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Tre scritti in ebraico per il vangelo di Matteo

Un'interessante ricerca di don Antonio Baldassari, sacerdote della diocesi di Faenza, permette di ricostruire la genesi del Vangelo di Matteo, che avrebbe attinto ai "detti di Gesù" scritti dallo stesso Matteo e al "Vangelo di Pietro". La stesura finale del primo vangelo sinottico è databile al 40-45.

Il discorso della montagna - Beato Angelico

«L’anima invisibile era semita, ma il corpo visibile era greco». Così Padre Jean Carmignac aveva riassunto il suo convincimento sulla lingua originale dei Vangeli sinottici, dopo il suo “esperimento” di tradurre il Vangelo di Marco dal greco all’ebraico (ne avevamo parlato qui). «Mano a mano che la mia traduzione avanzava, la mia convinzione si rafforzava: nemmeno un semita che avesse imparato il greco molto tardi si sarebbe mantenuto così legato alla sua lingua materna; si sarebbe preso di tanto in tanto qualche libertà, sarebbe, di tanto in tanto almeno, ricorso a una formulazione corrente in greco. E invece no: in continuazione il ricalco letterale di un traduttore che cercava di rispettare al massimo il testo ebraico, che aveva sotto gli occhi».

La nascita dei vangeli sinottici di Carmignac, da cui sono state tratte le due precedenti citazioni, e Patì sotto Ponzio Pilato? di Vittorio Messori sono stati la spinta per don Antonio Baldassari, classe 1933, sacerdote della diocesi di Faenza con competenze in ambito liturgico ed archeologico, ad approfondire la questione della nascita dei primi tre Vangeli.

Nella sua pubblicazione Testimoni oculari. Quando e perché sono stati scritti i Vangeli sinottici (2015), ipotizza tre scritti in lingua ebraica, tradotti in un secondo momento in lingua greca: un primo scritto di Matteo, il suo Vangelo vero e proprio, e un “vangelo di Pietro”, tradotto poi da Marco.

L’ipotesi dell’autore è di grande interesse e inizia con il collocare la data di stesura degli Atti degli Apostoli nell’anno 63 ed il Vangelo di Luca nel 49-50, proponendo alcune argomentazioni che in questi mesi abbiamo già potuto conoscere. L’ipotesi più originale riguarda però l’iter di formazione dei Sinottici. Baldassari sostiene che il primo scritto, in lingua ebraica, sia stata una raccolta dei detti del Signore, scritta da Matteo; raccolta che successivamente fu inglobata nel suo Vangelo. Due argomenti a favore di questa ipotesi. La prima è il riferimento di una fonte esterna, ossia Papia, citato da Eusebio di Cesarea: «Matteo dunque in lingua ebraica mise insieme i discorsi e ognuno li tradusse come era capace» (Historia Ecclesiastica, III, 39, 16). Interessante il confronto con l’espressione che lo stesso Papia utilizza in riferimento a Marco, il quale «scrisse le cose fatte o dette dal Signore» (Ibi, 39, 15). Matteo è dunque riconosciuto principalmente come l’evangelista dei detti di Gesù.

La notizia fornita da Papia, che cioè Matteo abbia messo per iscritto solo una raccolta (sunetáxato)– almeno in un primo momento – dei lóghia del Signore, troverebbe riscontro nella struttura dei capitoli 5-7 del primo Vangelo, che comprende il cosiddetto “Discorso della Montagna”. È chiara la volontà dell’autore di fare una raccolta degli insegnamenti orali del Signore Gesù, senza mostrarne la contestualizzazione e la collocazione temporale. Ma c’è di più. Alcuni elementi permettono di sostenere con criterio che si tratti di «un piccolo libro completo in sé stesso» (Testimoni oculari, 48). Questi tre capitoli sono infatti strutturati per comunicare l’idea di Gesù come, al contempo, lo stesso Dio e il nuovo Mosè. Come Mosè, anch’Egli si trova sul monte (mentre invece Luca riferisce di un luogo pianeggiante); anch’Egli consegna la nuova Legge, cioè le otto beatitudini; più di Mosè, Gesù si dimostra l’autore stesso della nuova Legge, con l’autorità di perfezionare la prima («Avete inteso che fu detto... ma io vi dico»). Lo stupore delle folle e il loro riconoscimento della singolare autorità con cui Gesù parlava (cf. Mt 7, 28-29) fungono da chiusura di questo “libretto”. Secondo Baldassari, questo primo scritto può essere collocato in un arco temporale che va dall’anno 30, ritenuto come l’anno della morte e risurrezione di Gesù, all’anno 36.

Di poco successivo (36-40) sarebbe invece il “vangelo di Pietro”. Secondo l’ipotesi dell’autore, man mano che ci si distanzia dai luoghi e dai tempi in cui sono avvenuti i fatti della vita di Gesù, si è avvertita più urgente la necessità di averne un resoconto scritto, ad uso delle diverse comunità. A questo bisogno avrebbe corrisposto Pietro, con uno scritto in lingua ebraica, che sarebbe poi stato tradotto e risistemato da Marco. Uno scritto che tralascerebbe volutamente gli insegnamenti già contenuti nel primo scritto di Matteo, quello con il Discorso della Montagna.

Baldassari prende alla lettera la testimonianza di Papia, che definisce Marco «traduttore di Pietro», hermēneutès Petrou (HE, III, 39, 14-15). L’opera di vera e propria traduzione si renderebbe percepibile da alcuni dettagli presenti nel solo Vangelo di Marco. Per esempio, nella scelta di mantenere alcune parole ebraiche, come boanerges, korban, geenna, Golgota, Parasceve, e persino l’intera invocazione di Gesù sulla croce, fornendo però di tutti questi termini la traduzione greca. Marco è altresì l’unico a riportare il lungo inciso (7, 3-4) per spiegare l’uso dei giudei di non mangiare con mani non lavate. La traduzione sarebbe avvenuta negli anni antecedenti il martirio di Pietro.

Il vangelo ebraico di Matteo nascerebbe a sua volta dall’inglobamento del primo scritto con gli insegnamenti di Gesù, e la conoscenza del “vangelo di Pietro”, ampliato però con alcuni elementi essenziali per raggiungere l’obiettivo del primo evangelista, e cioè quello di mostrare come le promesse messianiche si siano realizzate in Gesù. Da qui la genealogia e la sottolineatura della figura di Giuseppe nei primi due capitoli; ma anche l’abbondanza di citazioni veterotestamentarie, che Matteo riporta di frequente, per la ragione appena detta. Dunque, il Vangelo di Matteo ebraico, di cui una copia san Girolamo attesta di aver visto nella biblioteca di Cesarea, sarebbe stato composto dopo il “vangelo di Pietro”, ma prima di quello di Luca. E dunque negli anni 40-45.

Le «ricerche accurate» (Lc 1, 3) del terzo evangelista avrebbero infine compreso, oltre a fonti proprie, anche il Vangelo di Matteo e quello di Pietro, entrambi ancora in ebraico. Per questa ragione Luca ha 330 versetti in comune sia con Marco che con Matteo, e 230 solo con Matteo.

 

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