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LIBERTA' RELIGIOSA/11

Yemen, dove la shari'a detta regole e leggi

La Costituzione yemenita riconosce quella islamica come la religione di Stato e individua nella legge islamica, la fonte della legislazione statale.

Attualità 28_05_2011
yemen
Negli ultimi mesi, anche lo Yemen è stato interessato dall’ondata di manifestazioni popolari di protesta del Nord Africa e del Medio Oriente. Due giorni fa, ci sarebbero state almeno 24 vittime negli scontri a Sana'a, tra i soldati dell'esercito, fedeli al presidente Ali Abdullah Saleh – Capo dello Stato dal 1990 e già presidente della Repubblica araba dello Yemen del Nord dal 1978 - e i miliziani della tribù dello sceicco Sadiq al-Ahmar e 28 morti a causa dell’esplosione di un arsenale.
Il paese è caratterizzato da una situazione resa instabile dalla persistente rivalità tra Nord e Sud, sopravvissuta alla riunificazione del 1990, dalla contrapposizione con la minoranza sciita degli Houti nel Nord e dalla presenza di Al Qa’ida.

Per “Freedom House” lo Yemen è uno Stato non libero, mentre il “Democracy Index 2010” dell’”Economist Intelligence Unit” lo classifica come “regime autoritario”. Osservatori indipendenti hanno individuato nelle ultime elezioni del 2009 consistenti irregolarità, anche con riferimento alle procedure di registrazione degli elettori. I mezzi di comunicazione di massa sono di proprietà statale e il codice penale persegue le critiche al Capo dello Stato e la pubblicazione di materiale che potrebbe diffondere “spirito di dissenso tra il popolo”.  

Nel rapporto 2010 di “Amnesty International” si legge che le autorità hanno detenuto migliaia di persone in relazione alle proteste nel sud e altrove, in un contesto che ha visto la ripresa dei combattimenti a Sa'da, nel nord del paese. La maggior parte delle persone detenute è stata rilasciata o processata. Altre, per lo più arrestate negli anni precedenti, sono state condannate a morte o a pene detentive al termine di processi iniqui celebrati davanti alla Corte penale specializzata (Scc). Sono stati riportati casi di tortura e altri maltrattamenti e vi è stato almeno un decesso in custodia. Le autorità non hanno provveduto a indagare queste e altre violazioni, comprese le presunte uccisioni illegali da parte di forze governative. Il governo ha rafforzato i controlli sui media. Le donne hanno continuato a essere vittime di discriminazioni e violenze. Le autorità hanno fornito protezione ai rifugiati e richiedenti asilo provenienti dalla Somalia, ma hanno rimpatriato forzatamente persone sospettate di terrorismo in Arabia Saudita, malgrado i rischi che avrebbero incontrato una volta rientrati nel paese. Sono state messe a morte almeno 10 persone.
In occasione del lancio di un rapporto sulle violazioni dei diritti umani nello Yemen, nello scorso mese di aprile, Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di giocare un ruolo più attivo affinché le autorità di Sana'a siano chiamate a rispondere della sanguinosa repressione operata quest’anno.

Il rapporto, intitolato "Il momento della verità per lo Yemen", documenta la brutalità con cui sono state represse le proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh, la corruzione, la disoccupazione e la limitazione delle libertà. I manifestanti uccisi fino al 1° aprile sono stati almeno 94. Il peggiore episodio di violenza si è verificato il 18 marzo, quando un attacco apparentemente coordinato di cecchini contro un campo di manifestanti avrebbe provocato 52 morti e centinaia di feriti. Il 19 marzo il governo yemenita ha annunciato l'apertura di un'inchiesta, senza fornire ulteriori dettagli. L'organizzazione per i diritti umani ha chiesto alle autorità di Sana'a di riconoscere la necessità di chiedere aiuto alla comunità internazionale per svolgere inchieste che possano fare piena luce sulle recenti uccisioni nel paese. Tra il 2 e il 4 aprile, migliaia di persone sono scese in strada a Ta'izz, affrontate dalle forze di sicurezza, che hanno ferito centinaia di manifestanti e hanno ucciso un numero imprecisato di persone.

Il rapporto di Amnesty International descrive, inoltre, le continue violazioni dei diritti umani (tra cui uccisioni illegali, torture, detenzioni prolungate senza accusa) con cui il governo yemenita sta affrontando le crescenti richieste secessioniste nel sud, gli attacchi di al-Qaeda e l'intermittente conflitto coi ribelli huthi nel nord del paese.

