a cura di Benedetta Frigerio
  • Islam

Un atto vandalico in Niger

A Bomoanga, in Niger, è stata divelta la grande croce in ferro eretta su una collina che domina  la parrocchia di padre Pierluigi Maccalli, il missionario della Società delle Missioni Africane rapito nel settembre del 2018 da un gruppo di jihadisti e tuttora nelle loro mani. Un suo confratello, padre Mauro Armanino, ha raccontato all’agenzia Fides che la croce, ben assicurata con dei bulloni alla base di cemento, era visibile da lontano. I vandali dopo averla divelta l’hanno abbandonata non lontano. La popolazione locale saliva dal villaggio poco distante a pregare sotto la croce soprattutto per chiedere la pioggia e la fine della stagione secca. Gli stessi musulmani esortavano i cristiani a farlo per ottenere pioggia e un buon raccolto. “Si presume siano stati coloro che la stampa e la gente chiama i ‘jihadisti’ – racconta padre Armanino – armati e a volte incappucciati che traversano e terrorizzano i cristiani e la gente dei villaggi della regione. All’inizio del mese  loro o altri affiliati hanno reso visita al capo villaggio ricordando i comandamenti guida della loro strategia: evitare di denunciarli alle forze governative, non tagliare alberi, evitare l’alcol e soprattutto rifiutare tutto ciò che non sia l’Islam. Questi sono i precetti che li accompagnano e che, grazie alle armi e all’abbandono delle Forze di Difesa e di Sicurezza, mantengono in uno stato costante di paura i contadini del posto e in particolare i cristiani”. I fedeli da tempo non osano celebrare le funzioni religiose nella chiesa che il missionario rapito aveva ideato e realizzato per loro: “la paura li spinge a pregare nelle case e le porte della chiesa sono chiuse. La croce strappata è allora simbolo di quanto si cerca di strappare a ogni costo dal cuore della gente: la fede vissuta nel Vangelo che libera. I contadini sono pazienti e sanno bene che la croce è scritta sulla Terra e nessuno potrà più portarla via”.