• SPERANZE DELUSE

Africa, quattro stati sull'orlo del baratro

Nel discorso natalizio, il Papa ha citato quattro paesi africani, sconvolti da crisi politiche e militari. Ecco perché.

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Tanti sono gli stati africani in serie difficoltà in cui, nella notte di Natale, i fedeli si sono raccolti in preghiera chiedendo la grazia di un futuro migliore, libero da conflitti politici, scontri etnici e religiosi, violenze e abusi. Nel messaggio di Natale il Papa ne ha voluti ricordare quattro: Somalia, Sudan, Costa d’Avorio e Madagascar. Ecco perché.

In Somalia i clan antagonisti si contendono il potere dal 1991, anno in cui un’effimera coalizione di forze riuscì ad abbattere il dittatore Siad Barre. Sembrava l’alba di un nuovo giorno. Invece era l’inizio di un calvario senza fine. Il governo costituito nel 2004, dopo interminabili trattative tra i capi clan divenuti ‘signori della guerra’, è costantemente in crisi ed è incapace di mantenere l’ordine persino nella capitale Mogadiscio dove solo la presenza dei caschi verdi dell’Unione Africana garantisce zone di relativa sicurezza. Numerose città e vaste estensioni di territorio sono in mano a movimenti antigovernativi legati al terrorismo internazionale e dominati da una concezione integralista dell’islam. Le sofferenze della popolazione sono inimmaginabili. Milioni di persone dipendono dall’assistenza umanitaria internazionale per sopravvivere. Chi può fugge da Mogadiscio e dal paese. I più fortunati trovano rifugio in Europa e in America o almeno nel vicino Kenya. Gli altri si avventurano nel Golfo di Aden, una delle rotte dell’emigrazione più pericolose, dove a centinaia perdono la vita ogni anno nel tentativo di raggiungere le coste dello Yemen. Per la minoranza cristiana, alle sofferenze di tutti si aggiunge la minaccia della persecuzione religiosa. Al Shabaab, il principale movimento armato antigovernativo, ha dichiarato di voler cancellare il cristianesimo dalla Somalia. A dicembre ha scoperto e distrutto una biblioteca cristiana e ha bruciato tutti i libri e il materiale audiovisivo rinvenuto. Nel 2010 almeno sei cristiani sono stati uccisi a causa della loro fede.

Per il Sudan il pensiero di Benedetto XVI è andato al Darfur, la regione occidentale in prevalenza di religione islamica in cui i tradizionali conflitti tribali si sono trasformati in guerra di sterminio a partire dal gennaio 2003 quando il governo ha incominciato a finanziare e armare le tribù di origine araba contro quelle africane, nell’ambito di un progetto di arabizzazione del paese iniziato nel 1989 con l’ascesa al potere dell’attuale presidente, Omar Hassan el Bashir. Su di lui pende perciò da due anni un mandato di cattura internazionale spiccato dalla Corte Penale Internazionale che lo ha accusato di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Il conflitto del Darfur infatti finora ha provocato alcune centinaia di migliaia di vittime civili e ha trasformato in profughi o sfollati oltre due milioni di persone, un terzo della popolazione della regione. Ma prima del Darfur il piano di arabizzazione di el Bashir si era rivolto al sud popolato da etnie di fede cristiana oltre che di origine africana. Qui, per quasi due decenni, le truppe di Khartoum hanno infierito senza tregua sulla popolazione, seppur contrastate da milizie armate raccolte sotto la sigla Spla: i profughi e i morti tra i civili si sono contati a milioni. La pace firmata nel 2005 prevede tra l’altro che il Sud decida se rimanere territorio sudanese o costituirsi in entità politica autonoma. Il referendum popolare, fissato al 9 gennaio, è atteso con trepidazione, si teme che Khartoum non sia disposto ad accettare un ‘si’ alla secessione poiché la posta in gioco nel frattempo si è alzata: si trovano infatti al sud quasi tutti i giacimenti di petrolio che costituiscono la maggiore fonte di entrate del governo.

Al confronto la crisi politica della Costa d’Avorio sembrerebbe poca cosa. Si contano “solo” a migliaia i morti e a decine di migliaia i profughi durante gli otto anni trascorsi dal settembre del 2002 quando un tentativo fallito di colpo di stato ha diviso in due il territorio nazionale: controllato al nord dalle forze golpiste e per il resto in mano al governo guidato dal presidente Laurent Gbagbo. Ma l’instabilità politica ha affondato l’economia del paese, primo produttore mondiale di cacao, uno dei pochi in Africa avviato – così pareva – verso un duraturo sviluppo economico e sociale. Le elezioni presidenziali dello scorso ottobre avrebbero dovuto porre fine alla crisi. Ma sia il presidente uscente Gbagbo che il suo avversario, Alassane Ouattara, sostenuto dal nord antigovernativo, sono stati proclamati vincitori del ballottaggio del 28 novembre: il primo dal Consiglio Costituzionale e il secondo dalla Commissione elettorale. Così le elezioni, invece di concludere un difficile processo di riunificazione del paese, come auspicavano gli intermediari internazionali, ne hanno confermato la frattura, con immediate ripercussioni negative sulle condizioni già critiche della popolazione.
 
Per finire, il Madagascar, ormai allo stremo, dopo il colpo di stato di Andry Rajoelina, realizzato nel marzo del 2009 con il sostegno dell’esercito, che ha costretto all’esilio il presidente Marc Ravalomanana. La storia recente di quest’isola presenta le componenti caratteristiche delle vicende politiche africane dell’epoca post coloniale. Dopo l’indipendenza dalla Francia, ottenuta nel 1960, il paese è andato in rovina. Particolarmente disastroso e opprimente è stato il lungo regime del temutissimo Didier Ratsiraka, intervallato da quello dell’avversario Albert Zafon. Poi, nel 2001, il sindaco della capitale Antananarivo, Marc Ravalomanana, si è candidato alle presidenziali sfidandolo, forte dei buoni risultati ottenuti nell’amministrazione della capitale. All’indomani del voto, entrambi i candidati si sono dichiarati vincitori ed è stata guerra civile: la capitale raccolta attorno a Ravalomanana e Ratsirika arroccato nelle sue regioni natali, deciso a mettere a ferro e a fuoco l’isola piuttosto che cederla al rivale. Dopo mesi drammatici, Ravalomanana ha avuto la meglio, il paese sembrava aver voltato pagina radicalmente. Ma il nuovo leader pare non abbia resistito alla tentazione di approfittare del potere acquisito e un crescente scontento nei suoi confronti è sfociato nel golpe del 2009. Come se non bastasse, sono rientrati in gioco sia Zafon che Ratsiraka, chiamati insieme a Ravalomanana alla guida di tre gruppi all’opposizione che, nelle intenzioni dei mediatori internazionali, dovrebbero concordare con Rajoelina una spartizione delle cariche in attesa di nuove elezioni che riportino la democrazia nel paese.

Somalia e Sudan hanno meritato una menzione nel messaggio di Natale del Papa per gli immensi danni che le lunghe crisi in corso hanno arrecato e stanno tuttora causando, Costa d’Avorio e Madagascar per il rischio di affondare in crisi altrettanto profonde, forse ancora peggiori perché in entrambi i casi le aspettative di un futuro sicuro erano maggiori.

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