USA, 250 anni di indipendenza ma non parliamo di Rivoluzione
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Il 4 luglio 1776 nasceva una nuova nazione, libera dalle tasse inglesi e dalle schizofrenie europee. Un evento radicalmente diverso dal progetto di riplasmare l'uomo e la società in Francia. Un vantaggio, quello americano, gradualmente eroso a partire dal 1968.
Quando pensiamo agli Stati Uniti d’America, dal nostro punto di vista europeo abbiamo l’impressione che siano una nazione “giovane”. Ma hanno già 250 anni. Il 4 luglio 1776, sull’altra sponda dell’Oceano veniva proclamata la storica dichiarazione di indipendenza, momento cruciale per la storia dell’Occidente: per la prima volta, oltre l’Atlantico nasceva una nuova nazione che ereditava la cultura occidentale e la interpretava dal suo punto di vista. Soprattutto, la interpretava senza le schizofrenie europee, senza gli oltre due secoli di guerre di religione che avevano insanguinato il Vecchio Continente spaccando la res publica christiana.
Come possiamo definire gli avvenimenti del 1776 e degli anni successivi? Furono una Rivoluzione, come spesso titolano ancora i libri di scuola, oppure furono una “semplice” guerra di indipendenza? Tale domanda non è una questione di lana caprina, ma ci consente di ragionare sull’identità storica degli Stati Uniti d’America.
Per rispondere bisogna comprendere i motivi profondi di questi avvenimenti, concentrando la nostra attenzione sulla serie di tasse opprimenti che i coloni dovettero pagare a partire dal 1765 per coprire i costi della Guerra dei Sette Anni. Le Tredici Colonie erano una specie di paradiso fiscale del secolo XVIII: poca tassazione, ma pochi diritti. Non c’erano rappresentanti dei coloni nel parlamento di Londra: ciò ne faceva dei porti franchi ma anche delle colonie. Le Tredici Colonie erano ricchissime: dopo la Madrepatria erano il territorio più florido dell’impero inglese. Quando il governo di re Giorgio III volle applicare le tasse sullo Zucchero (Sugar Act) sul bollo (Stamp Act) e, in sostanza, su ogni bene di consumo, dalla carta al tabacco, dal vino al vetro, i coloni si ribellarono prendendo le armi in difesa dei loro diritti: se il re voleva applicare una tassazione indiretta così capillare, doveva convocare dei rappresentanti dei coloni in parlamento. Ciò non avvenne, in quanto Londra non intendeva riconoscere tali diritti, applicati da secoli in Inghilterra, anche alle colonie.
La cosiddetta Rivoluzione americana fu dunque una rivolta contro l’oppressione fiscale di un governo ritenuto lontano, i riflessi della cui politica si facevano sentire non per migliorare lo sviluppo economico delle Colonie, bensì per spremerle sotto una montagna di balzelli ritenuti ingiusti perché incostituzionali. Da qui, la celebre manifestazione del Boston Tea Party, protesta clamorosa contro il monopolio del tè che può ricordare, in anni recenti, proteste analoghe degli agricoltori italiani contro le Quote Latte imposte dalla Comunità Europea.
Ecco: in termini squisitamente linguistici, quella del 1776 non fu una Rivoluzione. Fu una rivolta. Poiché si svolse manu militari, la potremmo chiamare Guerra di Indipendenza. Altrimenti, sarebbe stata una “US-Exit”, per dirla con i parametri della politica odierna.
Diversamente andarono le cose nella Rivoluzione francese: una Rivoluzione, infatti, intende riplasmare la società e riprogrammare ogni singolo individuo secondo precisi intenti filosofici e segnatamente perseguendo una dottrina gnostica. Il primo rivoluzionario fu, infatti, lo stesso demonio: fu Lucifero a guidare gli Angeli Ribelli contro Dio. La Rivoluzione segue, a distanza di tempo, quel principio di ribellione ad un ordine costituito: per questo, una volta innescata, essa non ha fine e generalmente si avvita in una spirale di morte che immancabilmente porta alla rovina tutti i rivoluzionari. Nel caso della Rivoluzione francese, coloro che prima furono acclamati come eroi del popolo divennero nell’arco di poco dei traditori: prima i Girondini, poi Hébert e quindi Danton e gli Indulgenti, proseguendo con i Robespierristi e quindi con i fiancheggiatori del regime. La Rivoluzione non perdona e, per giustificare un potere conquistato con il sopruso e la menzogna, tende a ergersi a nuovo parametro costitutivo della società: nelle rivoluzioni si definisce il nuovo modello di uomo, si riscrivono i libri di storia e perfino il calendario. Sempre, però, nel tentativo menzognero di “liberare” l’uomo, in realtà assoggettandolo ad un nuovo e più tremendo regime: quello dettato dalla ribellione contro l’ordine e, come tale, emanazione diretta del pensiero luciferino. Non è un caso che tutte le rivoluzioni, dal 1789 in poi, si siano dedicate al tentativo (mai riuscito) di sradicare il cristianesimo dalla società.
