• KIEV

Ucraina, presa in mezzo fra Ue e Russia

Dopo due mesi di protesta pacifica, nella capitale ucraina scoppia la violenza fra i manifestanti e la polizia. È il culmine di uno scontro politico che non è solo interno all'Ucraina, ma coinvolge in pieno anche l'Ue e la Russia.

Gas ucraino

Dopo due mesi di protesta pacifica, la violenza è scoppiata all’improvviso a Kiev. Fra manifestanti e polizia c’è stata una vera e propria battaglia, costata 200 feriti (la metà dei quali sono poliziotti) e una ventina di arresti. L’acqua veniva sparata a cascate, in una gelida notte di gennaio, provocando molti congelamenti. Bombe molotov e razzi artigianali, in compenso, hanno provocato incendi di veicoli della polizia e auto private. Una violenza simile, nella capitale ucraina, non si era mai vista dall’inizio della protesta il 29 novembre scorso. Ma è comunque il culmine di una continua escalation.

Il 29 novembre 2013, il presidente ucraino Yanukovich aveva annunciato la rinuncia all’adesione all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Per buona parte degli ucraini occidentali e dei giovani di Kiev, l’Ue è ancora sinonimo di pace, democrazia, assenza di corruzione e, soprattutto, una grande opportunità di movimento per lo studio e il lavoro. Da un punto di vista ideale, l’Ue è per gli ucraini quel che la Comunità Europea rappresentava per noi negli anni ’50: una grande mano tesa dopo il disastro della dittatura e della guerra, un’occasione unica per inserirci in un grande mercato internazionale, un suggello di pace dopo due guerre mondiali. Per un giovane ucraino mediamente istruito, l’Ue rappresenta ancora tutti i valori condivisi dai suoi padri fondatori.

E le brutture che si sono aggiunte dopo, fra centralizzazioni e tecnocrazie varie, sono acqua fresca rispetto alla realtà locale, fatta di grandi oligarchie economiche, miseria e assenza di prospettive di lavoro. L’annuncio della mancata firma dell’accordo, dunque, è stato una doccia fredda per tutti. Dopo la dura repressione poliziesca della prima manifestazione di piazza, la protesta si è ulteriormente gonfiata con centinaia di migliaia di ucraini, ormai non più solo giovani, permanentemente accampati in Piazza dell’Indipendenza a Kiev. Il 18 dicembre è il giorno della seconda doccia fredda: Yanukovich firma l’accordo con la Russia, accettando un prestito di 15 miliardi di dollari e sconti sul gas. La porta è chiusa in faccia all’Ue. Ma la protesta non finisce qui.

Il 24 dicembre, a mo’ di intimidazione, una giornalista molto attiva fra i manifestanti, Tatyana Chrinovol, viene picchiata selvaggiamente da ignoti, probabilmente sostenitori del presidente o agenti in borghese. Il 12 gennaio, le forze anti-sommossa (in divisa e ben riconoscibili) riducono in fin di vita l’ex ministro (ora all’opposizione) Yuri Lutsenko. Il 16 gennaio, la Rada ucraina (il parlamento) approva una serie di leggi che riducono enormemente la libertà di manifestazione e soprattutto vietano gran parte dell’attività delle Organizzazioni Non Governative straniere, accusate di alimentare la protesta e dunque equiparate ad “agenti stranieri”, come ai tempi dell’Urss. La tensione, a questo punto, si è gonfiata per tre giorni, fino allo scoppio delle violenze del 19 gennaio. Ma l’opposizione ha tutto da perdere dalla violenza e puntualmente accusa la presenza di “agenti provocatori” governativi fra i facinorosi che hanno attaccato i poliziotti a colpi di sassi, razzi e molotov. Dal canto suo, il presidente Yanukovich ha ora buon gioco a farsi vedere come il salvatore della quiete e ha formalmente invitato l’opposizione a tornare al dialogo, dopo il fallimento dei negoziati di dicembre.

La questione ucraina non è solo locale. La Russia è intervenuta a gamba tesa in più di un’occasione. La rinuncia all’Accordo di Associazione è stata suggerita (per stessa ammissione del Cremlino) proprio da Mosca. E anche la legge anti-manifestazioni del 16 gennaio è ricalcata pari-pari da quella già in vigore in Russia. L’Ue ha un’influenza meno diretta su Kiev, ma politici tedeschi, polacchi e delegazioni partitiche di quasi tutti i membri dell’Ue si sono palesati in piazza a Kiev, a incoraggiare i manifestanti. Non si tratta solo di uno scontro interno a una repubblica ex sovietica, dunque, ma di una battaglia geopolitica fra Ue e Russia.

