a cura di Benedetta Frigerio
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Un’altra ragazzina cristiana rapita in Pakistan

Pakistan, provincia del Punjab. C’è voluto quasi un mese perché la polizia di Jhang Bazar, un quartiere di Faisalabd, accettasse di registrare la denuncia del rapimento di Saneha Kinza Iqbal, una ragazza cristiana di 15 anni, e lo ha fatto solo grazie all’intervento della Association of Women for Awareness and Motivation, una organizzazione che si batte per i diritti delle donne. Il 22 luglio Saneha è uscita di casa di prima mattina per andare in chiesa a pregare e non ha più fatto ritorno. Dei vicini di casa hanno riferito di aver visto degli uomini portarla via su un’automobile e di aver riconosciuto uno dei rapitori: Saeed Amanat, un musulmano di 30 anni, residente in un villaggio a 60 chilometri da Faisalabad, sposato e padre di quattro figli, che lavora come guardiano nell’ospedale dove a giugno la mamma di Saneha è stata ricoverata per una ferita all’anca. Ricostruendo i fatti, si ritiene che l’uomo abbia messo allora gli occhi sulla ragazzina che più volte ha fatto visita alla madre e abbia deciso di rapirla. Tante ragazze cristiane vengono sequestrate in Pakistan da uomini musulmani, costrette a convertirsi all’Islam e a sposarsi. I giudici, anche di fronte all’evidenza, danno quasi sempre ragione ai sequestratori, persino quando, come spesso succede, le ragazze rapite sono minorenni e questo basterebbe a invalidare il matrimonio. Il caso più recente è quello di Maira Shahbaz. Il 5 agosto un tribunale di Faisalabad, nonostante una precedente sentenza in suo favore, ne ha giudicato valido il matrimonio benché il certificato di nozze esibito dal “marito” sia risultato falso e oltre tutto lei abbia solo 14 anni. Il rapitore di Saneha il 28 luglio ha addirittura osato telefonare ai suoi genitori minacciandoli nel caso insistessero a denunciarlo. Saneha è figlia di un pastore protestante, è una studentessa brillante, una cristiana devota. Adesso il suo destino è appeso a un filo.