a cura di Riccardo Cascioli
  • CLIMA

1988-2018: dopo trent'anni smentito il catastrofismo

James Hansen

Esattamente trent'anni fa, il 23 giugno 1988, fu una giornata fondamentale per il passaggio del riscaldamento globale antropogenico da materia di dibattito scientifico-accademico a emergenza permanente dell'agenda politica internazionale ed onnipresente spauracchio dell'opinione pubblica. Lo scienziato della NASA James E. Hansen tenne infatti un'audizione al Senato USA (vedi qui), dinnanzi alla Commissione per l'energia e le risorse naturali, e approfittò della ribalta per scatenare l'allarme. Disse tra l'altro: “il riscaldamento globale è ora ingente abbastanza perché possiamo sostenere con alto grado di attendibilità una relazione di causa-effetto con l'effetto serra”, e “le nostre simulazioni climatiche al computer indicano che l'effetto serra è già abbastanza forte da incominciare a rendere effettiva la probabilità di eventi estremi, quali ondate di calore estive”.

La temperie – per così dire – era favorevole ad Hansen, poiché quell'audizione si svolse proprio mentre sugli Stati Uniti si abbatteva un'eccezionale ondata di calore e siccità. Inoltre, chi c'era in quegli anni, anche se non si occupava direttamente di clima e meteorologia, non può non serbare memoria dei tormentoni massmediatici sul “buco dell'ozono” e le “piogge acide”. Del 1987 è lo storico rapporto della Commissione ONU su Sviluppo e Popolazione Our common future (“Il nostro futuro comune”), imperniato sul concetto di “sviluppo sostenibile”, cioè sulla convinzione che si debba rimediare ai danni causati dalla presenza dell'uomo sulla Terra, e in particolare a quelli prodotti nei Paesi poveri dalla (presunta) sovrappopolazione e dall'attività industriale dei Paesi ricchi. Si stava già facendo largo, insomma, l'ossessione per le attività umane come foriere di danni ambientali e sociali planetari.

A trent'anni di distanza, la domanda è: Hansen aveva ragione? Ha azzeccato le previsioni?

La risposta è: no. Decisamente no. Almeno sessant'anni di dati e rilevamenti mostrano chiaramente (a chi voglia tenere gli occhi aperti, beninteso) che (vedi qui): 1) non è in atto alcun global warming, cioè alcun forte incremento della temperatura globale terrestre; 2) quindi non è in atto alcun global warming causato dall'uomo; 3) la CO2 (principale imputata per il malfamato “effetto serra”) va scagionata, poiché non è responsabile di alcun global warming e risulta non essere in alcun modo il fattore che sta controllando e governando l'andamento della temperatura globale. Quanto agli eventi estremi: negli ultimi decenni non hanno subito alcun aumento rilevante né nel numero né nell'intensità (vedi qui e qui).

Anche il Wall Street Journal s'è domandato che ne è, a trent'anni di distanza, delle affermazioni e delle previsioni di Hansen. L'articolo (vedi qui, qui e qui), affidato al climatologo Patrick Michaels e al meteorologo Ryan Maue, dice tra l'altro: “La temperatura globale della superficie terrestre non è aumentata significativamente dal 2000, al netto di un El Niño, quello del 2015-16, più forte del consueto. Valutate in base al modello di Hansen, le temperature superficiali si stanno comportando come se 18 anni fa avessimo posto freno alle emissioni di anidride carbonica responsabili dell'accresciuto effetto serra. Ma non l'abbiamo fatto. E non è solo Hansen a essere in errore. I modelli ideati dall'Intergovernmental Panel on Climate Change [IPCC] delle Nazioni Unite hanno previsto, in media, circa il doppio di riscaldamento rispetto a quanto osservato dal monitoraggio satellitare della temperatura globale incominciato 40 anni fa.”
Gli autori concludono: “Perché le persone in tutto il mondo dovrebbero pagare costi drastici per tagliare le emissioni quando la temperatura globale si comporta come se quei tagli fossero già stati fatti?” (Alessandro Martinetti)