• ISTANBUL

Chi vuole che Santa Sofia diventi una moschea

La basilica di Santa Sofia a Istanbul, simbolo dell'unità cristiana, fu per cinque secoli una moschea. Ataturk la trasformò in museo. Ma il governo islamico Erdogan, da anni, mira a farla tornare moschea. E ora sembra giunto il momento.

Santa Sofia, l'interno

Ad Istanbul, la storica basilica di Santa Sofia, potrebbe presto tornare ad essere una Moschea, dopo 80 anni che era un museo nazionale. La basilica, voluta dall’imperatore Giustiniano, nel VI Secolo, fu un crocevia storico di incredibile importanza.

Rappresentò l’unità dei cristiani per mezzo millennio. Poi fu il cuore del cristianesimo orientale, finché Costantinopoli (l’attuale Istanbul) non venne conquistata dall’imperatore ottomano Maometto II il 29 maggio 1453, il quale la trasformò in moschea. Da centro della cristianità orientale divenne così l’avamposto dell’islamizzazione nell’Europa balcanica e centrale, un processo che proseguì impetuoso fino alla battuta di arresto subita a Vienna nella celeberrima battaglia dell’11 settembre 1683. Santa Sofia era nelle mire della Russia, la “terza Roma” che voleva tornare a proteggere la cristianità orientale riconquistando la “seconda Roma”, Costantinopoli. L’occasione pareva essere arrivata con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando gli anglo-francesi promisero Costantinopoli ai russi come “bottino” di guerra. “Ringrazieremo Dio per la vittoria con un Te Deum in Santa Sofia”, scriveva nella sua corrispondenza personale il diplomatico britannico Mark Sykes (il futuro disegnatore dei confini del Medio Oriente) nel 1915, esprimendo, tra il serio e il faceto, l’idea che la basilica fosse destinata a tornare cristiana. Invece la Russia sprofondò nella rivoluzione del 1917. Gli inglesi vinsero la guerra e tra il 1918 e il 1923 occuparono brevemente Costantinopoli. Ma si allearono con il Sultano, Maometto VI, per mantenere l’equilibrio e combattere contro i nazionalisti di Kemal Ataturk, che li volevano cacciare e intendevano annullare i trattati di pace. Dunque Santa Sofia rimase una moschea. Finché non venne conquistata da Ataturk, laico e nemico del sultanato islamico. Nel 1935, ormai presidente consolidato e padre della Turchia laica, Kemal trasformò la moschea in un museo nazionale, credendo di aver risolto una volta per tutte l’antica lotta fra islam e cristianesimo.

Fino ad ora, Santa Sofia, patrimonio mondiale dell’Unesco, è e resta un museo, affascina turisti, religiosi e appassionati di arte con la sua unica mescolanza di arte sacra cristiana (riscoperta dopo lunghi restauri tuttora in corso) e grandi medaglioni in legno con la scritta Allah in lingua araba. Quel che era stato sepolto sotto cinque secoli di islamizzazione iconoclasta, i mosaici del IX Secolo (composti dopo il periodo cristiano iconoclasta), sono tornati, almeno in parte, ad essere visibili.

Tutta questa ricchezza potrebbe di nuovo essere nascosta, nel caso la basilica dovesse tornare moschea. A Trebisonda, un’altra basilica di Santa Sofia è già stata convertita in moschea. Anche Emine Erdogan, la moglie del premier Recep Tayyip, vi si è recata a pregare. Nelle ore della preghiera i mosaici bizantini vengono coperti con grandi teli, per renderli invisibili agli occhi dei fedeli musulmani. Nella basilica di Santa Sofia di Istanbul, invece, non sarebbe possibile, perché i mosaici sono troppo grandi e troppo alti per accorgimenti temporanei come veli e paraventi. Si teme, dunque, qualche intervento più invasivo.

Ma quanto è seria l’intenzione del governo turco? Lo stesso premier Recep Tayyip Erdogan ha espresso la sua chiara intenzione di celebrare, proprio in Santa Sofia, la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, il prossimo 29 maggio. Un deputato, Hami Yildirim, due giorni fa ha depositato la mozione per la conversione del museo in moschea. Ma è solo la punta di un iceberg, poiché lo stesso vicepremier, Bulent Arinc, ha espresso lo stesso auspicio già nel novembre scorso: «Noi oggi guardiamo a questa povera Sofia – aveva detto durante un comizio – ma presto tornerà a sorridere di nuovo». Arinc, intervistato subito dopo il suo discorso, si era detto certo dell’appoggio parlamentare, trasversale e nettamente maggioritario. Sarebbe l’ennesima moschea inaugurata sotto i governi dell’Akp: su un totale di 85mila luoghi di culto musulmani turchi, ben 10mila sono stati costruiti sotto Erdogan, dal 2002 ad oggi. Però, anche il partito ultra-nazionalista, l’Mhp (espressione politica dei Lupi Grigi), alla fine del 2013, aveva presentato un disegno di legge che costituisce il primo passo per la trasformazione del museo nazionale di Santa Sofia: il gruppo parlamentare ha rilevato che nel 1935 non fosse stata promulgata alcuna legge sul percorso inverso (da moschea a museo), dunque basterebbe una firma, un decreto, un provvedimento amministrativo per renderla di nuovo un luogo di culto musulmano. Un obiettivo sul quale sono state raccolte 15 milioni di firme da parte della Gioventù Anatolica, un’organizzazione conservatrice.

Islam e nazionalismo, dunque, sembrano per una volta d’accordo. Per gli uni, Santa Sofia è un simbolo della potenza della religione musulmana, per gli altri un simbolo nazionale che permetterebbe di ripristinare una piena sovranità. A perdere è il kemalismo: il tentativo di trasformare la Turchia in un Paese secolare, cambiando l’alfabeto e abolendo il sultanato, è ormai una scoria del XX Secolo. I cristiani, i testimoni più deboli di questo rivolgimento storico, per ora subiscono in silenzio.