La Francia, vittima della Rivoluzione del 1789, ne ha perpetrato i principi. La laïcité francese è una sorta di ateismo di Stato: come tale, impedisce programmaticamente il collegamento tra l’uomo e il Trascendente nel tentativo utopico di costruire una società meramente umana. Tale impostazione è figlia dell’Illuminismo voltairiano. Negli Stati Uniti, però, la componente religiosa è ancora molto forte. Lo stesso motto degli Stati Uniti d’America è In God we trust. E sì che l’Illuminismo giocò un ruolo forte anche nella proclamazione di indipendenza; ma fu contenuto dal conservatorismo proprio della società americana. In America non trovarono sufficiente spazio gli eponimi di Voltaire e di Rousseau. Nessuno sobillò la società in nome delle vuote parole che inebetivano le menti di coloro che frequentavano i circoli culturali francesi dell’età di Luigi XV e di Luigi XVI. In America non c’erano figure come quelle delle salonnières, da Madame de Genlis a Madame Necker, ideatrici dei salotti più progressisti all’interno dei quali si formarono i futuri rivoluzionari. L’assenza di questa componente sociale è dovuta all’antica dicotomia tra città e campagna: anche in Francia tali salotti erano squisitamente parigini. La cultura progressista e illuminista era rappresentata da Parigi e soltanto da Parigi. La campagna francese, a ben vedere, era alquanto simile a quella americana: la mentalità era quella contadina e il contadino non è mai stato un rivoluzionario, perché non possiede i requisiti culturali e filosofici che lo possano ascrivere tra i sostenitori di una dottrina politica. Il contadino non fa politica; il contadino lavora la terra e vorrebbe una sola cosa dal governo: meno tasse.
Ecco perché è improprio parlare di Rivoluzione americana. Negli Stati Uniti non vi fu Rivoluzione nel senso proprio del termine; semmai, vi fu una ribellione contro l’imposizione eccessiva, che sfociò nell’indipendenza delle Tredici Colonie quando i tempi furono maturi. O, se proprio vogliamo usare il termine Rivoluzione, che esso sia chiarito accostandolo ad un aggettivo: si chiami il 1776 come “Rivoluzione conservatrice”. La chiave di lettura degli Stati Uniti d’America passa tutta di qua.
Proprio per questo, poiché non hanno avuto una Rivoluzione nel verso senso della parola, gli Stati Uniti hanno potuto rappresentare per il mondo occidentale un baluardo di libertà contro l’oppressione delle rivoluzioni al potere: prima l’Unione Sovietica, poi i regimi figli delle rivoluzioni del Novecento, da Cuba all’Iran. Si badi: quanto scritto poc’anzi è rappresentazione del potere. Nessun governo è perfetto e quindi può incarnare il concetto di libertà che, in quanto parola astratta, resta confinata nell’astrazione. Tuttavia, nel tentativo di cogliere il senso profondo della storia degli ultimi secoli, è possibile definire gli USA come la nazione (tra le grandi potenze) che più di tutte si è erta in difesa della libertà perché tra le poche che non ha subìto una rivoluzione ma che, anzi, ha affermato a chiare lettere il valore del diritto e della libertà individuale contro le imposizioni calate dall’alto. E c’è di più. Tutte le altre nazioni (Francia, Russia, Germania, Cina e pure l’Italia ed anche l’Inghilterra delle due rivoluzioni del Seicento) hanno subìto delle rivoluzioni che hanno ferito la società e che hanno iniettato in essa alcuni pericolosi germi ideologici.
Non così negli Stati Uniti d’America nei primi secoli della loro storia. Per questo motivo, essi hanno avuto un vantaggio culturale che è stato superiore a quello degli altri Stati: vantaggio che, purtroppo, si è andato erodendo a partire dal 1968, anno della Rivoluzione sessuale partita proprio dalle università americane e poi dilagata nel mondo occidentale. Casualmente, è proprio da tale data che si assiste al declino inesorabile della Prima Potenza mondiale, nella quale sono infine giunti gli stessi germi che avevano infettato le altre nazioni. Germi forse oggi più pericolosi perché ancora vivi: il wokismo, ultima metastasi del cancro rivoluzionario, è nato negli USA e proprio lì ha creato i danni maggiori. Chissà se i Padri fondatori degli Stati Uniti d’America avrebbero mai pensato a tutto ciò, nel momento in cui dichiararono a chiare lettere in chiusura della dichiarazione di indipendenza: «con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore».
