• INTERVISTA

«Vi racconto il mio amico san Josemaría Escrivá»

Pippo Corigliano, portavoce storico dell'Opus Dei, ci racconta cosa significa aver vissuto al fianco di un Santo e di come quell'incontro abbia stravolto la sua vita. Di san Josemaría ci rivela i tratti più affascinanti, quelli che hanno conquistato migliaia di anime all'amore di Dio. Perché questo era Escrivá: «Un padre che ci ha insegnato ad amare il mondo come Gesù, a chiamare Dio "Papà" e a ridere della vita sino alle lacrime».
-EN ESPAÑOL 

Non tutti hanno la grazia di conoscere un Santo in vita e ancor meno possono dire di averne avuto uno per amico. A Pippo Corigliano però è successo esattamente così. E si può ben dire che la profonda amicizia con san Josemaría Escrivá gli abbia letteralmente ribaltato la vita. «Sognavo una MG verde con la borsa da tennis dietro e una bionda non specificata al fianco». Si è ritrovato a girare il mondo per testimoniare a tutti l’amore di Cristo e la bellezza della vita cristiana. Insomma, come lo chiamava l’amico Indro Montanelli, è diventato una sorta di «mistico con la cravatta giusta».

Le ragioni di questa rivoluzione di vita sono molte e l’ingegnere napoletano, che per oltre quarant’anni è stato il portavoce dell’Opus Dei, le ha condensate ne: "Il Cammino di san Josemaría", l’ultima sua fatica letteraria per Mondadori.

Il libro perciò non parla solamente della santità di Josemaría Escrivá, ma soprattutto narra del personale cammino che Corigliano, dopo quell’incontro, ha percorso sulle tracce di Gesù. Un cammino di amore, di fede, di speranza e di tanta, travolgente allegria. Cosicché alla fine della lettura, si capisce che il santo dell’Opera era veramente un santo, ovvero colui che quando lo incontri ti coinvolge, ti travolge, ti fa innamorare di Dio per poi, in un certo senso, uscire di scena. Esattamente sullo stile della Madonna che fa tutto e solo per condurre ogni uomo tra le braccia del Suo Divin Figlio.

Corigliano, sarà per il suo spirito napoletano, ma vorrei partire da qui: davvero san Josemaría Escrivá era sempre così allegro e di buon umore come lo descrive?
Quando conobbi san Josemaría vidi subito in lui un’allegria esuberante. Alla fine degli incontri con lui ti trovavi con le lacrime agli occhi e non sapevi se erano lacrime di commozione per la fede evidente del santo, oppure lacrime dovute alle gran risate che ci faceva fare. Era davvero spiritoso, imprevedibile e affettuoso allo stesso tempo.

D’accordo, ma perché tanto buonumore?  Da dove veniva?
L’allegria e il profumo sono caratteristiche proprie dello Spirito Santo, mentre invece la tristezza e il cattivo odore, per non dire la puzza, sono quelle del demonio. Sei triste? Ti manca la gioia? Allora pensa subito se c’è un ostacolo tra te e Dio. E indovinerai quasi sempre. Infatti: se ti rivolgi sinceramente a Lui, vedrai che la tristezza scompare. L’atteggiamento proprio del cristiano è quello di stare nella pace e nella serenità, perché noi siamo come i figli piccoli che si devono fidare completamente del Padre. Con san Josemaría ho imparato proprio a rivolgermi a Dio come fa un bimbo piccolo con il suo papà. Lui ripeteva sempre: «Sii piccolo, molto piccolo. Non avere più di due anni di età, tre al massimo…».

Un esempio concreto?
Escrivá dovette passare dentro a tante contraddizioni: non solo calunnie, ma anche vere e proprie incomprensioni da parte delle autorità ecclesiastiche, che non sempre lo accolsero e lo capirono, anzi. Ebbene, lui con tanta umiltà, pazienza e sottomissione, rimase sempre sereno e allegro. Era davvero in pace e con il suo esempio ci ha insegnato ad amare la Chiesa ed il Papa, sempre, in ogni circostanza.

Un appellativo che le toccò - dicevamo - fu quello di «mistico con la cravatta giusta», in realtà non si tratta solo di una battuta spiritosa, ma l’espressione traduce un preciso pensiero di Escrivá: può spiegare?
Ricordo che la prima caratteristica che mi colpì di quei giovani dell’Opus Dei che incontrai, fu l’impegno. Un impegno non ostentato, ma reale: ciò che si doveva fare si faceva. Allegria sì, ma si faceva sul serio. Al punto 1 del Cammino di san Josemaría si legge: «Che la tua vita non sia una vita sterile…»; e da qui la geniale intuizione di una santificazione che passa attraverso il proprio lavoro quotidiano. Ho poi capito e verificato nel tempo che, chi decide di aderire in pieno alla propria vocazione cristiana, corre questo pericolo: di ridurre tutto al fare. La morale, l’apostolato, l’impegno nel lavoro sono aspetti fondamentali, ma hanno senso in quanto si innestano in una scelta di fede e la fede richiede un salto nel buio. Un salto ragionevole e giusto, ma pur sempre nel buio: chi guida la barca è Gesù.

