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Trans, il registro che si fa beffe dei comuni mortali

Il Consiglio comunale di Milano vota a larghissima maggioranza per istituire un registro che consentirà alle persone transessuali di usare il loro nuovo nome e “genere di elezione” senza passare dall’anagrafe. Un provvedimento per privilegiati, che contrasta con la legge e il buonsenso.

Palazzo Marino_Milano (CC)

Prima di ottenere dalla Pubblica amministrazione qualcosa - qualsiasi cosa: un permesso per aprire un dehors fuori da un bar, un passaggio di proprietà di un’auto, un riconoscimento di un’invalidità civile - noi comuni mortali dobbiamo produrre una quantità di documenti strabiliante, che sono vere e proprie prove di carattere giuridico. Dunque, prima tu cittadino mi provi che hai tutti i requisiti e le condizioni per chiedere qualcosa e poi io Pubblica amministrazione ti concederò, forse, quello che tu chiedi.

Questo, come detto, capita a noi comuni mortali, ma esiste invece una categoria di persone che se non la tratti da Vip si sente discriminata, una categoria che vede invertita la dinamica sopra descritta: prima la Pubblica amministrazione ti concede quello che vuoi e poi, con calma, produci la documentazione.

Questa dinamica rovesciata è quella che governa il primo “Registro per il riconoscimento del genere di elezione”, dedicato alle persone transessuali, iniziativa votata l’altro giorno dal Consiglio comunale di Milano a larghissima maggioranza (27 contro 2) e voluta dal consigliere transgender del Pd “Monica” Romano. Capita che molte persone transessuali vogliono essere indicate nei documenti ufficiali non con il vecchio nome, assegnato al momento della nascita, ma con quello nuovo corrispondente al “sesso” di elezione: una vera e propria seconda nascita sotto il segno del gender. La legge però prevede che, giustamente, prima che ciò accada occorre cambiare il nome all’anagrafe e quindi sulla carta d’identità. Ecco invece il privilegio concesso ai trans: i cittadini milanesi transessuali iscritti in questo registro potranno usare il nuovo nome, senza passare dall’anagrafe, sulle tessere delle biblioteche, negli abbonamenti ai mezzi di trasporto pubblico e per le piscine. I dipendenti pubblici trans potranno fare lo stesso con il badge lavorativo. Per poter usare questa identità alias basterà una dichiarazione davanti a un ufficiale di stato civile.

Si tratta di un provvedimento amministrativo illegittimo in primo luogo perché, ex articolo 117 della Costituzione, la materia anagrafica è di competenza esclusiva del Parlamento e non certo dei Comuni. In secondo luogo perché quanto disciplinato dalla mozione meneghina scavalca la legge 164/1982, la quale prevede un particolare iter davanti al giudice prima del cambiamento di identità all’anagrafe. Ora invece in quel di Milano si aggireranno la legge e i giudici per tagliare immediatamente il traguardo del cambiamento d’identità. In tal modo una persona avrà due identità, proprio ciò che la normativa vorrebbe evitare.

L’identità personale serve appunto per identificare le persone e dunque per avere certezza che quella persona è nata in tal giorno, risiede in tal Comune, etc. etc. Ma, lo sappiamo, l’ambiguità è marchio di fabbrica della teoria gender. Non solo, ma la legge, anche tenendo conto delle successive modifiche libertarie ad opera della giurisprudenza, persegue un ulteriore scopo: accertare che la persona che vuole “cambiare” sesso abbia i requisiti psicologici per un passo di così ampia portata, per diventare altro da sé. Una verifica, condotta per il tramite di specialisti, che invece il Registro elude perché esige solo una mera autocertificazione.

Ecco allora tu, caro barista, prova ad appellarti a questo precedente amministrativo per aprire un dehors, facendo presente che se ad una persona basta una mera dichiarazione davanti ad ufficiale di stato civile per “cambiare” identità, a maggior ragione uguale procedura dovrà essere richiesta per installare una semplice struttura esterna.

 

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