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Balloon, una mongolfiera per la libertà. Fuga dalla DDR

Nel trentennale della caduta del Muro di Berlino un film tedesco ricorda i trentamila sventurati che cercarono di fuggire dal paradiso comunista della Germania Est. Si tratta di Balloon. Il vento della libertà, del regista Michael Herbig, storia di un'incredibile fuga in mongolfiera.

Balloon, una scena del film

Nel trentennale della caduta del Muro di Berlino un film tedesco (dopo lo struggente Le vite degli altri, Oscar 2007) ricorda i trentamila sventurati che cercarono di fuggire dal paradiso comunista della Germania Est (Ddr: Deutsche Demokratische Republik; i comunisti li riconosci dall’ossessione per il termine «democratico»), di cui quasi cinquecento uccisi dai Vopos (Volkspolizei: polizia del popolo, nei fatti contro il popolo). Si tratta di Balloon. Il vento della libertà, del regista Michael Herbig. Il quale fin qui aveva prodotto solo film per adolescenti ma ora si misura con una storia vera.

Turingia, 1979, due famigliole, gli Strelzyk e i Wetzel, da due anni lavorano nel massimo segreto a un piano audacissimo: scappare nell’Ovest con una mongolfiera. Il capofamiglia dei primi è un elettricista con moglie e due figli, di cui uno adolescente, l’altro è un bambino. L’altro capofamiglia ha un figlio di tre anni ed è stato precettato per il servizio militare di lì a breve. Occorre dunque far presto. Non possono dire niente neppure agli anziani genitori, perché questi verrebbero accusati di complicità e messi in prigione. Già: tutti quelli che scappano dalla Ddr sono etichettati ufficialmente come «traditori» e su di loro l’ordine è di sparare a vista, compresi donne e bambini. Ripetiamo: si tratta di una storia vera, tant’è che nei titoli di coda compaiono le foto dei veri protagonisti. E una volta tanto è una storia a lieto fine, perché le due famigliole davvero riuscirono a scappare. Comprando metri e metri di stoffa nei negozi più disparati per non destare sospetti e cucendoli disperatamente a macchina in cantina di notte, finalmente la mongolfiera, che più artigianale non si può, è pronta.

Ma la Turingia è a Sud e bisogna aspettare il (ahimè raro) vento dal Nord che spinga il pallone oltre confine. Quando questo vento comincia a spirare, Wetzel si tira indietro: ha rifatto i calcoli, il pallone non li reggerebbe tutti. Partono solo gli Strelzyk, ma il marchingegno fatto in casa precipita. Riescono a tornare indietro senza farsi notare, però l’involucro è rimasto a terra e la Stasi parte in caccia. In fretta e furia Wetzel costruisce un’altra mongolfiera, perché è solo questione di tempo prima che la Stasi (Staatssicherheit: l’equivalente comunista della Gestapo) lo colleghi agli  Strelzyk, che nel frattempo sono stati individuati. Stavolta partono tutti e la fuga, sia pur per pochi metri, riesce.

Il film si segue come un thriller, due ore col fiato sospeso. Ma mostra aspetti della vita quotidiana sotto il regime che davvero spiegano come quella gente sia stata disposta a farsi sparare nella schiena pur di andarsene. Comincia coi ragazzini che devono giurare fedeltà al socialismo in una cerimonia apposita. Agghiaccia quando il bambino all’asilo si lascia scappare, interrogato dalla maestra, che il padre di notte cuce a macchina. Si conclude con tutti agenti della Stasi, e pure i militari di guardia al confine, che ci rimettono la testa per la loro negligenza nel non essere riusciti a impedire la defezione di due intere famiglie. In un mondo concentrazionario in cui tutti quelli che conosci possono diventare delatori e anche la minima azione può essere letta come «sovversiva». Un’intera nazione letteralmente svuotatasi quando furono aperte le frontiere è un fatto che si commenta da solo, così come i famosi boat people vietnamiti quando arrivarono i vietcong. Voto con i piedi. Ma i veri muri sono quelli nella testa, e questi, come l’esperienza anche (o soprattutto?) nostrana ci ha dimostrato e ancora ci mostra, non cadono mai.