadenza già prevista dovranno attendere più tempo per subire i frequenti aggiornamenti necessari a garantire reali capacità di combattimento.

Lockheed Martin, il colosso statunitense della Difesa che produce l’F-35, preferisce vedere il “bicchiere mezzo pireno” e sottolinea come il rapporto del Pentagono evidenzi anche i progressi compiuti nello sviluppo del velivolo. L’azienda si dichiara ottimista circa la possibilità di risolvere in tempi brevi i problemi mettendo a disposizione entro giugno 2015  “il necessario software combat ready” che renderà i “Marines in grado di identificare, tracciare e ingaggiare il nemico”.

Un’altra “tegola” caduta recentemente sul programma Joint Strike Fighter riguarda le ricadute occupazionali determinate dall’adozione e dalla produzione del velivolo negli Stati Uniti e nei Paesi aderenti al programma. Un report realizzato dal Center for International Policy valuta che i dati sui posti di lavoro garantiti dall’F-35 sono stati sovrastimati e forse addirittura raddoppiati rispetto alla realtà. I 125mila posti previsti negli Stati Uniti da Lockheed Martin si ridurrebbero in realtà a 50-60 mila. Una situazione del resto già emersa anche in Italia dove a fronte dei 10 mila posti di lavoro sbandierati fino al 2012 dalla Difesa si è scesi l’anno scorso a una più prudente stima di 6 mila che appare però ancora doppia rispetto alla realtà che sta concretizzandosi a Cameri (dove verranno assemblati i 90 velivoli italiani e prodotte centinaia di ali) e nelle aziende coinvolte.

Anche a questo rapporto Lockheed Martin ha risposto affermando che la stima di 125 mila maestranze include i lavoratori coinvolti indirettamente nel programma ma sembra evidente che la leva dei posti di lavoro sia stata utilizzata in molti Paesi e anche a livello politico dai singoli governi interessati ad acquisire il velivolo statunitense ma che avevano e hanno anche oggi la necessità di renderlo digeribile a un’opinione pubblica sempre più “allergica”, anche a causa della crisi, alle spese militari.