• VERSO UN NUOVO LOCKDOWN

Vogliono abituarci a vivere senza Pasqua

Ci abitueremo a vivere senza Pasqua? Se i vertici accettassero ancora una volta di rinunciare alla Pasqua per ossequio ai decreti ministeriali, provocheranno una profonda divisione interna e perderanno molto in autorevolezza. Così la Chiesa assume i criteri del potere e diventa una Chiesa di Stato, con i vescovi suoi funzionari.

Anche la prossima Pasqua rischia fortemente di essere a porte chiuse. Parlo delle porte delle chiese e di quelle dei Tabernacoli. L’incubo zona rossa imperversa con i favori del nuovo governo che non è per niente diverso dei precedenti e se, come è molto probabile, verrà anticipato il coprifuoco alle ore 20, ci troveremmo di fronte al secondo anno consecutivo nell’impossibilità di celebrare i riti pasquali. Due anni senza Lavanda dei Piedi, bacio al Crocefisso, liturgia del Fuoco, annuncio della Resurrezione di nostro Signore. Due Pasque senza comunione eucaristica. Il Corpo di Cristo lontano da noi e noi lontano da lui, nemmeno distribuito sulle palme, neppure ricevuto in piedi, nemmeno consegnatoci dalle mani profane di qualche ministro straordinario in maglioncino e jeans.

Dostoevskij dice che l’uomo è l’animale che si abitua a tutto. Ci abitueremo a vivere senza Pasqua? Vogliono abituarci a vivere senza Pasqua? Quanto continuerà questa cosiddetta pandemia? E se durasse per sempre? E se la volessero far durare per sempre? Accetteremo di stare senza Pasqua per sempre? Ciò che è accaduto una volta rischia di riaccadere ancora. Se nessuno ha detto niente si può pensare che nessuno dirà niente nemmeno le prossime volte. Uno dei metodi per capire se una cosa è buona o cattiva è valutare cosa avverrebbe se fosse sempre applicata: cosa accadrebbe se i governi continuassero a bloccare la Pasqua e se i vescovi continuassero a starsene zitti? Davanti a questa ipotesi – di scuola ma non poi tanto – i cattolici quando comincerebbero a protestare seriamente? Dopo il terzo anno di Pasqua negata? Dopo il quinto? Dopo il decimo? O mai? Quand’è che il vaso sarà ritenuto colmo? Quando i vescovi comincerebbero ad alzare la voce? Quando i sacerdoti comincerebbero a celebrare lo stesso? E quando i laici sfiderebbero le sanzioni e andrebbero ugualmente a baciare il Crocefisso e ad accendere la candelina, nel buio della notte del Sabato Santo, quale segno di “Cristo luce del mondo”?.

Nei mesi da marzo a maggio dell’anno scorso le messe clandestine sono state più di quanto si sia ritenuto. Era nata come una nuova chiesa clandestina che non accettava le linee guida del governo in campo liturgico, considerandole una inaccettabile invasione di campo accompagnata ad una colpevole cedevolezza ecclesiastica. Le linee guida governative durante il Covid sono state disastrose anche dal punto di vista sanitario, figurarsi dal punto di vita liturgico! In una seconda Pasqua senza Messe la Chiesa clandestina aumenterà senz’altro. È anche probabile che la disobbedienza lasci le catacombe e diventi palese, alla luce del sole. I vescovi italiani sanno che c’è questa chiesa clandestina e pronta alla disobbedienza?

Intendono seguire anche questa volta la strada della normalizzazione secondo le direttive del potere politico oppure resisteranno e pretenderanno il rispetto di quanto è della Chiesa e di nessun altro? I vescovi non sono funzionari governativi e la CEI non ha il potere, teologico prima di tutto, per imporre la normalizzazione governativa a tutta la Chiesa italiana. Se i vertici accettassero ancora una volta di rinunciare alla Pasqua per ossequio ai decreti ministeriali, provocheranno una profonda divisione interna e perderanno molto in autorevolezza. Ciò accadrebbe anche per i singoli vescovi se accetteranno, per spirito corporativo, l’accomodamento di maniera, magari con un brontolio sommesso in privato.

Dietro l’atteggiamento remissivo della Chiesa italiana nei confronti dei decreti governativi, soprattutto quando questi richiedono addirittura la chiusura delle Chiese, c’è l’idea, propria della nuova teologia, che primo compito della Chiesa è essere là dove l’uomo vive le sue situazioni esistenziali. Siccome la pandemia è una di queste situazioni, la Chiesa deve essere là, in mezzo agli uomini.

Anche a costo di chiudere la porta della chiesa e del Tabernacolo. Il caso della Chiesa di Melzo di cui la Bussola parla oggi, chiesa sgomberata del Tabernacolo per diventare una sala d'attesa per la vaccinazione, vuole dire proprio questo: il primo sacramento è l’uomo e i luoghi della sua esistenza. La Chiesa, e non solo la chiesa con la c minuscola, diventa così “ospedale da campo” alla lettera.

Ma se la vita della Chiesa passa solo attraverso l’uomo e la sua esistenza, allora essa passa attraverso il potere politico perché è proprio quest’ultimo a definire operativamente le emergenze sociali. La Chiesa è ospedale da campo, ma che ci sia una malattia, quale sia questa malattia da curare, che tipo di cura mettere in atto, che protocolli seguire … lo decide il potere politico. Scegliendo di doversi essere comunque e a priori là dove sta l’uomo, la Chiesa assume i criteri del potere e diventa una Chiesa di Stato, con i vescovi suoi  funzionari.

La Chiesa ha i propri criteri, i criteri che Cristo le ha dato costituendola nel Suo Corpo e che lo Spirito Santo ispira in essa. Non si può lasciare al potere politico di definire chi sia il buon samaritano, come si debba aiutare chi è in difficoltà e, soprattutto, di definire la difficoltà stessa, perché allora la salvezza diventa salute, per di più una salute equivocamente definita e malamente affrontata. Se i vescovi italiani non sono chiari ora, quando lo saranno?

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