• CON E CONTRO DRAGHI

Centrodestra di lotta e di governo, diviso sulla Rai

Le nomine Rai sono un altro motivo di lite fra Fratelli d'Italia (unico partito all'opposizione) e il resto del centrodestra. Ma non il solo. Anche sulle politiche anti-pandemia di Draghi, i partiti al governo si oppongono a parole, ma nei fatti si allineano. E sul sindaco di Milano, il partito della Meloni e di La Russa entra in polemica con gli alleati.

La Russa, conferenza stampa su nomine Rai

La recente nomina dei nuovi vertici Rai, al di là delle solite pratiche lottizzatorie, conferma l’inesistenza di un vero centrodestra e l’ambiguità di uno schieramento che, a parole, contesta la gestione del Governo su green pass, pandemia, ddl Zan ma in realtà è in larga parte appiattito sulle scelte di Palazzo Chigi.

Lo avevano preannunciato i politologi che l’avvento del governo Draghi avrebbe rimescolato le carte nella geografia politica e spaccato trasversalmente partiti e schieramenti, ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare di ritrovarsi un centrodestra di lotta e di governo, in cui esponenti di Forza Italia e Lega difendono decisioni molto simili a quelle prese dal governo Conte 2, da loro sempre aspramente contestato.

E’ una commedia degli inganni e delle finzioni quella che va in scena da febbraio in poi e i leader del centrodestra sembrano davvero in imbarazzo con i loro elettori a causa della supina acquiescenza all’attuale esecutivo, che decide tutto in solitudine e bypassando sistematicamente la mediazione partitica.

Ieri a Milano, in occasione della presentazione del candidato sindaco che cercherà di strappare la poltrona a Beppe Sala, si è avuta la conferma delle profonde ferite che attraversano la coalizione. Giorgia Meloni non si è presentata e Ignazio La Russa, esponente di punta di Fratelli d’Italia al nord, ha litigato con gli esponenti di Forza Italia perfino sui posti in prima fila. Segno evidente di nervosismo e riprova inequivocabile delle gelosie che serpeggiano tra l’ala governista del centrodestra e quella anti-governativa, incarnata proprio dal partito di Giorgia Meloni.

La squallida vicenda dell’ennesima spartizione dei posti di consigliere d’amministrazione in Rai acuisce le divisioni nel centrodestra, perché estromette dalla governance della tv pubblica l’unica forza ufficialmente all’opposizione. Il consigliere uscente Giampaolo Rossi non è stato, infatti, riconfermato, perché il centrodestra ha fatto convergere i suoi voti su Simona Agnes, figlia dell’ex direttore generale Rai, il compianto Biagio Agnes, considerata vicina a Gianni Letta e quindi a Forza Italia. Ora per placare gli animi è assai probabile che Fratelli d’Italia ottenga come risarcimento la presidenza della commissione di vigilanza Rai. Infatti molti danno per imminente l’avvicendamento tra l’attuale presidente Alberto Barachini (Forza Italia) e Daniela Santanchè (meloniana).

Rimane la contraddizione di una tv pubblica guidata da persone scelte dai partiti, con il Manuale Cencelli, grazie a etichette e sponsorizzazioni apposte ufficialmente e senza pudore ai consiglieri eletti. Quindi se ne deduce che gli oltre 200 candidati che hanno partecipato al bando pubblico per concorrere a un posto in cda Rai non siano neppure stati presi in considerazione, non avendo, nel loro curriculum, alcuna appartenenza partitica. Non c’è infatti scritto da nessuna parte che maggioranza e opposizione debbano spartirsi le poltrone Rai, cosa che però accade da sempre, nella più completa ipocrisia degli attori protagonisti. In linea teorica, quindi, Fratelli d’Italia non dovrebbe avere nulla da recriminare perché i prescelti per il consiglio d’amministrazione Rai dovrebbero poter vantare curricula di livello in relazione ai compiti che sono chiamati a svolgere. Invece rimane l’appartenenza partitica l’unico requisito che fa la differenza e determina il successo di una candidatura. La riforma del 2015 della tv pubblica, fortemente voluta da Matteo Renzi quando era premier, non è servita a nulla e non ha in alcun modo contribuito a svincolare il servizio pubblico, che dovrebbe essere di tutti, dall’invadenza della politica, peraltro sempre meno rappresentativa e sempre più squalificata agli occhi dell’opinione pubblica.

Neppure su divieti, restrizioni, green pass e nuove misure per evitare altre ondate di pandemia le posizioni dei partiti di centrodestra sono minimamente sovrapponibili. Matteo Salvini, temendo il sorpasso della Meloni, si divide tra dichiarazioni di adesione convinta alla linea Draghi, per compiacere l’ala del suo partito vicina al Ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e manifestazioni di piazza in chiave aperturista. Divisioni nella Lega e ancor più in Forza Italia si riscontrano a proposito del Ddl Zan, con la tendenza a dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, senza una linea unitaria e coerente con i valori della coalizione.

Le elezioni amministrative sono dietro l’angolo e il centrodestra rischia di pagare a caro prezzo queste ambiguità. I suoi candidati fanno normalmente il pieno al primo turno, ma poi soccombono al ballottaggio, perché il centrosinistra si compatta e attrae più facilmente le espressioni del civismo e le liste autonome. In questo caso il rischio è addirittura quello che i veti incrociati e le rivalità tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia possano tradursi in boicottaggi sotterranei e nel cosiddetto fuoco amico nei confronti di qualche candidato. C’è tempo per appianare le divergenze. A patto di difendere con coraggio i principi della coalizione, senza rinnegarli tutti pur di rimanere al governo, come stanno facendo da tre anni i grillini.

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