Perché questo scontro è di fondamentale importanza per gli interessi immediati di noi europei? Prima di tutto, perché tre anni fa c’è stata la Primavera Araba e da allora ad oggi le importazioni di gas dalla Libia (e dal Medio Oriente in senso lato) sono diventate un’incognita sempre più grave. come dimostra il rapimento di due lavoratori italiani in Cirenaica, la situazione laggiù è sempre instabile. Dunque l’Ue è sempre più dipendente dal gas russo. E infatti, nel 2013, la Gazprom registrava una forte crescita delle sue esportazioni in tutti i Paesi membri, Italia compresa.

L’Ue è ai ferri corti con Gazprom, perché l’azienda russa monopolizza sia la produzione che la distribuzione del gas russo, andando contro alle norme antitrust europee. Di fatto, i russi hanno creato un sistema statale di dipendenza dal loro gas, a cui tutta l’Ue dovrebbe sottostare. Lo scorso dicembre, l’Unione Europea ha chiesto ai Paesi interessati dal passaggio del gasdotto South Stream di rinegoziare i contratti in essere con Gazprom riguardo la costruzione e la gestione della condotta. La richiesta è rivolta a Bulgaria, Serbia (che non è un membro dell’Ue, ma è già associata per quanto riguarda l’energia), Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria, insomma tutta la rotta della pipeline fino al suo terminale austriaco. L’Ue teme che la Russia stacchi un pezzo di Europa, sfruttando la sua leva del gas. Basti pensare, infatti, che due dei Paesi interessati, Croazia e Bulgaria, dipendono integralmente da gas russo e altri due, Ungheria e Grecia, dipendono per il 60% del loro fabbisogno energetico.

L’80% del gas russo venduto all’Europa passa ancora dall’Ucraina. Da un lato la Gazprom vanta nei confronti di Naftogaz (l’azienda energetica ucraina) un credito di 1,4 miliardi di dollari, a cui gli ucraini non riescono a far fronte. È soprattutto questo debito pendente la causa degli accordi fra Putin e il presidente ucraino Yanukovich e la conseguente rottura di quest’ultimo con l’Unione Europea. D’altro canto, l’Unione Europea ha un interesse solamente di breve periodo che coincide con quello russo: finché non c’è conflittualità fra Mosca e Kiev, il flusso di gas non viene interrotto e il prezzo non si alza a causa delle tensioni. Ma nel lungo periodo l’Ue ha tutto da perdere, perché rimarrebbe in balia di Gazprom. Che è un’azienda politica, prima di tutto. E, come abbiamo visto prima, Bruxelles sta facendo di tutto per tentare di spezzare quel monopolio. La prima ragione dell’offerta all’Ucraina di aderire al trattato di associazione con l’Unione Europea, era proprio questa: cercare di portarsi in casa l’Ucraina per renderla energeticamente autonoma dalla Russia. Da un punto di vista pratico, l’Ue aveva offerto a Kiev, quale alternativa al gas russo, la fornitura di quello tedesco (attraverso la Polonia), la rivendita del gas russo già arrivato in Slovacchia e la costruzione di un nuovo gasdotto proveniente dall’Asia centrale, volto ad aggirare da Sud le pipelines russe.

Dopo l’accordo fra Putin e Yanukovich del dicembre scorso, gli accordi preliminari con l’Ue sono quasi del tutto naufragati. Il presidente ucraino ha fatto una scelta puramente commerciale, al di là di ogni ideologia. Ha valutato che l’opzione pro-europea gli sarebbe costata cara (circa 20 miliardi di euro) per la ristrutturazione delle infrastrutture, più le riforme politiche e la scarcerazione della maggior leader dell’opposizione, Yulia Tyomoshenko, come richiesto dall’Ue. A fronte di questo costo, le promesse di aiuti europei erano troppo deboli. La Russia, al contrario, non faceva richieste politiche e prometteva uno sconto sul gas, necessario per la tenuta dei conti pubblici ucraini. Fatto l’accordo fra Mosca e Kiev, noi siamo tornati a dipendere in tutto e per tutto dalla Russia. A meno che qualcosa non cambi in Ucraina.