• EDITORIALE

Chi difende la scuola libera?

Il referendum che si svolgerà a Bologna domenica prossima, vede una certa apatia da parte dei cattolici. Eppure la posta in gioco è altissima: è la possibilità o meno che in Italia si possa continuare a parlare di libertà di educazione.

Referendum Bologna

Quasi trent’anni fa, e precisamente nella primavera dell’84, a Parigi poco meno di due milioni di genitori i cui figli frequentavano la scuola cattolica, sfilarono in uno sterminato corteo, con alcuni vescovi in testa e la benedizione dell’allora primate di Francia, cardinale Lustiger, per protestare contro il progetto di legge del ministro dell’Istruzione, il socialista Savary, che mirava a soffocare la scuola cattolica mediante l’obbligo per essa di accettare docenti della graduatoria di Stato. Dell’episodio, che andò su tutti i giornali, dà conto Emilio Bonicelli nel suo libro ”A scuola di libertà” (ed. EDIT, dicembre 1984). L’argomento per la Francia fu chiuso: la scuola libera, cattolica per la stragrande maggioranza, non si tocca. Ed è finanziata dallo Stato che ne paga i docenti, riconoscendo il suo pubblico servizio. Come del resto accade anche in altri Stati comunitari.

Anche in Italia i tentativi di soffocare la scuola libera o paritaria non sono mancati, anzi ritornano periodicamente. L’ultimo in ordine di tempo è in atto a Bologna con il referendum del prossimo 26 maggio che vede un agguerrito comitato – il mancato presidente della repubblica Rodotà in testa - contro i finanziamenti alla scuola cosiddetta privata.

Finanziamenti che, occorre ricordarlo, non vengono erogati alla scuola libera in quanto tale - la scuola libera deve pagarsi tutto, dalla manutenzione delle strutture allo stipendio dei docenti, in forza di quell’art. 33 della Costituzione che si vuole interpretare alla lettera e non nello spirito e nell’intenzione dei Padri costituenti - ma finanziamenti che sono calcolati in base al numero degli alunni, sotto il titolo di “diritto allo studio“ per mense, riscaldamento, trasporti etc. e che servono ad abbassare un po’ i costi complessivi.

Ma a Bologna non ci sono sfilate né sterminati cortei per difendere la scuola libera.

Sconcerta un po’ l’arrendevolezza con cui si affronta la questione, la timidezza nel far valere le proprie ragioni, il disinteresse e il silenzio di tanta parte del mondo cattolico locale, come già denunciato nei giorni scorsi da La Nuova Bussola Quotidiana. Si ravvisa l’imbarazzo a difendere la scuola libera, percepita da molti come la scuola dei ricchi, per la quale sarebbe doveroso non sprecare risorse in tempi di magra. E non ci si avvede che la scuola libera diventa scuola di chi può pagare, solo perché non sostenuta economicamente da quello Stato che pur dovrebbe garantire ai genitori la libertà di scelta educativa. E, ancor più grave, non ci si avvede che la difesa della scuola libera è difesa di uno dei principi su cui non è consentito cedere né negoziare, quello della libertà di educazione.

Quella che erroneamente viene chiamata scuola privata, anche in Italia prevalentemente cattolica, non fa supplenza alla scuola di Stato, non tappa i buchi, ma è scuola libera proprio perché, consentendo ai genitori di esercitare l’irrinunciabile diritto alla scelta educativa, attua realmente il pluralismo educativo. La scuola cattolica, si differenzia dalla scuola di Stato proprio perché portatrice di un suo peculiare progetto educativo che risponde e deriva da una chiara e precisa concezione della vita ancorata a verità trascendenti, da cui discendono necessariamente l’antropologia, l’etica e quindi la pedagogia e la didattica. Per la scuola cattolica ovviamente la visione della vita è quella cristiana e l’antropologia è quella personalista. I docenti ovviamente a questa visione aderiscono.

Nella scuola di Stato operano docenti portatori di diverse concezioni e diverse visioni della vita: è il cosiddetto pluralismo educativo nel quale solo il caso, o la fortuna, determinano quali saranno gli insegnanti di un alunno e quali di essi, per la loro statura di docenti, saranno alla fine i più incisivi nel processo educativo della stesso. Nel bene e nel male.

Chi conosce la scuola – chi scrive ha un’esperienza più che trentennale di docente nella scuola dello Stato - sa che, al di là di ogni questione burocratica, di ogni piano di offerta formativa, di ogni possibile trasparenza nei programmi e nei progetti didattici, l’insegnante in classe porta se stesso, la sua concezione della vita, dell’educazione, della morale, sia che, svolgendo il programma della sua materia, parli di massimi sistemi, sia che commenti le piccole cose quotidiane. In classe, di fronte agli alunni non è possibile barare: o ci porto la mia ricchezza educativa o il mio nichilismo, a seconda della persona che sono, della concezione che ho dell’uomo e della vita. Posso ritenere che sia mio compito anche l’educare oltre l’istruire, o, al contrario che mi competa solo occuparmi della trasmissione di determinati contenuti. Ma anche quest’ultima, alla fine diventa una scelta educativa, dato che in educazione non si dà neutralità. Posso insomma svelare il senso della vita o mostrare il nulla, svolgendo, magari, in entrambi i casi, tutto il programma con perizia, secondo accordi trasparenti e controlli puntuali.

Imbavagliare la scuola cattolica chiudendo il rubinetto dei già esigui finanziamenti destinati al diritto allo studio e montando contro di essa campagne mediatiche, come accade in questi giorni a Bologna è operazione che indubbiamente conta sulla sapiente ed astuta regia di quanti hanno l’obiettivo di colpire, assieme alla scuola cattolica, la famiglia nell’esercizio di uno dei suoi più peculiari diritti.

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