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DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA

Assalti, saccheggi e minacce: le proteste degli abortisti USA

Dal tentato assalto al Senato dell’Arizona a quello al Tribunale di Portland, dove sono stati saccheggiati diversi negozi; dagli arresti a Los Angeles per le minacce di morte ai poliziotti alle ennesime devastazioni di centri pro vita. Dopo la storica sentenza della Corte Suprema che ha cancellato il diritto all’aborto a livello federale, continuano le violenze degli abortisti, ma finora in misura minore rispetto a quanto si temeva. La stampa mainstream internazionale rivela il suo volto radicale. E intanto sono almeno otto gli Stati USA che hanno già bandito o limitato fortemente l’aborto. Ma il numero è destinato a crescere.
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Attualità 27_06_2022
Polizia a difesa del Senato dell'Arizona dopo le proteste degli abortisti

Nei primi tre giorni successivi alla storica sentenza della Corte Suprema, gli atti violenti non sono stati così numericamente importanti come si temeva. La sentenza di venerdì scorso non ha solo dichiarato incostituzionale il diritto all’aborto e rimesso ai singoli Stati ogni legislazione su questo tema, ma ha anche mostrato la mancanza di solidi argomenti dei giudici e mass media liberal, dei Democratici e di molti quotidiani occidentali (si vedano qui le parti evidenziate in verde nel testo).

Al momento, dicevamo, le proteste negli USA non appaiono così violente come temeva, con l’ulteriore nota ufficiale di venerdì scorso, l’intelligence del Dipartimento della Sicurezza interna. Tuttavia, si prevedono incidenti e assalti violenti per le prossime settimane e il New York Post mette in guardia su una possibile recrudescenza degli abortisti. Per parte loro le multinazionali abortiste, con un comunicato congiunto dei giorni scorsi, confermano il proprio totale impegno a promuovere l’aborto (“libertà di scelta delle donne, diritto alla privacy, diritto all’aborto libero e alla salute riproduttiva”) e ribadiscono di voler sostenere i candidati abortisti con 150 milioni di dollari alle prossime elezioni federali di novembre, quando si rinnoverà tutta la Camera e un terzo dei senatori.

A sostegno dell’industria dell’aborto e dei violenti terroristi si è schierata tutta la stampa mainstream del mondo, usando parole che hanno il sapore, in molti casi, di proiettili e bombe incendiarie. Negli USA, il New York Times definisce la decisione della Corte Suprema un insulto alle donne e alla giustizia. Il Washington Post attacca i giudici conservatori che danneggerebbero la Corte e rappresenterebbero, secondo il giornale, la tirannia della minoranza. La rivista ultraliberal The Atlantic considera la decisione della Corte un precedente che mette in pericolo qualunque altro diritto. Politico definisce la sentenza una conseguenza di tempi di radicali divisioni. Solo la CNN esce dal coro e, pur sostenendo le ragioni abortiste, rende onore alle battaglie pro vita costruite da decenni.

In Europa, oltre al Guardian, in prima fila nel difendere l’aborto, definire illegittima la decisione e paventare la guerra civile, ci sono Der Spiegel, Le Monde, El País, la Repubblica; molti leader politici europei si ergono a difensori del diritto all’omicidio del nascituro.

Nell’intera giornata di sabato e sino al mattino di domenica si sono svolte manifestazioni di protesta in moltissime grandi città degli Stati Uniti, fuori dalle abitazioni dei giudici della Corte Suprema come nei confronti dei centri di aiuto alla maternità. Nessuno spazio sui media internazionali per quelle che il Washington Post di domenica definiva “proteste emotive” che in realtà hanno visto nella notte di sabato un assalto al Senato dell’Arizona, a Phoenix, mentre i senatori erano al lavoro; l’assalto al Tribunale e il saccheggio di diversi negozi a Portland; arresti per tentato omicidio di poliziotti a Los Angeles e di vandali a New York, dove i protestatari hanno tentato l’assalto agli studi di Fox News. A Lynchburg, in Virginia, un centro pro vita è stato distrutto. Minacce di morte ai parlamentari del Vermont sono state scritte all’entrata del palazzo del Congresso a Montpellier. A Longmont, in Colorado, un altro centro pro life è stato saccheggiato…Tutto ciò sta avvenendo in queste notti di rabbia, dove scritte e urla dense di odio e minacce di morte contro i pro life e i giudici conservatori sono risuonate in tutto il Paese, riecheggiando le irresponsabili dichiarazioni dei leader Democratici e dell’Amministrazione Biden.

Sono decine le grandi imprese che, sin da sabato, nonostante l’opinione pubblica sia perlopiù contraria, hanno confermato di essere disposte a pagare i viaggi per l’aborto alle loro dipendenti che lavorano in Stati in cui l’aborto è vietato o limitato. George Soros non ha fatto mancare il proprio sdegno per la sentenza e ha confermato il proprio impegno milionario in favore delle multinazionali omicide. Ieri, domenica 26 giugno, mentre ancora le manifestazioni si stavano svolgendo e il pericolo di altri attacchi vandalici contro chiese e centri pro life era alto, gli abortisti hanno lanciato una nuova iniziativa disperata e contraddittoria: lo “sciopero del sesso”. Coloro che criticavano l’astinenza sessuale, ora, promuovendo l’astinenza, confermano le ragioni dei pro life sulla dannosità dei contraccettivi artificiali e l’assurdità dell’aborto.

A tre giorni dalla storica sentenza della Corte Suprema sono almeno 8 gli Stati che hanno già bandito o fortissimamente limitato l’accesso all’aborto (Missouri, Dakota del Sud, Arkansas, Kentucky, Louisiana, Oklahoma, Ohio, Utah), ma molti altri si aggiungeranno nei prossimi giorni. La Conferenza episcopale statunitense, i più importanti leader delle denominazioni cristiane evangeliche, con in testa il reverendo Franklin Graham e tutti i leader pro life che per 50 anni hanno combattuto per riaffermare il diritto alla vita del concepito, hanno usato parole di grande soddisfazione e reso grazie a Dio per la sentenza della Corte Suprema. Tutti sono consapevoli che la battaglia per affermare non solo il diritto alla vita del concepito, ma anche vere politiche di sostegno alla maternità e alle famiglie, è indispensabile, come auspicato anche dal Vaticano.

Per altro verso, gli Stati retti dai Democratici, in particolare California, Washington e Oregon, hanno promosso la West Coast offense, una coalizione di Stati nei quali l’aborto sia favorito e completamente liberalizzato sino alla nascita. Per favorire l’aborto, i Dem chiedono l’espansione del numero dei giudici della Corte o le dimissioni di alcuni degli attuali giudici conservatori, mentre un primo raffazzonato sondaggio, dopo un martellamento ossessivo, vede i contrari alla decisione solo al 52%, mentre il 47% degli americani sarebbe favorevole o indifferente.

E il presidente Biden? Ha dichiarato di voler deliberare ogni provvedimento necessario per difendere la vendita online delle pillole abortive in tutto il Paese (kill-pills) e così aperto un nuovo conflitto con gli Stati a maggioranza repubblicana, tra cui il Dakota del Sud, dove proprio le pillole sono severamente proibite.