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Venezuela, un negoziato quasi impossibile

La Santa Sede è coinvolta nelle trattative per porre fine alle violenze in Venezuela, avviate dopo due mesi di insurrezione contro il presidente Maduro. Ma il governo non dialoga con l'opposizione istituzionale.

Venezuela, tributo ai caduti dell'insurrezione

Sono passati esattamente due mesi da quando è scoppiata la prima protesta, prevalentemente studentesca, contro il governo populista del presidente Nicolas Maduro. Due mesi in cui sono stati uccisi 32 civili, prevalentemente manifestanti, e 9 fra poliziotti e altri agenti della sicurezza. Il presidente erede di Hugo Chavez ritiene di essere vittima di una cospirazione internazionale. È anche convinto che, quella contro di lui, non sia una protesta genuina causata dalla scarsità dei beni di prima necessità e dalla criminalità dilagante, bensì un tentativo di “golpe” foraggiato dagli Stati Uniti. Per questo motivo ha anche espulso i diplomatici statunitensi e subito dopo anche quelli di Panama, rendendo più difficile un negoziato internazionale per la soluzione della sua crisi interna.

Dopo due mesi di stallo, tuttavia, sia Maduro che l’opposizione istituzionale, radunata nel cartello Mud (acronimo spagnolo per “tavola dell’unione democratica) devono aver realizzato di aver imboccato una strada senza via d’uscita. L’opposizione al presidente chavista è troppo forte per poter essere repressa con metodi polizieschi. Non si tratta più solo di una protesta politica e studentesca, ma è diventato un movimento di massa radicato nella società, diffuso in tutte le regioni del Paese. Dall’altra parte, l’opposizione sa di non aver la forza per scacciare Maduro, anche perché un altro grosso pezzo di società venezuelana, composto dai dipendenti statali e dalle fasce più povere della popolazione, è ancora schierata dalla parte del governo, a cui devono tutto. Quella del Venezuela è, dunque, più che una protesta o una rivolta: è una guerra civile strisciante, i cui sintomi si stanno palesando sin dai primi anni 2000 e che ora parrebbe giungere a una resa dei conti. Per evitare che il Paese diventi l’ennesimo caso di eterna guerriglia latino-americana, l’opposizione istituzionale e il governo hanno dunque deciso di avviare un primo dialogo al vertice, alla presenza di un autorevole arbitro internazionale. Entrambe le parti hanno accettato la mediazione dell’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) e hanno caldeggiato la presenza della Santa Sede. La Conferenza Episcopale venezuelana si è sempre data un gran daffare per la pacificazione del Paese e, coraggiosamente, ha denunciato l’abuso di potere di Maduro, oltre al suo progetto totalitario neppure troppo malcelato.

Il 10 aprile scorso, Papa Francesco aveva preso carta e penna e aveva scritto a tutti i partecipanti della tavola rotonda venezuelana: «Sono profondamente convinto che la violenza non potrà mai portare pace e benessere ad un Paese, poiché essa genera sempre e solo violenza. Al contrario, attraverso il dialogo potete riscoprire la base comune e condivisa che conduce a superare il momento attuale di conflitto e di polarizzazione, che ferisce così profondamente il Venezuela, per trovare forme di collaborazione. Nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze che esistono tra le Parti, si favorirà il bene comune. Tutti Voi, infatti, condividete l’amore per il Vostro Paese e per il Vostro popolo, come pure le gravi preoccupazioni legate alla crisi economica, alla violenza e alla criminalità». Il Pontefice invitava poi entrambe le parti a: « … non fermarVi alla congiuntura conflittuale, ma ad aprirVi vicendevolmente per divenire ed essere autentici operatori di pace. Al cuore di ogni dialogo sincero c’è, anzitutto, il riconoscimento e il rispetto dell’altro. Soprattutto c’è l’“eroismo” del perdono e della misericordia, che ci liberano dal risentimento, dall’odio e aprono una strada veramente nuova. Si tratta di una strada lunga e difficile, che richiede pazienza e coraggio, ma è l’unica che può condurre alla pace e alla giustizia. Per il bene di tutto il popolo e per il futuro dei Vostri figli, Vi chiedo di avere questo coraggio».

Il problema fondamentale, però, è nella mancanza di riconoscimento dell’opposizione da parte del governo. Un esempio per tutti: Henrique Capriles Radonski, leader del Mud ed ex candidato presidenziale nel 2013, è stato insultato come “fascista assassino” dalla seconda carica dello Stato, il presidente della Camera Diosdato Cabello, alla vigilia dell’inizio dei negoziati. Lo stesso presidente Maduro anticipava pubblicamente di non riconoscere alcuna legittimità dei manifestanti, parte di un “complotto fascista” contro di lui. «Non c’è alcun negoziato qui. Nessun patto. Ciò che stiamo cercando di raggiungere è un modello di coesistenza pacifica, di reciproca tolleranza». Queste frasi vanno inquadrate nella filosofia politica marxista del presidente: nella lotta di classe non può esservi pace fino alla vittoria del proletariato. Nel frattempo vi possono essere tregue, una “coesistenza pacifica”, ma la classe proletaria, di cui Maduro si ritiene portavoce, deve proseguire la sua lotta fino alla vittoria. Questa stessa rivolta è, dal suo punto di vista, causata “dai poteri forti e dai privilegiati messi in crisi dalla rivoluzione bolivariana”, che viene tuttora presentata come un “successo” dal presidente, nonostante la penuria di beni di prima necessità, l’inflazione, il collasso delle infrastrutture e l’esplosione della criminalità a tutti i livelli.

Nella lettera inviata a Caracas, monsignor Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano, scrive: «Vi devo confessare: il mio cuore sta ancora con voi», dopo esser stato Nunzio Apostolico nel Paese sudamericano per quattro anni. Il cardinale si congeda offrendo preghiere e speciali benedizioni e ricorda ai partecipanti al dialogo: «Il processo di pace è una grande responsabilità davanti al popolo del Venezuela ed è una grande occasione che non va sprecata». Il messaggio è stato letto, all’apertura dei negoziati, dall’attuale Nunzio Apostolico, monsignor Aldo Giordano. Ma oltre a Maduro, anche la parte più indurita dell’opposizione, dopo 32 morti fra i civili, più di 700 feriti, più di 2000 arresti e 70 casi (denunciati) di tortura, non è più disposta a scendere a patti col governo. Mira alla “salida”, all’uscita di Maduro e parla esplicitamente di “primavera venezuelana”, sull’esempio di quelle contro i dittatori arabi. I partiti della piazza, come Voluntad Popular, Alianza Bravo Pueblo e Proyecto Venezuela non partecipano al tavolo negoziale, non intendono smantellare le loro barricate, almeno prima che i loro prigionieri (fra cui Leopoldo Lopez, leader di Voluntad Popular) non vengano scarcerati. Per questo motivo, la trattativa in corso rischia di far la fine dell’ultimo tentativo negoziale in Ucraina: il mancato riconoscimento degli accordi raggiunti e lo scoppio finale della rivoluzione. La strada della diplomazia vaticana è tutta in salita.