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IRLANDA DEL NORD

Aborto, se anche i vescovi travisano l’Evangelium Vitae

Di fronte all’estremo regime abortista entrato in vigore il 31 marzo, i vescovi dell’Irlanda del Nord hanno suggerito ai parlamentari di fare riferimento a una legge del 2019 ed emanare nuove norme. Ma già quella legge era malvagia ed è all’origine dell’attuale normativa. Si è intesa male l’Evangelium Vitae, quando invece i vescovi avrebbero dovuto indicare la verità.

Vita e bioetica 18_04_2020

Il 31 marzo, dopo alcuni mesi di regime provvisorio, è entrata in vigore nell’Irlanda del Nord una delle normative abortiste più estreme al mondo. Lo stesso giorno i vescovi della provincia del Regno Unito hanno pubblicato una dichiarazione congiunta che contiene in sostanza due ragionamenti.

Nella prima parte, condivisibile, i vescovi rinnovano il loro sgomento verso il governo britannico che ha imposto l’aborto nell’Irlanda del Nord (approfittando di un vuoto di potere) contro la volontà della grande maggioranza dei cittadini nordirlandesi. «La vita di ogni madre e del suo bambino non nato è importante», scrivono i prelati dopo aver sottolineato che, a causa delle nuove norme, «alcuni bambini non ancora nati rimarranno completamente indifesi».

Il problema si pone nel ragionamento successivo. «Va notato che i membri del Parlamento dell’Irlanda del Nord non sono completamente privi di influenza. I politici e tutte le persone di buona volontà, che riconoscono l’estrema natura dei Regolamenti, non dovrebbero accettare docilmente la loro promulgazione. I Regolamenti stessi possono essere discussi dal Parlamento e, nella misura in cui superano i severi requisiti della Legge del 2019 [il Northern Ireland Act, ndr], nuovi Regolamenti possono essere emanati dal Parlamento. Intendiamo esprimere questi punti per iscritto ai nostri parlamentari nei prossimi giorni e incoraggiare gli altri a fare altrettanto».

La dichiarazione si conclude con l’impegno a far diventare realtà la cultura della vita. In calce le firme dei monsignori Eamon Martin (arcivescovo di Armagh e primate di tutta l’Irlanda), Noel Treanor, Donal McKeown, Larry Duffy, Michael Router.

I vescovi suggeriscono dunque come pietra di paragone ai politici pro vita i «severi requisiti» del Northern Ireland Act del 2019, cioè il provvedimento approvato a luglio da Westminster che nella sezione 9 conteneva le linee guida per l’entrata in vigore del nuovo regime abortivo. Com’è possibile che monsignor Martin e compagni abbiano dato questo suggerimento?

Di fatto si tratta di un compromesso, estremamente al ribasso, che contraddice quanto la stessa Conferenza episcopale irlandese aveva pubblicato il 17 dicembre 2019, diffondendo una dichiarazione ben articolata e incisiva (ne avevamo dato conto qui) in cui si definiva il Northern Ireland Act «una legge statale che legittima l’uccisione diretta e intenzionale di esseri umani innocenti». I vescovi spiegavano allora che «questa legge non può essere considerata in possesso di un’autentica validità giuridica né di alcuna forza moralmente vincolante». In modo perentorio, esortavano perciò i cristiani e gli uomini di buona volontà a resistere: «Ognuno è moralmente obbligato a opporsi […] attraverso l’obiezione di coscienza».

I vescovi chiedono insomma ai parlamentari di fare riferimento alla stessa legge generale che avevano duramente criticato, a ragione, appena tre mesi e mezzo prima. Non si discute la bontà delle loro intenzioni, verosimilmente dirette a mitigare il regime estremo in vigore dal 31 marzo. Il punto è che il Northern Ireland Act del 2019, da cui è nato tutto il problema, rimane inaccettabile e in nessun modo si può affermare oggi che contenga «severi requisiti». Quel provvedimento chiede infatti di adottare le raccomandazioni contenute in un rapporto della Cedaw del 2018, che promuove la legalizzazione dell’aborto per molteplici ragioni: stupro, incesto, grave handicap del feto, rischio per la salute fisica o mentale della madre, senza che tale rischio preveda necessariamente effetti permanenti o a lungo termine. In pratica, le ragioni adducibili per abortire sono potenzialmente illimitate. Il quadro generale tracciato dalla Cedaw e incluso nel Northern Ireland Act è quindi il fondamento su cui si basa l’attuale, radicale, regime abortivo.

Di qui la delusione espressa da un’antica organizzazione pro life del Regno Unito, la Spuc, che attraverso un paio di interventi di John Smeaton ha chiesto ai vescovi dell’Irlanda del Nord di non avallare un simile compromesso con il male. Compromesso che si basa, ricorda Smeaton, su un’errata interpretazione dell’Evangelium Vitae.

L’enciclica di san Giovanni Paolo II, al punto 73, recita:

«Un particolare problema di coscienza potrebbe porsi in quei casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante per favorire una legge più restrittiva, volta cioè a restringere il numero degli aborti autorizzati, in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o messa al voto. [...] Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui».

Come osserva Smeaton, «esiste una differenza morale cruciale tra, da un lato, limitare, in modo etico, il danno della legislazione sull’aborto e, dall’altro, consigliare i legislatori su come procedere a legalizzare l’aborto in determinate circostanze. La prima cosa è consentita, la seconda no».

Nel paragrafo precedente, l’EV aveva premesso:

«Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto”».

Se è vero com’è vero che «non è mai lecito» conformarsi a una legge ingiusta, non è possibile che dei vescovi indichino come pietra di paragone un provvedimento che è già di suo intrinsecamente malvagio ed è all’origine delle norme concrete che si vorrebbero contrastare. Se nemmeno i vescovi indicano la verità, senza sconti, e anzi danno come input di riferimento una legge estrema, molto difficilmente i politici - per quanto di buona volontà - troveranno e cercheranno una soluzione migliore. Tra l’altro i parlamentari di Stormont non hanno votato la legge abortista, bensì l’hanno subita da Londra: e oggi hanno la piena possibilità, se lo vogliono, di abrogare le norme contro la vita nascente. Speriamo che i Pastori tornino a indicare la via giusta.