• RITORNO ALL'ORIGINE

Wuhan di nuovo chiusa. L'origine di tutti gli errori

La Cina non riesce a liberarsi dal Covid-19, né dalla politica “Covid zero” che pretenderebbe di sradicarlo. Ironia della sorte, un nuovo focolaio è stato individuato a Wuhan, nella città di origine del virus, dove venne sperimentato il primo lockdown dal 23 gennaio 2020. Si tirano le somme sulla lotta alla pandemia e cosa abbiamo sbagliato. 

Wuhan

La Cina non riesce a liberarsi dal Covid-19, né dalla politica “Covid zero” che pretenderebbe di sradicarlo. Ironia della sorte, un nuovo focolaio è stato individuato a Wuhan, nella città di origine del virus, dove venne sperimentato il primo lockdown dal 23 gennaio 2020 e dove nella prima metà dell’aprile successivo il virus venne dichiarato sconfitto, permettendo ai cittadini di tornare a una vita normale. Col senno di poi, possiamo dire che il virus non è sconfitto tuttora. E che la politica di “Covid zero” non abbia funzionato. Però, ora, si deve riflettere su quanti abbiano seguito queste false promesse, sulla base delle informazioni ottenute dalla sola Cina.

Il nuovo focolaio è appena agli inizi: quattro cittadini che sono risultati positivi al test. Tutti i cittadini, infatti, sono ancora strettamente monitorati. Sono bastati quei quattro nuovi casi per chiudere un interno quartiere di Wuhan, Jiangxia, con 1 milione di abitanti. Il lockdown è, per ora, limitato nello spazio (1 milione di abitanti sui 12 totali di Wuhan) e nel tempo: sono previsti solo 3 giorni di confinamento di massa, poi i cittadini dovrebbero tornare relativamente liberi. Nel frattempo sono stati vietati incontri in luoghi pubblici, chiusi i luoghi di intrattenimento e i ristoranti, i trasporti pubblici sono sospesi.

Le autorità locali sono sotto pressione. A Wuhan hanno agito drasticamente e immediatamente, perché non vogliono ripetere il “grave errore” di Shanghai, che aveva lasciato che il virus corresse per tutta la megalopoli da 25 milioni di abitanti. Per ordine diretto di Pechino, Shanghai ha poi subito 2 mesi di chiusura totale, un incubo ad occhi aperti che è stato ampiamente documentato anche da stranieri (italiani inclusi) che vi risiedono, come abbiamo riportato anche su queste colonne. Le ripercussioni economiche sono state molto gravi, considerando che Shanghai produce il 4% del Pil nazionale. La Cina, infatti, registra il rallentamento della sua crescita più sensibile dai tempi del primo lockdown.

Parrebbero comportamenti razionali, ma è lucida follia. Non è possibile fermare del tutto la circolazione del virus. Imporre lockdown a intere megalopoli per poche decine di casi, o chiudere un quartiere con un milione di abitanti per quattro (4) casi, è una politica altamente distruttiva, da un punto di vista sociale, psicologico ed economico. Anche chi non chiude l’intera cittadinanza, impone regole da incubo per cercare di prevenire nuovi focolai. A Shenzhen, ad esempio, il governo locale ha imposto alle 100 più grandi compagnie (fra cui Huawei) di aumentare i controlli sui dipendenti e limitare i loro movimenti al minimo indispensabile. Così migliaia di dipendenti lavorano da casa, ma altre migliaia devono vivere sul posto di lavoro, per evitare più contatti possibili fra casa e azienda.

Che cosa abbiamo imparato dalla Cina? Non sappiamo ancora con certezza la causa del virus, non avendo trovato il paziente 0. L’ultimo studio, pubblicato questa settimana su Science, riprende la prima versione: il tutto è partito dal mercato di Huanan, per condizioni malsane e contatti fra umani e animali vivi. Ma anche questo studio non dà una risposta definitiva, non chiude del tutto l’ipotesi che il coronavirus sia “fuggito” da un laboratorio, soprattutto considerando la vicinanza fisica del mercato all’Istituto di Virologia.

Sappiamo, invece, che il regime cinese, contrariamente alle sue dichiarazioni, non è riuscito a debellare il virus. Non sono serviti il ricorso massiccio alla politica delle quarantene obbligatorie, delle persone chiuse in casa (dall’esterno), dello spionaggio diffuso, tutti elementi che ci sono purtroppo familiari, anche se in misura minore rispetto a quella vista in Cina.

Si tirano le somme anche negli Stati Uniti, dove il 19 luglio scorso il dottor Anthony Fauci, il “virologo in chief” americano, ha annunciato che rassegnerà le dimissioni entro la fine del mandato presidenziale di Joe Biden, dunque entro la fine del 2024. Quello tra Fauci e Wuhan è un legame diretto. L’antropologo Steven Mosher, grande conoscitore della Cina (fu il primo ad entrarvi nel 1979 per condurvi un coraggioso studio sulla politica del figlio unico), sul New York Post lancia cinque accuse a Fauci, fra cui quella di aver contribuito a finanziare la ricerca nell’Istituto di Virologia di Wuhan. Dove sarebbero stati condotti esperimenti sui coronavirus, secondo questa accusa, con criteri di sicurezza inaccettabili per i nostri standard.

Benché negli Usa non siano state applicate misure anti-pandemiche rigide quanto quelle italiane, se non altro perché è un sistema federale e ogni Stato agisce a modo suo, Mosher accusa Fauci di aver applicato misure tanto dure quanto inutili: aver perso tempo con un tracciamento impossibile, aver trascurato la differenza di mortalità fra giovani e anziani, dunque aver chiuso inutilmente le scuole e fallito il compito della protezione dei più vulnerabili anziani. “Quarata milioni di persone sono state messe a casa, decine di milioni di bambini hanno visto negar loro l’educazione, milioni di aziende ‘non essenziali’ sono state chiuse, spesso per non riaprire mai più”.

Anche per queste politiche, oltre che Fauci (e i modelli matematici su cui si basava) bisogna ringraziare soprattutto la Cina, origine della politica “Covid zero” oltre che del virus.

Dona Ora