Anche per Escrivá era così?
Lo capii proprio con lui. Quando conobbi san Josemaría mi accorsi subito che la sua era una vita intensamente impegnata ma, nello stesso tempo, aveva l’atteggiamento di chi si abbandona completamente alla Provvidenza. Lui stesso raccontava che, per fare l’Opus Dei, era stato guidato dal Signore: fai questo passo qui, fai quello là. La sua vita non seguiva un progetto proprio, ma si sviluppava secondo ciò che gli suggeriva lo Spirito Santo.

A tal proposito, lei cita una frase di Escrivà riferita ai giovani: «Se non fate di loro “uomini di preghiera”, avete perso il vostro tempo». Cos’era allora la preghiera per Escrivá?
Prima di tutto pregare per lui significava imparare ad avere un rapporto diretto e sincero con Dio. Ma significava anche dedicarvi, ogni giorno, una parte importante del proprio tempo. In questo senso, San Josemaría è stato per noi un ottimo allenatore nella preghiera, pur sapendo che quello che conta non è tanto lo sforzo umano, ma l’aiuto stesso di Dio. C’è una frase che rende bene l’idea di Escrivá sulla preghiera e dice così: «Stare davanti al Tabernacolo è come stare davanti al sole: anche se uno si distrae, si abbronza». Oppure ripeteva anche: «Quando ti senti come un cagnolino ai piedi della Croce, senza nemmeno un pensiero buono, stai lì fermo e tieni compagnia a Gesù. Lui sarà contento». Questo significa che la preghiera non va solo valutata per la soddisfazione interiore, ma proprio per il fatto stesso di offrirsi a Dio e alla Sua grazia. Quando ho conosciuto Josemaría, sono rimasto stupito per il suo continuo rapporto con Dio: con gli angeli, con san Giuseppe, con Maria, con Gesù, con lo Spirito Santo e così via… di giorno e di notte. Ebbene, questo rapporto si generava proprio nella preghiera e nei sacramenti.

La prima cosa di cui parla nel libro è l’amore: Escrivá era un «uomo innamorato», ma lei stesso, quando lo incontra, dice di sentirsi come investito da un amore…
Quando lo conobbi aveva cinquantanove anni e mi colpì immediatamente il suo affetto. Questo fu il mio primo rivolgimento interiore: io pensavo che essere cristiano significasse aderire ad un sistema di pensiero, invece no. Da lui ho imparato che un cristiano è uno che sa voler bene. Ripeteva sempre che Gesù aveva dato un distintivo ai suoi seguaci: «Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri»(Gv 13,35). Perciò commentava che i cristiani non si riconoscono perché sono sobri, educati, casti, colti…ma per come si vogliono bene, perché amano come ama Gesù. È chiaro che la dottrina, il Catechismo, la teologia sono necessari, ma sono un aiuto per amare di più, per amare meglio. E San Josemaría era il primo a dare l’esempio: lui vedeva anime dappertutto, persone da amare. Si dedicava ad ognuno come se non avesse altro da fare e travolgeva tutti con un affetto sorprendente e trascinante. Era impossibile avere un rapporto formale con lui, rompeva tutti gli schemi e andava dritto al cuore. Si vedeva che il suo cuore era innamorato…

Da che cosa si vedeva?
L’amore non si può descrivere, però c’erano dei segni. Per esempio, lui ci insegnava a pregare spesso con le canzoni d’amore, quelle esplicitamente riferite a Dio, ma anche quelle laiche.

Lei ad certo punto dice: «Tutti lo vedevamo che lui era un santo». Perché?
Per il suo entusiasmo e la sua familiarità con Dio. Lui parlava di Gesù, di Maria, dei santi… come se li conoscesse di persona. Ci ha insegnato a trattare Dio come un papà, ci ha fatto scoprire davvero il significato di quell’«Abbà» di Gesù nel Getsemani. Attraverso il rapporto con lui, anche noi abbiamo scoperto la paternità di Dio, infatti sulla su tomba c’è scritto: “Il padre”, proprio come amavamo chiamarlo.

Un'ultima domanda. Al fianco di un santo c’è sempre Maria ed Escrivá, in questo, non fa eccezione. Come era il suo rapporto con la Madre di Dio?
Una sua frase riassume tutto: «A Gesù si va - e si “ritorna” – sempre per Maria».