a cura di Anna Bono
  • Tanzania

Un futuro incerto per decine di migliaia di profughi dal Burundi

 

In Tanzania vivono circa 315.000 rifugiati per lo più provenienti da Burundi, Rwanda e Repubblica Democratica del Congo. Per decenni il paese ha aperto le frontiere e ha concesso ai profughi appezzamenti di terra coltivabile incoraggiandone l’integrazione. Nel 2007 ai rifugiati dal Burundi nel 1972, l’anno dello sterminio della popolazione Hutu da parte dei Tutsi al potere, il governo ha proposto di scegliere se ritornare in patria oppure rimanere e diventare cittadini tanzaniani. Il provvedimento riguardava 200.000 persone, molte delle quali nate in Tanzania. L’80% ha deciso di restare. Però da allora  il processo di naturalizzazione è andato avanti a singhiozzo e decine di migliaia di rifugiati sono ancora in attesa di ottenere la cittadinanza. Nel frattempo dal Burundi, dopo che nel 2015 si è aperta nel paese una nuova crisi politica, sono arrivati altri 230.000 profughi, fiduciosi di essere accolti. Ma il presidente tanzaniano John Magufuli ha deciso di irrigidire l’atteggiamento del paese nei confronti dei rifugiati. Nel 2017 ha ordinato la sospensione della loro naturalizzazione automatica e anzi ha sollecitato i nuovi arrivati a tornare a casa dicendosi convinto che il Burundi era abbastanza sicuro, nonostante che molti rapporti documentassero diffuse violazioni dei diritti umani. Tra settembre 2017 e febbraio 2018 un primo gruppo di oltre 16.500 rifugiati è stato assistito nel rimpatrio volontario in Burundi. A gennaio, inoltre, il governo tanzaniano ha deciso di uscire dalla Strategia Comprensiva di Risposta alla crisi dei Rifugiati, l’organismo creato per allentare la pressione sui paesi che ospitano dei rifugiati aiutando questi ultimi a essere più autosufficienti e sostenendo le comunità in cui vivono. Il Tanzania, uno dei 13 paesi pilota dell’iniziativa, ha motivato la decisione con mancanza di fondi da parte dei donatori e con non meglio specificati problemi di sicurezza. Entro il 2017 è previsto il “rimpatrio volontario” di altri 72.000 burundesi, proprio mentre la crisi nel loro paese su va aggravando.