Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Leonida di Alessandria a cura di Ermes Dovico
GUERRA IN EUROPA

Ucraina, Zelensky torna dagli Usa a mani vuote

A parte l'enfasi sul discorso al Congresso molto applaudito e sulla fornitura di una prima batteria di missili Patriot, il bilancio della visita di Zelensky negli Usa è negativo. Da un punto di vista politico, non si è concordato nulla per arrivare al cessate-il-fuoco. Da quello militare, gli Usa non hanno fornito le armi a lungo raggio chieste da Kiev.

Esteri 24_12_2022
Zelensky e Biden

Tante chiacchiere e poca sostanza. La visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Washington è andata molto diversamente da come molti media e la propaganda di Kiev e dei governi occidentali si ostinano a presentarla.

Ancora una volta in questa guerra prende il sopravvento l’apparenza sulla sostanza. Gli applausi di buona parte del Congresso, il baciamano a Zelensky della speaker dimissionaria della Camera Nancy Pelosi, gli abbracci e le frasi di circostanza di Joe Biden hanno preso decisamente il sopravvento nella comunicazione di Washington (che ha paragonato la visita del presidente ucraino addirittura a quella di Winston Churchill del dicembre 1941) sui ben più rilevanti fallimenti che hanno caratterizzato il vertice. Gli Stati Uniti, alla vigilia di un rovesciamento di forze che vedrà la Camera a maggioranza repubblicana fare le pulci agli aiuti finanziari e militari all’Ucraina e a indagare sulle intrusioni di Joe Biden a supporto degli ambigui affari del figlio Hunter in Ucraina, speravano di ottenere da Zelensky elementi utili a stabilire le basi sulle quali Kiev potrebbe negoziare un cessate il fuoco con la Russia. Un’aspettativa evidenziata ieri dal Washington Post è che è andata delusa quando Zelensky intervenendo al Congresso ha citato la riconquista di tutti i territori perduti, inclusa la Crimea che la Russia si è annessa nel 2014, come precondizione per parlare di pace.

Ovviamente per fare questo Zelensky ha chiesto ancora soldi e armi, richiesta che appare soddisfatta dal maxi pacchetto varato in concomitanza della visita presidenziale da 1,8 miliardi di dollari tra forniture militari, supporto logistico e addestramento. Sul piano politico il leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, pur apprezzando il discorso del presidente ucraino al ha ribadito che “non diamo mai un assegno in bianco. Vogliamo garanzie che ci si assicuri responsabilità per ogni dollaro speso”. Sul piano militare i dettagli della “lista della spesa” annunciata dal Pentagono suscitano qualche perplessità. Vi sono armi leggere e portatili, 163 veicoli surplus dell’esercito americano, un numero imprecisato di razzi per lanciarazzi HIMARS ma solo 30 mortai e 500 proiettili per i cannoni forniti da Usa e alleati Nato. Certo, si tratta di proiettili di precisione, ma in precedenza la loro fornitura era accompagnata da decine di migliaia di munizioni di tipo classico per i circa 240 pezzi d’artiglieria da 155 e 105 mm donati da anglo-americani e altri alleati all’esercito ucraino.

L’assenza di queste munizioni potrebbe dipendere delle crescenti resistenze del Pentagono a ridurre ulteriormente le scorte di proiettili d’artiglieria tenuto conto che l’industria a stelle e strisce è in grado di produrre 15mila proiettili d’artiglieria al mese, pari ad appena due o tre giorni dei consumi ucraini si fronti bellici. Un’altra ipotesi, che non si può escludere, è che il numero dei pezzi di artiglieria occidentali sia stato drasticamente ridimensionamento in questi ultimi mesi di guerra dal fuoco russo e dall’intensa usura imposta dal campo di battaglia. Questa seconda opzione potrebbe trovare sostegno nella considerazione che la lista degli ultimi aiuti statunitensi contiene ben 200mila proiettili d’artiglieria dei calibri di tipo russo/sovietico (122 e 152 millimetri per gli obici, 125 per i cannoni dei carri armati) in uso anche nell’Esercito Ucraino, evidentemente reperiti dagli Stati Uniti presso nazioni amiche che producono o ne hanno fatto scorta.

Zelensky esce quindi indebolito dal viaggio a Washington, anche sul piano strategico poiché come avevamo anticipato nei giorni scorsi il presidente ucraino ha chiesto la fornitura di armi offensive a lungo raggio, in grado di colpire in profondità il territorio russo: missili balistici tattici ATACMS e droni armati a lungo raggio Grey Eagle e Reaper. La Casa Bianca, che finora ha rifiutato categoricamente l’invio a Kiev di queste armi per evitare che vengano impiegate contro il territorio russo, ha ribadito il deciso no anche se Biden ha scaricato, la responsabilità sugli alleati europei. “L’invio di materiali militari diversi da quelli che stiamo inviando ora all’Ucraina potrebbe creare divisioni nella NATO e nel resto del mondo. Passo centinaia di ore a colloquio con gli europei e ho fatto del mio meglio per potenziare il sostegno all’Ucraina, ma l’Europa non cerca una terza guerra mondiale e una guerra con la Russia”.

Il “bicchiere mezzo pieno” (ma solo simbolicamente) offerto a Zelensky è stato ovviamente opportunamente gonfiato dall’amministrazione Usa e da molti media: si tratta della batteria di missili da difesa aerea Patriot che solo tra molti mesi potrà venire dispiegata in Ucraina, cioè quando la guerra potrebbe aver già mutato faccia. Il segretario di Stato, Anthony Blinken, ha annunciato che il nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina “include per la prima volta il sistema di difesa aerea Patriot, in grado di abbattere missili da crociera, missili balistici a corto raggio e aerei ad altitudini significativamente più elevate rispetto ai sistemi di difesa forniti finora”. Ma una sola batteria potrà difendere solo un settore limitato dello spazio aereo ucraino, non è chiaro quanti missili gli americani siano disposti a cedere, mentre è certo che i Patriot rientreranno tra i bersagli prioritari dei russi.