• ANNIVERSARIO

Chernobyl dramma del comunismo, non del nucleare

Il disastro di Chernobyl, il 26 aprile 1986, è stato il più grave incidente della storia dell’energia nucleare e l’unico, insieme a Fukushima 2011, a essere classificato al massimo livello della scala di catastroficità. Fu dovuto a un errore umano, causato dall'arroganza delle autorità politiche sovietiche. Non ad un problema intrinseco del nucleare.

Chernobyl, oggi

Il disastro di Chernobyl, il 26 aprile 1986, è stato il più grave incidente della storia dell’energia nucleare e l’unico, insieme a quello di Fukushima del 2011, a essere classificato al massimo livello della scala di catastroficità. 

L’occasione fu un test di sicurezza sul reattore nº 4 della centrale, finalizzato a ottenere la definitiva omologazione dell'impianto, che consisteva nel verificare la possibilità di alimentare le pompe del sistema di raffreddamento anche in caso di black-out elettrico. Dodici ore dopo la riduzione di potenza, il reattore andò al 50%, ma avrebbe dovuto essere al 30%. Eppure le autorità sovietiche chiesero di non abbassare la potenza. Il misuratore di radiazioni arrivava a 3,6 Rontgen (unità di misura delle radiazioni), il massimo: “è taroccato”, va forzato. Le sperimentazioni sovietiche non potevano essere fermate da un misuratore. Iniziarono le manovre di apertura manuale del circuito di raffreddamento. La forza dell’inganno li travolse tutti. Ma la catastrofe non venne comunicata immediatamente. Anzi. 

Il reattore raggiunse una potenza 120 volte superiore a quella normale, il combustibile nucleare si disintegrò, tutto il vapore in eccesso verso le turbine fece esplodere le condutture: fu il disastro. Il coperchio di 1.000 tonnellate del combustibile nucleare venne scagliato in aria, si scatenò il rilascio di radiazioni. L’aria raggiunse il reattore e l’ossigeno innescò uno spaventoso incendio di grafite. Il metallo dei tubi fece reazione con l’acqua, ecco l’esplosione di idrogeno. 

Il disastro di Chernobyl fu una delle ultime lezioni del comunismo sovietico alla storia. Nel 1986 la potenza dell’URSS sfidava ancora le leggi del mondo. D'altronde cosa poteva capitare con un paio di esplosioni in una centrale nucleare capaci di scoperchiare il tetto e avvelenare l'aria con una radioattività 200 volte superiore alle bombe di Hiroshima e Nagasaki? Il regime comunista ha sempre ragione, non sbaglia, e se sbaglia sotterra.  

La tragedia fu dovuta ad un errore umano e non ad un pericolo connaturato all'energia nucleare. Il primo passo fu minimizzare, poi teorizzare. Come non potevano esistere, infatti, in una nazione perfetta i ladri o i serial killer - sintomi del degenerato sistema capitalistico -, in Unione Sovietica un disastro del genere non poteva succedere. Fu trovato un colpevole e la bugia si fece verità. Perché il problema con le bugie comuniste è che ne furono raccontate così tante, che la verità, allora come oggi, è impossibile da riconoscere. 

La centrale Lenin di Chernobyl, inaugurata nel 1977 e completata nel 1983 con la costruzione del suo fatidico quarto reattore (altri due erano in costruzione nell’86), era una risposta alla fame energetica dell’Ucraina. I suoi reattori erano gli RBMK-1000, già instabili di loro e pericolosi: erano perfino privi di edifici di contenimento - strutture obbligatorie in tutte le centrali occidentali - che sono una barriera fra il reattore e il mondo esterno. La tecnologia dei reattori sovietici non aveva riscontri nelle tecnologie occidentali e, con il senno di poi, sarebbe diventata l’esemplificazione della condizione di collasso tecnico del sistema sovietico. 

A Chernobyl il reattore era “esposto”, protetto solo dalla struttura dell’edificio della centrale. Inoltre, al fine di produrre anche plutonio ad uso militare - il plutonio con l’uranio arricchito serve a produrre testate nucleari -, era stato abbassato ancor di più il livello della sicurezza. L’Urss aveva costruito la più potente e perfetta pentola a pressione e venne pure affidata a ingegneri meccanici, e non a fisici nucleari. Per un ordine politico preciso, coperto da segreto di Stato – che ha resistito anche dopo il crollo dell'Unione Sovietica - venne avviato l’esperimento. Ma fallì.

Le autorità cittadine non diedero alcun allarme per “evitare il panico”. E il vento che spirava verso Nord e Ovest, fece sì che la Bielorussia subisse i danni più gravi. Il 27 aprile, il giorno dopo, il personale di una centrale nucleare in Svezia rilevò un’impennata di radiazioni e diffuse l’allarme al resto d’Europa, mentre le autorità sovietiche ancora tacevano. Fu solo nel primo pomeriggio del 27 aprile, che la città di Pryp’jat venne fatta evacuare, ma con la scusa che si trattasse di una misura temporanea. È certo, però, che gli strascichi di quella radioattività sono durati oltre vent’anni. “Il disastro di Chernobyl non derivò da un attacco militare, né da un atto terroristico. Fu un errore della dirigenza sovietica, peggiorato dalle bugie che il Partito comunista raccontò alla popolazione sulla gravità dell’accaduto”, racconta oggi Yuriy Scherbak, ex ministro dell’ambiente in Ucraina.

Ricordare Chernobyl serve da promemoria. Chi c’è stato racconta che da oltre trent’anni, Pryp’jat, in Ucraina occidentale, a tre chilometri dalla centrale nucleare di Chernobyl, è una città-fantasma. Tutto è rimasto come allora, nel momento esatto in cui è stato dato l’allarme-radiazioni ed è scattato il piano di evacuazione generale: piatti a tavola e panni stesi, sedie vuote e libri rimasti a quella pagina da leggere. La vita fuori e la libertà chissà dove: potrebbero essere la fotografia di qualsiasi Paese oggi in Europa, se ci fosse ancora il muro. E lo è di tutti quegli angoli di mondo dove il comunismo resiste. 

La piscina Azure è uno dei simboli del disastro. Le grandi lastre di vetro non ci sono più. I blocchi di partenza, i trampolini e gli spogliatoi rimangono dove erano un tempo. All’esterno, è ancora evidente il design degli anni ’70, con l’iconico orologio bianco sul punto più alto dell’edificio. La piscina vuota e i silenziosi campi da pallacanestro fanno da sfondo. All’asilo della città ci sono ancora i lettini dei bimbi con i giochi abbandonati. Per non parlare del parco divertimenti di Prypjat’, la cui inaugurazione era prevista per il 1º maggio 1986, proprio pochi giorni dopo il disastro. Era stato battezzato come “Парк культуры и отдыха” - Parco della cultura e del riposo -, nome usato per altri parchi in tutta l’Urss.

Un rapporto redatto da agenzie dell’Onu contò 65 morti e più di 4.000 casi di tumore della tiroide in persone che all’epoca del disastro avevano un’età compresa tra 0 e 18 anni. Oltre 116.000 persone furono evacuate dalla zona, anche se era troppo tardi, e negli anni seguenti circa 230mila individui furono trasferiti dalle zone più contaminate verso altri territori. Chernobyl e il regime psicotico dell’Unione Sovietica sono esattamente il promemoria di come un sistema di polizia e burocrati, coadiuvato dall’ingerenza di media di partito, che manipolano la verità, sono riusciti a governare il mondo. 

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