Infine, Amnesty International ha chiesto a tutti i governi di sospendere immediatamente l'autorizzazione all'esportazione, la fornitura e i trasferimenti di armi, munizioni e altro armamentario e materiale alle forze di sicurezza dello Yemen, nel caso in cui possano essere impiegate per reprimere con forza eccessiva le proteste. Tra i paesi fornitori allo Yemen figurano Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Stati Uniti d'America, Turchia e Ucraina.

La Costituzione yemenita riconosce quella islamica come la religione di Stato e individua nella legge islamica, la shari'a, la fonte della legislazione statale. Su una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti, praticamente tutti gli abitanti sono musulmani e appartengono o alla fazione Zaydi dell’islam sciita oppure alla fazione Shafa dell’islam sunnita (rispettivamente circa il 30 % e il 70 % della popolazione totale). Ci sono alcune migliaia di musulmani ismailiti che abitano prevalentemente nel nord.

Quasi tutte le decine di migliaia di Ebrei, che una volta abitavano nel paese, sono emigrati. Meno di 500 Ebrei sono rimasti nella parte settentrionale del paese, soprattutto nelle vicinanze di Raida e Saada.

Sia il cristianesimo che il giudaismo entrarono nello Yemen verso il quarto secolo dopo Cristo, quando gli etiopi occupavano il territorio. Nel 570 d.C. la grande diga di Ma’rib, trascurata da diversi secoli, si ruppe per l’ultima volta e fu abbandonata dal regno Sabeo in forte declino. Intanto gli Himyariti si erano alleati con i Persiani e sconfissero gli invasori etiopi. L’islam fu introdotto nella regione verso il 630 d.C. e da allora lo Yemen fu governato da una serie di califfi arabi. Le prime moschee furono costruite a San’a al-Janad e vicino a Wadi Zabid. Nel settimo secolo i califfi ummayyadi e abbasidi spostarono la loro capitale prima a Damasco e poi a Baghdad, riducendo così lo stato politico dello Yemen nel nuovo impero islamico. Da quel momento lo Yemen è stato dominato dall’islam.

Come racconta Paul Hinder, in un articolo apparso sulla rivista “Oasis” nel 2007, la presenza della Chiesa Cattolica nello Yemen moderno risale al 1841, quando fu aperta la Missione di Aden, con l'arrivo dei Padri Serviti di Maria. Problemi di salute dovuti al clima costrinsero i Serviti di Maria ad abbandonare la missione. Da allora in poi, grazie alla libertà religiosa della colonia, troviamo nella penisola i cappuccini a continuare il lavoro pastorale tra i cattolici, il cui numero nella città di Aden, importante dal punto di vista strategico ed economico, era già attorno ai mille. Il Vicariato apostolico di Arabia, con la sua sede ad Aden, fu eretto formalmente il 4 maggio 1888.

I preti (cappuccini) e le suore (la comunità fondata da san Daniele Comboni e ora conosciuta come Suore Missionarie Comboniane, attualmente all'opera nel Vicariato a Fujairah e a Dubai negli Emirati Arabi Uniti) realizzarono un'intensa attività nelle parrocchie e in quattro scuole. L'indipendenza dalla Gran Bretagna avvenne nel 1967, quando fu fondata la Repubblica Popolare dello Yemen del Sud. Più tardi, nel 1979, sotto stretta influenza sovietica, il nome del Paese venne cambiato ed esso divenne l'unico Stato marxista nel mondo arabo. Questo regime comunista, con la sua conseguente intolleranza religiosa, portò alla quasi estinzione della Chiesa nello Yemen. Nel 1973, le scuole furono nazionalizzate e i sacerdoti imprigionati. Sebbene fossero in seguito rilasciati, le proprietà della Chiesa furono confiscate e le suore espulse, insieme con i cappuccini. Rimasero soltanto pochi cristiani e un prete. La popolazione cattolica scese a 120 unità, con solo due o tre battesimi l'anno invece del centinaio del periodo precedente. Si trattò di una vera persecuzione.

