• GOVERNATORE INDAGATO

Caso Fontana, tra processi mediatici e giustizia strabica

La bufera abbattutasi sul presidente della Lombardia, Attilio Fontana, indagato per “frode in pubbliche forniture”, richiama alla mente la vicenda delle mascherine (mai arrivate) comprate dalla Regione Lazio. In quel caso nessuna inchiesta, qui sì. Rimane la sensazione di una magistratura che a volte si muove in base al colore politico.

La bufera giudiziaria che si sta abbattendo su Palazzo Lombardia, a prescindere dall’evoluzione che avrà, ripropone il fenomeno della giustizia “strabica” e quello, in larga parte collegato al primo, dei processi mediatici. Il governatore lombardo, Attilio Fontana, è indagato per “frode in pubbliche forniture” nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sui camici donati alla Regione Lombardia dalla ditta di suo cognato.

Alla memoria ritorna la vicenda di tre mesi fa, denunciata dal Fatto Quotidiano, dell’acquisto di mascherine da parte della Regione Lazio, mascherine pagate con soldi pubblici ma mai arrivate. Nessuna inchiesta è stata aperta, nonostante la trasmissione Report (come nel caso Fontana) se ne fosse occupata. Per il presidente della Regione Lombardia un vero processo mediatico, con titoloni sulle prime pagine di tutti i principali organi d’informazione e aperture di telegiornali. Nulla di tutto questo, invece, per Nicola Zingaretti, che guida la Regione Lazio ma, soprattutto, è il segretario di uno dei due partiti sui quali si regge il Governo Conte.

Il presidente della Regione Lombardia è intervenuto ieri in Consiglio regionale per fornire la propria versione dei fatti rispetto all’indagine che lo vede coinvolto in relazione alla fornitura di camici da parte della Dama Spa, società del cognato. «Avevo spontaneamente considerato di alleviare l’onere partecipando personalmente alla copertura di una parte dell’intervento economico», si è difeso Attilio Fontana. «Si è trattato di una decisione volontaria e dovuta al rammarico di constatare che il mio legame di affinità aveva recato un danno. E così quel gesto è diventato sospetto», ha precisato l’esponente della Lega, con riferimento al bonifico di 250.000 euro che dal suo conto sarebbe partito verso il conto della società del cognato. Un’operazione segnalata dall’antiriciclaggio dell’Unione Fiduciaria, che ha poi congelato il pagamento, etichettando l’operazione come “sospetta”. «Non tollero dubbi sull’integrità mia e dei miei familiari», è stato l’affondo di Fontana: «Sono convinto che giorno dopo giorno la verità verrà a galla. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo una circostanza storica eccezionale. Il Covid ha investito come uno tsunami la Lombardia e il mondo intero con una pressione esponenziale sul sistema sanitario. Ci siamo trovati ad affrontare una situazione di grave incertezza a cui la Regione Lombardia ha risposto con forza e determinazione».

Il governatore ha parlato per oltre un’ora chiarendo gli altri aspetti della vicenda: «Ho chiesto io a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare strumentalizzazioni e devo dire che sono stato un buon profeta». Così ha motivato la trasformazione della fornitura dei camici da onerosa a gratuita. «Rimane il fatto - ha sottolineato Fontana - che Regione Lombardia non ha speso un euro per quei camici».

Mentre Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e gli altri gruppi che sostengono la giunta hanno ribadito il proprio sostegno a Fontana, le opposizioni hanno convocato una conferenza stampa subito dopo, per chiedere le dimissioni del governatore. In particolare, il Movimento 5 Stelle preme per la presentazione di una formale mozione di sfiducia, alla quale, però, il Pd fa capire di non voler mettere la sua firma, «per evitare di ricompattare il centrodestra», ha spiegato il capogruppo dem, Fabio Pizzul. Si è dissociata dall’iniziativa Patrizia Baffi consigliere regionale ex Pd, ora Italia Viva, che il centrodestra voleva a capo della commissione regionale lombarda sul Coronavirus. «Non sottoscriverò la mozione di sfiducia al presidente - ha infatti poi spiegato lei, originaria di Codogno - perché ritengo che sia il frutto di una elencazione di fatti ancora sommari e la cui analisi non può essere completa ed esaustiva».

Peraltro, in un’intervista al quotidiano Il Giorno, inaspettatamente il primo presidente della Regione Lombardia (dal 1970 al 1974), Piero Bassetti, ex Dc da sempre vicino alla sinistra, ha preso le difese di Fontana: «Un conto - ha detto - è prendere decisioni in tempo di pace, altra cosa in tempo di guerra. L’accusa della Procura oggi c’è, sta in piedi, però penso che in quel momento il conflitto di interessi andasse superato e che chi lo ha fatto, abbia fatto bene. Cioè, mi spiego: mi servono camici con urgenza, quell’azienda è in grado di fornirmeli subito e in quelle quantità richieste, allora vanno presi. Intanto penso a risolvere il problema». Bassetti ha dunque auspicato che prevalga la ragionevolezza: «Anche la giustizia deve usare il buon senso, cioè certe situazioni vanno analizzate nel complesso e bisogna tenere conto delle difficoltà, dell’emergenza di quel momento, per questo dico che ora nello sciogliere questa matassa giudiziaria-politica bisogna affidarsi tanto al buon senso».

Il frastuono mediatico-giudiziario attorno a Palazzo Lombardia ha dunque silenziato ogni strascico polemico attorno al caso delle mascherine ordinate dalla Regione Lazio e mai arrivate a destinazione, ma pagate con soldi pubblici. Manca all’appello la restituzione di gran parte dell’anticipo di 14 milioni di euro che la Protezione civile del Lazio aveva assicurato fra il 17 e il 20 marzo alla società Ecotech di Roma per l’acquisto di 7,5 milioni di mascherine Ffp2 e Ffp3 – commessa totale di 35,8 milioni di euro – che sarebbero dovute servire per la gestione dell’emergenza Covid. Le mascherine non sono mai arrivate e i soldi dell’anticipo non sono mai stati restituiti. Il buco nelle casse della Regione Lazio non è dunque stato ripianato. Ma nessun funzionario o politico regionale ha più pagato dazio né tantomeno è stato attenzionato dai media per questo. Anzi, lo stesso Fatto Quotidiano, che pure aveva sollevato il polverone, continua a difendere il Governo Conte e ad auspicarne la permanenza in carica.

Ecco perché si ha la netta sensazione che certa magistratura sia “strabica” e si muova con motivazioni ben più forti quando il sospetto cade su esponenti del centrodestra. E questo, a onor del vero, lo hanno riconosciuto anche molti rappresentanti della sinistra. Di qui la necessità di rivedere i meccanismi di funzionamento della giustizia, dai quali dipende la credibilità di uno Stato democratico.