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Candidati, violenti e pure sacrileghi: tutto è permesso a Sinistra

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L'imbarbarimento della vita politica è anche nei casi di violenza che vengono lasciati impuniti: dai radicali Magi e Soldo che aggrediscono Meloni e Salvini al Verde Apuzzo che srotola uno striscione palestinese in Duomo a Milano: tutti impuniti e giustificati dal sistema mediatico. E ecclesiale. 

Editoriali 07_06_2024

L’imbarbarimento della vita politica si vede anche da come vengono tollerate e perdonate certe derive violente, per non dire squadriste. Non giova certo a instaurare un clima di serenità e rispetto, pur nella animosità del dibattito politico preelettorale, il fatto che i candidati all’europarlamento, cerchino in tutti i modi, si intende anche quelli violenti, di attirare l’attenzione dei giornali, che difficilmente si occuperebbero dei loro pensieri residuali.  

Tre casi della recente cronaca ci mostrano che la violenza politica è figlia del perdonismo e dell’impunità di cui godono più gli esponenti della cosiddetta sinistra radicale che quelli della destra e suoi derivati.  

Il primo è un caso avvenuto in trasferta. Il segretario dei radicali Riccardo Magi si è reso protagonista di una sceneggiata in quel di Tirana (Albania) dove il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era recata per perfezionare l’accordo col paese balcanico per la gestione di un hotspot italiano. Magi voleva rimproverare alla Meloni la spesa di un miliardo di euro per l’operazione Albania. Una critica politica però, che si è tramutata in una sceneggiata portata avanti con i tratti della violenza e dell’arroganza che si ammanta di pacifismo e non violenza solo quando fa comodo ai Radicali.

Le immagini diffuse dai Radicali non lasciano spazio a interpretazioni: Magi si è presentato ai cancelli con un cartello pretendendo di avvicinarsi alla Meloni. Ovviamente il servizio d’ordine albanese lo ha respinto e dato che lui insisteva, ha dovuto usare le maniere forti. Forti, non vuol dire violente, perché gli addetti alla sicurezza non ha fatto altro che applicare un protocollo di allontanamento previsto in questi casi per chi non è autorizzato a entrare per ragioni di sicurezza.

E, ridicola, è stata l’intimazione a non essere toccato in quanto parlamentare. Forse che i parlamentari come Magi hanno un salvacondotto speciale quando abusano della loro autorità per andare oltre il consentito? No, ovviamente. La Meloni ha cercato di andargli incontro per evitargli figure ancora più brutte. Ma l’impressione è che la tanto decantata “non violenza” della Rosa nel pugno non è altro che l’impunità di provocare fino a dover intervenire con la forza. Qualcuno da sinistra ha stigmatizzato la protesta di Magi? Ovviamente no. Intanto lui ha potuto raccogliere quella visibilità che il suo partito, alleato con Renzi alle Europee, non avrebbe avuto.

Il secondo episodio si è svolto a Roma nella sede dell’Associazione Stampa estera dove il ministro dei Trasporti Matteo Salvini stava tenendo una conferenza stampa. Anche qui, una radicale, candidata all’europarlamento, Antonella Soldo, per strappare un po’ di visibilità si è avvicinata a Salvini strappandogli il microfono e rimproverando al ministro di mettere in ginocchio gli imprenditori della cannabis legale. Ovviamente il ministro, capita l’antifona, ha mostrato calma serafica ribadendo che «la droga è merda» cercando di ostentare una tranquillità zen che faceva a pugni con la violenza verbale e fisica (non serve menare, ma strappare un microfono, attirare l’attenzione e rubare la scena con metodi aggressivi è violenza anch’essa) della Soldo, la quale, ottenuto il suo quarto d’ora di celebrità ha potuto godere di una certa impunità del sistema mass mediatico che non ha minimamente stigmatizzato il suo comportamento.

Sembra ormai un riflesso pavloviano, ma se ad essere attaccati sono la Meloni e Salvini, come ieri lo era Berlusconi, scatta automaticamente un salvacondotto speciale per giustificare e scusare certe intemperanze.

Veniamo al terzo episodio che riguarda un altro candidato, ma dei Verdi, il partito della sinistra radicale di Fratoianni & company. Lui è Stefano Apuzzo e fino a ieri era un carneade della politica. Il signore in questione ha pensato bene di salire sulla terrazza del Duomo di Milano e di srotolare una bandiera palestinese. Anche in questo caso il blitz è stato ripreso dalle telecamere e dai fotografi chiamati appositamente, come negli altri due casi.

Ovviamente il signore in questione, ribadiamo, candidato all’europarlamento, è stato fermato immediatamente dagli agenti della sicurezza. È davvero curioso che nessuno a Sinistra, ma neanche nella Chiesa, abbia pensato di stigmatizzare l’episodio che è più grave di quanto si immagini.

Nel caso di Milano, alla protesta politica si è aggiunta anche la profanazione di una chiesa. Una volta le chiese erano considerati spazi extraterritoriali, protetti dalla comunità sociale in ragione di un sentimento di timor di Dio e di rispetto per la Chiesa che oggi si è perduto.

Anche i “nemici” della fede, difronte al tempio santo di Dio provavano un timore sacro. Invece siamo arrivati al punto che non solo si può disporre di una chiesa come il Duomo di Milano e passare sostanzialmente impuniti, ma nessuno ha sentito il bisogno di rimarcare che la prima ferita inferta con questo gesto è una profanazione che offende prima di tutto il padrone di casa.

Non lo hanno fatto giornalisti e politici di Sinistra impegnati a indicare il fascismo dove non è e a non vederlo dove invece è, ma non lo ha fatto neanche l’autorità ecclesiale che si è lasciata sostanzialmente scivolare sulla pelle l’affronto. Perché di questo si tratta e non riconoscerlo è il cuore del problema.

Apuzzo, infatti ha scelto il Duomo perché luogo altamente simbolico della nostra civilità, ma si dà il caso che a Milano, di luoghi simili ne esistano molti altri: il Teatro alla Scala, il Castello Sforzesco, lo Stadio Meazza, la Galleria Vittorio Emanuele. Milano è piena di luoghi evocativi, iconici, simbolici, che si potrebbero prendere a “nolo” per incursioni segnate dalla violenza politica. Perché allora non ha scelto uno di questi luoghi? Semplice: perché i proprietari, ad esempio il Comune, avrebbero proceduto a denunciare immediatamente il soggetto candidato alla Procura.

Invece ha scelto il Duomo perché sapeva che nessuno nella Chiesa gli avrebbe fatto un granché. Come appunto è accaduto. Nel frattempo, però oltre alla violazione di uno spazio sacro, è riuscito anche nel lanciare il messaggio che in fondo, nemmeno la Chiesa tiene più di tanto alla sua identità, dunque, disponiamone come vogliamo, anche per scopi palesemente provocatori. Se è vero che il male dilaga quando i giusti tacciono, ieri in tanti hanno preferito tacere, lasciando avanzare un altro po’ il germe della violenza politica. Candidati, violenti e impuniti: e poi fanno le vittime.