Vannacci se ne va e per Salvini la sfida sarà sopravvivere
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Dopo l'addio di Vannacci, “Il mondo al contrario” saprà trasformarsi in una proposta politica strutturata o resterà il simbolo di una protesta destinata a frammentarsi? E Salvini riuscirà a sopravvivere nella Lega senza un alleato tanto utile quanto incompatibile?
L’addio di Roberto Vannacci alla Lega di Matteo Salvini non è un semplice divorzio politico, ma l’epilogo quasi scontato di un’unione nata sotto il segno del pragmatismo elettorale e finita sotto il peso di ambizioni inconciliabili. Con una nota asciutta che mette fine a mesi di indiscrezioni, si consuma la rottura tra il “Generale” e via Bellerio. Un addio che sposta l’asse del dissenso a destra e apre scenari inediti non solo per la Lega, ma per l’intero centrodestra italiano.
La parabola politica di Vannacci dentro il Carroccio è stata breve ma intensissima. Poco più di due anni e mezzo di convivenza, iniziati con la candidatura “indipendente” alle Europee del giugno 2024, tirata fuori dal cilindro di Salvini nel momento forse più delicato della sua leadership. La Lega era in caduta libera nei sondaggi, schiacciata dall’egemonia di Giorgia Meloni, e rischiava una debacle elettorale che avrebbe messo in discussione la tenuta del segretario. In quel contesto, Vannacci si rivelò una scelta spregiudicata ma efficace: oltre mezzo milione di preferenze personali, un risultato che di fatto salvò il partito e il suo leader.
Ma chi è davvero Roberto Vannacci, oltre la divisa? Cinquantasette anni, uomo d’azione, ex comandante del Col Moschin, della Folgore e di missioni chiave in Iraq e Afghanistan, il generale ha costruito il proprio profilo lontano dalle liturgie della politica tradizionale. La sua “seconda vita” esplode nell’agosto 2023 con l’autopubblicazione de Il mondo al contrario, un caso editoriale senza precedenti che lo trasforma nel portavoce di una fetta di elettorato che si sente esclusa dal discorso pubblico dominante. Un successo accompagnato da polemiche e denunce per le posizioni espresse su ambiente, omosessualità, immigrazione e femminismo, ma anche da un consenso reale e misurabile.
Dopo il successo alle urne, Salvini decide di blindare quell’area: il 6 aprile 2025, al congresso federale di Firenze, consegna a Vannacci la tessera della Lega. Poco più di un mese dopo, il 15 maggio, arriva la nomina a vicesegretario federale. Una mossa che rafforza il leader sul fronte sovranista ma che segna anche l’inizio della crisi interna. Per la vecchia guardia leghista, soprattutto quella nordista e di governo, il generale appare subito come un corpo estraneo.
Il rapporto con Salvini resta un equilibrio precario. Se il segretario vede in Vannacci il volto di una “Lega di lotta”, i dirigenti storici – da Giorgetti ai governatori Zaia, Fedriga e Fontana – lo percepiscono come un elemento destabilizzante, lontano dall’identità territoriale e amministrativa del Carroccio. Le uscite sulle classi separate per i disabili, il caso Egonu, le riflessioni sull’italianità e le ambiguità sulla politica estera creano imbarazzo in un partito che, pur restando euroscettico, cerca legittimazione nel Ppe e nei rapporti di governo.
Vannacci, dal canto suo, non si è mai sentito un “soldato” agli ordini di Salvini. Più che un dirigente di partito, ha sempre agito da leader autonomo prestato a un simbolo, rivendicando spazi, visibilità e una propria agenda. Un atteggiamento che ha alimentato diffidenze e accelerato la crisi di rigetto. Le dichiarazioni sempre più esplicite dei governatori del Nord – dalla “anomalia” denunciata da Fontana alle prese di distanza di Zaia – hanno reso evidente l’incompatibilità.
La goccia che fa traboccare il vaso arriva con la registrazione dei marchi e dei simboli riconducibili alla sua galassia politica: “Europa Sovrana” e, più recentemente, “Futuro Nazionale”. Una mossa che anticipa l’uscita e provoca l’ultimatum di via Bellerio. Il tentativo di una separazione soft fallisce, e l’addio diventa inevitabile.
Per la Lega l’uscita di Vannacci è un’arma a doppio taglio. Da un lato, Salvini si libera di una figura ingombrante che complicava i rapporti interni e quelli con l’ala moderata del centrodestra. Dall’altro, perde un potente catalizzatore di voti in una fase in cui l’emorragia di consensi non è affatto risolta. Il generale non era solo un personaggio mediatico, ma un moltiplicatore elettorale capace di intercettare un disagio culturale profondo.
Sul piano più ampio, la nascita del nuovo partito di Vannacci apre un fronte competitivo a destra. L’obiettivo è chiaro: raccogliere il voto di chi considera Fratelli d’Italia troppo istituzionale e la Lega troppo ambigua, offrendo una piattaforma di sovranismo identitario, critica rispetto alla transizione green europea e meno rigidamente atlantista sulla guerra in Ucraina. Un progetto che potrebbe erodere consensi agli alleati di governo e mettere alla prova la tenuta del centrodestra.
La parabola di Roberto Vannacci nella Lega arriva così al capolinea. Da generale scomodo a vicesegretario federale, fino alla scissione, la sua esperienza ha lasciato un segno profondo nel partito e nel dibattito politico italiano. Resta da capire se il “mondo al contrario” saprà trasformarsi in una proposta politica strutturata o se resterà il simbolo di una protesta destinata a frammentarsi. Per Salvini, intanto, si chiude una stagione: quella in cui, per sopravvivere, la Lega ha dovuto affidarsi a un alleato tanto utile quanto incompatibile.

