• ROVIGO-ADRIA

Vescovo: il vaccino è dogma, ma confessarsi è discutibile

Pierantonio Pavanello, vescovo di Rovigo-Adria, ha dichiarato che vaccinarsi è un dovere etico, ignorando i dati ancora incerti sulle reazioni avverse. Non solo, il monsignore parla di un presunto insegnamento della Chiesa sull’obbligo vaccinale tirando in ballo il magistero del papa, ma allora perché disattende le direttive sul canone in materia di confessione?
- E IN CALABRIA SI VACCINA IN CHIESA di Andrea Zambrano

Monsignor Pierantonio Pavanello, vescovo di Rovigo-Adria, ha dato prova di avere qualche problema con la dottrina e i sacramenti, decidendo di occuparsi di medicina e vaccini, senza però un’adeguata competenza, ripetendo a pappagallo che lo strumento principale per uscire dall’epidemia è il vaccino e che il contagio è calato drasticamente nei paesi dove le vaccinazioni sono in stadio avanzato. E’ bene però notare che chi è andato a spulciare i dati delle “virtuosissime” (quanto a vaccinazioni) Inghilterra e Israele non ha avuto lo stesso entusiasmo. Un interessante e meticoloso studio sui dati in Israele, per esempio, mostra che al di sopra dei 65 anni d’età, nel periodo di tre settimane tra la prima dose di vaccino e la seconda, sono morte 200 persone per 100.000 vaccinati, a fronte di 4,91 per 100.000 non vaccinati. Sotto i 65 anni si nota che i decessi tra i vaccinati, calcolato nelle cinque settimane dell’intero processo di vaccinazione, sono 50 su 100.000, mentre invece i morti per Covid-19 sono solamente 0,19. Quanto poi al “miracolo” inglese (vedi qui), tra gli anziani residente nelle case di riposo - vaccinati, al 27 gennaio, per oltre il 95% -, durante il periodo della vaccinazione, sono aumentati sia i numeri assoluti di decessi (2900 a dicembre 2020, contro i 4800 del 29 gennaio 2021), ma anche quelli per Covid (736 di dicembre contro i 2500 di gennaio).

Numeri che dovrebbero far riflettere o almeno mitigare l’entusiasmo da vaccino, invitando a una maggiore prudenza; e soprattutto dovrebbero trattenere un Pastore della Chiesa cattolica dall’imporre sulle spalle dei fedeli il “dovere etico” della vaccinazione.

«Dire no al vaccino significa non essere cristiani», spara nel titolo Il Gazzettino (vedi qui). L’affermazione non è presente nel testo dell’intervista, ma la sostanza sì: «Credo [...] che vaccinarsi sia un dovere etico: su questo la posizione della Chiesa è chiarissima, a partire dall’insegnamento di Papa Francesco». E prosegue: «Ci sono gruppi di impostazione fondamentalista che la pensano diversamente: chi si oppone al vaccino con motivazioni etiche e religiose, rifiuta la dottrina della Chiesa cattolica».

E dove sarebbe scritta questa “dottrina cattolica”? Da quale cattedra sarebbe stata insegnata? Da quella di Canale 5? E perché mai una persona che si oppone a questa vaccinazione per la ragione etica che manchi lo stato di necessità e che ci siano di fatto molti dubbi sia sull’efficacia del vaccino sia sulla sua sicurezza, sia contro la dottrina cattolica? Nessuna risposta da parte del vescovo, che non sia la gratuita e stomachevole bollatura di “fondamentalismo” di coloro che la pensano diversamente.

Stessa cosa per quanti rifiutano i vaccini realizzati in modo non etico e preferiscono alternative sia vaccinali, che curative/preventive. Non sappiamo quale versione sia giunta in quel di Rovigo, ma il recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede come lo si trova sul sito del Vaticano (vedi qui), non ha affermato che «coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti», devono essere scomunicati, perché rifiutano la dottrina cattolica; ma che invece devono esercitare il proprio senso di responsabilità «adoperandosi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo».

Mons. Pavanello deve avere un dono raro per gli umani, ma ben più diffuso nel mondo animale; riesce, infatti, a vedere con chiarezza nell’oscurità, e confusamente alla luce del sole. Alla “chiarissima posizione della Chiesa” sull’obbligatorietà morale della vaccinazione, che vede solo lui, oppone una visione alquanto confusa di un insegnamento, questa volta sì chiarissimo, della Chiesa. Sua Eccellenza, lo scorso 4 marzo, ha infatti emanato un decreto per disporre che «in preparazione alla Pasqua, nel periodo dal 22 al 31 marzo, i parroci e i rettori delle chiese delle comunità religiose maschili possano tenere celebrazioni penitenziali con l’assoluzione collettiva dei fedeli senza la previa confessione individuale». A poco serve precisare che i sacerdoti devono comunque garantire la disponibilità alla confessione individuale, e che i fedeli sono tenuti a confessarsi in forma individuale quanto prima.

Pavanello, nel suo decreto, omette completamente il riferimento alla Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, del 1996, la quale dava un’interpretazione restrittiva del canone 961 § 2 (ne avevamo parlato ampiamente qui): perché si verifichi lo stato di “grave necessità”, che autorizza l’assoluzione in forma collettiva, «devono concorrere congiuntamente due elementi: primo, che vi sia scarsezza di sacerdoti e gran numero di penitenti; secondo, che i fedeli non abbiano avuto o non abbiano la possibilità di confessarsi prima o subito dopo. In pratica, che essi non siano responsabili, con la loro trascuratezza, dell’attuale privazione dello stato di grazia o dell’impossibilità di ricevere la santa comunione («sine propria culpa») e che questo stato di cose si protrarrà prevedibilmente a lungo («diu»).».

La prima domanda che facciamo allora al vescovo è la seguente: dal momento che nelle indicazione della stessa diocesi per la Settimana Santa si precisa che la “concessione” è valida solo nel periodo indicato, mentre «negli altri giorni sarà possibile accostarsi solo individualmente alla Confessione», come fa a giustificare che la situazione è tale per cui la privazione dello stato di grazia si protrarrà a lungo? Come fa a sostenere che i fedeli non potranno confessarsi né prima né dopo?

Seconda domanda: come fa ad affermare, nelle indicazioni fornite ai presbiteri della diocesi, con lettera Prot. 20/2021, di aver scelto questa forma assolutoria perché «sotto il profilo soggettivo» ci sono «fedeli che temono il contagio e per questo non si accosterebbero alla confessione individuale»? Perché? Chi teme il contagio si sente più rassicurato nel ritrovarsi con altre decine di persone nello stesso luogo per una celebrazione penitenziale?

Terza domanda: nella medesima lettera si parla di una difficoltà della confessione individuale sotto il profilo oggettivo, ossia per «necessità di spazi adeguati, minore disponibilità di confessori, ecc.». Totò direbbe: «Ma mi faccia il piacere!». Fino al 21 marzo ci sarebbero gli “spazi adeguati” e dopo no, per essere di nuovo disponibili a partire dal 1 aprile? Quanto alla scarsità di confessori, la summenzionata Nota aveva già fatto presente, richiamando il CIC, che «la riunione [...] di grandi masse di fedeli non giustifica per se l’assoluzione collettiva. Perciò è precisato nella stessa norma canonica: “non è considerata necessità sufficiente, quando i confessori non possono essere disponibili, a motivo del solo grande concorso di penitenti, quale si può avere in qualche grande festività o pellegrinaggio”». Figuriamoci per le confessione pasquali, che possono essere tranquillamente “spalmate” nel corso di tutto il mese precedente alla Santa Pasqua.

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