• LIBERTà DI CULTO INTERROTTA

Chiese aperte, ma chiuse: i vescovi ostaggio del Governo

Ancora fedeli fermati, eppure le chiese sono aperte, ma senza una comunicazione Polizia e Arma non accettano autocertificazioni per ragioni di culto, come dimostra la telefonata della Bussola a un commissario lombardo. Il Viminale non ci sente e la Cei chiede un chiarimento ufficiale, che potrebbe arrivare oggi. Ma i vescovi sono stati tiepidi e ora si trovano a rincorrere le concessioni di un Governo che fa quello che vuole sentendosi in diritto di oscurare la libertà di culto. Quando sarebbe bastata un po' più di determinazione. 
- ANDARE IN CHIESA, SENZA VIOLARE LA LEGGE di Giacomo Rocchi
- LEONE XIII E LE CHIESE CHIUSE, di Stefano Fontana
- GESU' CI STA ASPETTANDO di Costanza Signorelli
- ORE 18: IL MONDO IN ADORAZIONE COL PAPA di Nico Spuntoni
- DRAGHI IN CAMPO, MA CONTE NON MOLLA di Ruben Razzante
- E LA TOSCANA SPENDE PER I TRANS 

 

L’ultimo in ordine di apparizione è stato un magistrato che ha raccontato la sua disavventura. «Il dubbio, anzi la certezza, è che per questo nostro mondo malato nel corpo e nello spirito, Nostro Signore Gesù Cristo valga meno di una sigaretta», dice il giudice partenopeo Domenico Airoma che si è trovato faccia a faccia con un agente di polizia al quale ha dovuto spiegare – invano – che si stava recando in chiesa per andare a fare visita al tabernacolo. Il magistrato si è sentito rispondere le cose che più o meno tanti italiani in questi giorni stanno sentendo una volta fermati. «Le chiese sono chiuse», «andate a pregare in casa», «qui non potete entrare», «se non ve ne andate vi denunciamo» e altre varianti al tema delle chiese inaccessibili, anche se aperte. «Dovete essere umani», ha detto il capo della Polizia Gabrielli agli agenti. E meno male.

Airoma è in buona compagnia. Da Lecce risalendo fin su a Varese, passando per la Liguria fino ad Ancona le segnalazioni dei lettori che sono stati fermati dalle forze dell’ordine e hanno dovuto “giustificarsi” che la preghiera rientrava in una situazione di necessità, sono state tante. A tutte queste persone ad oggi non sono arrivate risposte rassicuranti circa la possibilità di poter avere accesso alle chiese. Le quali restano aperte anche dopo la sciagurata bozza di decreto del 25 marzo scorso – poi modificata ieri – che prevedeva il lucchetto senza tanti complimenti. Ma, anche se aperte (leggi qui l'articolo di Giacomo Rocchi), nessuno dalle parti del Governo ha mai voluto spiegare che cosa scrivere nell’autocertificazione: ragioni di culto? Necessità spirituali? Niente.

Anche la Nuova Bussola Quotidiana ci ha provato ieri interpellando caserme dei carabinieri e questure (da Bologna a Napoli passando per la Brianza e Bergamo), arrivando fin su all’ufficio stampa del Ministero degli Interni: nessun chiarimento e quando qualcuno dall’altra parte della cornetta rispondeva, è il caso del Viminale, ci siamo sentiti rispondere: «Quando arriva il funzionario vediamo di sottoporgli la questione». E’ chiaro che la questione è politica e non affidata al capriccio di un dirigente.

Ed essendo politica, a risolverla dovevano essere i vescovi. Invece si è proseguito in questi giorni con il rapporto piuttosto problematico, e insolito, tra le forze dell’ordine e i fedeli, che in assenza di un chiarimento tra la Cei e il Governo, hanno dovuto contendersi la piazza vuota davanti alla chiesa come una sfida all’O.K. corral.  Umiliante per il diritto al culto e deprimente per l’abuso di potere di quei poliziotti che – senza alcun appiglio legale – hanno fermato i fedeli. «Guardi – ci dice senza giri di parole un comandante di una stazione dei carabinieri lombarda – io se trovo qualcuno che va in chiesa dico che le chiese sono chiuse perché è giusto che le chiese siano chiuse. E se insiste lo multo». Discutibile, se non altro. Ma anche inquietante.

E’ il risultato di un corto circuito che dimostra fondamentalmente due cose: che il governo fa quello che gli pare calpestando bellamente un’altra libertà, quella al diritto al culto, e che i vescovi in questa partita sono stati troppo tepidi. Remissivi, in ostaggio e rincorrendo di volta in volta una concessione da ottenere per grazia ricevuta da Giuseppi, quando semmai doveva essere il contrario perché le limitazioni alle chiese, che godono ancora di extraterritorialità, dovevano essere concesse al Governo dopo una trattativa all’ultimo sangue che salvaguardasse la dignità del culto di cui gli italiani devono continuare a godere.

Infatti, ad oggi – salvo comunicazioni che però potrebbero arrivare nel corso della giornata – la partita non si è ancora sbloccata e questo nonostante la Cei – finalmente – ieri mattina abbia chiesto al governo di chiarire la questione delle chiese aperte, ma inaccessibili.

«Ho scritto al ministero chiedendo che mettano per iscritto le cose che ieri abbiamo definito – spiega alla Nuova Bussola Quotidiana il portavoce della Cei don Ivan Maffeis -. Siamo riusciti a “strappare” un sì alla presenza di uno sparuto gruppo di persone (accoliti, cantori, musici, diaconi etc…) per le celebrazioni del Triduo pasquale. Sulla base di questo ci sembra che sia assodato che un fedele possa entrare in chiesa a pregare purché siano garantite le condizioni di sicurezza».

Il ragionamento di don Maffeis è logico, ma la logica, purtroppo in questa triste vicenda si è scontrata contro il portone di Palazzo Chigi.

«Anche oggi abbiamo insistito per avere una risposta positiva perché è vero quello che anche voi riportate: la gente si vede respinta dalle chiese, non sa che cosa scrivere in autocertificazione e per giunta si ritrova nel decreto che le chiese restano aperte. E’ evidente che c’è qualcosa che non funziona», ci fa sapere pur specificando che i rapporti col governo sono comunque buoni.

In serata qualche timida apertura sembra arrivare: «Il governo, tramite il Viminale, interpreta come noi, ma solo a parole», ci dicono dalla Cei. Manca infatti la conferma scritta che potrebbe arrivare oggi.

Arriverà? Presto per sbilanciarsi. Quel che è certo è che bisognerebbe permettere a tutti i fedeli di scrivere liberamente – come già adesso fanno per la spesa, la farmacia, il lavoro e tutte le nuove situazioni di necessità aggiunte ieri nella 4° ristampa del modulo - «vado a pregare in chiesa perché il culto è uno stato di necessità». Se questa possibilità non verrà riconosciuta e messa nero su bianco, ci troveremo ancora di fronte la paletta rossa del poliziotto che intima l’Alt. E a forza di menarla, cominceranno a scattare anche le prime multe.

Eppure, per risolvere la questione bastava una telefonata del presidente della Cei, Bassetti a Conte più o meno di questo tenore: «Le chiese restano aperte e i fedeli ci andranno esattamente come ora vanno a fare la spesa».