Alla fine, la sede del Vicariato fu spostata, negli anni Settanta, ad Abu Dhabi, non solo in ragione della situazione dello Yemen, ma anche in seguito allo spostamento della presenza cattolica verso la Regione del Golfo. Decine e poi centinaia di migliaia di lavoratori, tra cui molti cristiani, si riversarono nei paesi del Golfo. Lo Yemen divenne numericamente quasi insignificante, sebbene nelle maggiori città, come Sana'a, Aden, Taïz e Hodeidah si potessero trovare alcuni cattolici. Nello stesso tempo, nel Nord dello Yemen i Padri Bianchi si presero cura per 16 anni (1973 - 1989) dei pochi cristiani del posto. Nel Sud dello Yemen, comunista, alla fine rimase ad Aden un solo cappuccino. Nel 1973 le Suore Missionarie della Carità, conosciute come le suore di Madre Teresa, chiamate dal Presidente dello Yemen del Nord, si stabilirono ad Hodeidah. Nel 1976 aprirono una casa a Sana'a; poi nel 1977 a Taiz; e infine, dopo l'unificazione del Sud e del Nord dello Yemen, anche ad Aden. Il 27 luglio del 1998, alle 8.30 del mattino, tre Suore della Carità, suor M. Zelia, suor M. Aletta (entrambe indiane) e suor M. Michael (filippina), furono uccise a colpi di arma da fuoco da un fanatico del luogo mentre stavano recandosi dal loro convento alla casa per anziani che dirigevano. Il Presidente dello Yemen, fortemente scosso da questo atto criminale, ordinò immediatamente una protezione speciale per le suore, provvedimento tuttora in vigore.

Tra i più di 20 milioni di abitanti dello Yemen vivono pochi cattolici. Quasi tutti sono stranieri. Al giorno d'oggi troviamo la più grossa concentrazione di cristiani nella capitale Sana'a, dove il numero di cattolici è di circa ottocento. Le altre tre comunità ad Aden, Taïz and Hodeidah ne contano circa cento ciascuna. Un certo numero di cristiani sparpagliati vivono e lavorano fuori di queste città e non riescono a radunarsi per il culto ed è quasi impossibile per i sacerdoti raggiungerli. Non è possibile arrivare a precisare le entità di altri gruppi cristiani nella penisola.

La maggior parte dei cattolici sono di origine indiana o filippina. Il governo yemenita non verifica l’identità religiosa degli individui e non vi è una legge che esige che i gruppi religiosi si registrino presso le autorità statali. Dopo che il partito di governo ha cercato di promuovere un candidato parlamentare ebreo, il Comitato Elettorale Generale ha adottato la regola di escludere tutti i non musulmani dalla candidatura per il parlamento. L’articolo 106 al capitolo 2 della Costituzione precisa inoltre che il presidente della repubblica deve “praticare i suoi obblighi islamici”.

Con una preoccupante regolarità accade che stranieri vengano rapiti in Yemen. Di solito questi rapimenti finiscono quando vengono onorate le richieste dei rapitori, per esempio per assistenza comunitaria, per soldi o per il rilascio di membri imprigionati del proprio clan. Sono accaduti, però, anche fatti atroci, come il rapimento – avvenuto il 12 giugno del 2009, come riferisce l’Istituto di Diritto Pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” -  di nove stranieri che lavoravano in un ospedale di Saada da parte di uomini armati durante una gita nella Valle di Noshour. Tre degli ostaggi (le tedesche Rita Stumpp e Anita Gruenwald e la coreana Eom Young-sun) furono uccisi immediatamente. Gli altri sei ostaggi (un medico tedesco, la moglie e i tre bambini più un ingegnere britannico) erano ancora in mano ai rapitori all’inizio del 2010. Il 20 maggio 2010 forze speciali saudite e yemenite ritrovarono le due sorelline, Lydia e Anna, di 6 e 4 anni, ancora vive. Degli altri, nessuna traccia. Il gruppo dei rapiti lavorava per conto della “Worldwide Services”, legata all’organizzazione “Worldwide Evangelization for Christ”. Ci sono stati negli ultimi anni diversi attacchi di estremisti contro stranieri, sospettati di svolgere attività di proselitismo nello Yemen.

L’aumento delle violenze contro membri della comunità ebraica hanno portato, nel gennaio 2009, alla chiusura delle due sinagoghe presenti nel Governatorato di Amran. Diversi ebrei hanno lasciato il Paese nel corso dell’anno, incoraggiati anche da misure di accoglienza, adottate dal governo americano in favore degli ebrei yemeniti.