• MOTU PROPRIO

Sulla Messa antica è la vittoria di Pirro

Mentre una ricostruzione giornalistica rivela che meno del 15% dei vescovi ha restituito questionari con posizioni sfavorevoli al Rito antico, continuano le reazioni a Traditionis Custodes. Il cardinale Burke ricorda che un Papa non ha un “potere assoluto”. Critico anche mons. Schneider, che sottolinea le incongruenze del motu proprio di Francesco e il possibile effetto boomerang nel creare «una catena mondiale di Messe catacombali».

Con il passare dei giorni, diventa sempre meno credibile che la scelta di Francesco di condannare a morte il Rito antico dipenda da una pressione dell’episcopato mondiale. Non si vuole contestare che ci siano dei vescovi che abbiano sollevato problemi relativamente ai gruppi stabili che partecipano alla Messa “tridentina”; e nemmeno si vuole negare che alcuni di essi lo abbiano fatto per effettivi problemi rilevati all’interno di questi gruppi. Eppure non è così difficile capire che Francesco abbia deciso di dare maggior peso alla parte avversa, spesso ideologicamente tale, come il nuovo prefetto della Congregazione per il Culto Divino e il suo Grillo parlante.

Un primo indizio è dato dal fatto che dei famosi questionari inviati ai Vescovi del mondo, secondo una ricostruzione di Diane Montagna (vedi qui), solamente il 30% circa è effettivamente ritornato compilato a Roma. E oltre la metà di questi questionari pervenuti ha rivelato posizioni favorevoli o neutrali. Dunque Francesco avrebbe deciso di prendere in seria e operativa considerazione i pareri di meno del 15% dei vescovi del mondo.

Il secondo indizio è dato dalle numerose reazioni di questi giorni: non sono pochi i vescovi ad aver confermato la propria disponibilità a mantenere nelle proprie diocesi le celebrazioni in Rito antico e ad esternare la propria perplessità o contrarietà alla decisione draconiana venuta da Roma; monsignor Thomas Tobin, per esempio, ha sottolineato come il motu proprio sia un tantino eccessivo: il Papa avrebbe infatti adoperato una motosega, dove invece sarebbe bastato un bisturi (vedi qui). Un “errore” di valutazione non da poco.

Una critica puntuale e addolorata è venuta dal cardinale Raymond Burke, il quale ha fatto notare come Francesco abbia agito con particolare fretta, scegliendo di non informare «preventivamente i Vescovi e non prevedendo nemmeno la consueta vacatio legis, un periodo di tempo tra la promulgazione di una legge e la sua entrata in vigore». Un motu proprio, che ha l’intento dichiarato di restituire ai vescovi la propria competenza in re liturgica, è di fatto capitato tra capo e collo degli stessi vescovi. Traditionis Custodes è decisamente peggio del precedente regime di indulto previsto dal motu proprio Ecclesia Dei adflicta, in quanto decreta la volontà di porre gradualmente fine a queste celebrazioni, che vengono momentaneamente tollerate in attesa di rieducare i fedeli “tradizionalisti” alla liturgia riformata.

Il cardinale Burke fa anche notare che «data l’importanza attribuita alla “consultazione dettagliata” o “questionario”, e la gravità della materia trattata, sembrerebbe essenziale che i risultati della consultazione siano resi pubblici, insieme all’indicazione del suo carattere scientifico». Sarebbe altresì importante capire se, nella fase di consultazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, siano stati interpellati anche quegli «ufficiali - prima in servizio nella Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” e poi nella Quarta Sezione della Congregazione - che sono stati incaricati di trattare questioni riguardanti l’UA [Usus Antiquior]». Difficile infatti pensare che questi ufficiali abbiano potuto suggerire una purga senza eccezioni, perché essi sanno molto bene che questi sacerdoti e questi fedeli, «quando altri hanno fatto la scelta dello scisma, hanno voluto sempre rimanere in piena comunione con la Chiesa, fedeli al Romano Pontefice, spesso a costo di grandi sofferenze».

È la giustizia ad esigere che «se ci sono situazioni di un atteggiamento o di una pratica contraria alla sana dottrina e disciplina della Chiesa» debbano essere «affrontate individualmente dai pastori della Chiesa, dal Romano Pontefice e dai Vescovi in comunione con lui. La giustizia è la condizione minima e insostituibile della carità. La carità pastorale non può essere servita, se non si osservano le esigenze della giustizia».

Di particolare interesse sono anche le osservazioni del cardinale sulla legittimità che un Papa possa abrogare una forma liturgica secolare. In perfetta sintonia con quanto Benedetto XVI aveva espresso più volte, Burke ricorda che «la pienezza di potere (plenitudo potestatis) del Romano Pontefice è il potere necessario per difendere e promuovere la dottrina e la disciplina della Chiesa. Non è un “potere assoluto” che includerebbe il potere di cambiare la dottrina o di sradicare una disciplina liturgica che è viva nella Chiesa dai tempi di Papa Gregorio Magno e anche prima». Anche l’espressa volontà del Papa di «abrogare tutte le norme, istruzioni, permessi e consuetudini che precedono il presente Motu proprio», non può esimere dallo studiare «ogni singola norma, istruzione, permesso e consuetudine, per verificare che essa “contraddica la comunione e nutra la tendenza divisiva… contro la quale l’Apostolo Paolo reagì così vigorosamente”».

Altrettanto critico è mons. Athanasius Schneider, nella sua recente intervista concessa a Diane Montagna. Il vescovo ausiliare di Astana non ha potuto fare a meno di rilevare una patente contraddizione tra il «documento sulla Fratellanza umana (firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019)», nel quale «papa Francesco abbraccia la “diversità delle religioni”, mentre nel suo nuovo Motu Proprio rifiuta con decisione la diversità delle forme liturgiche nel Rito romano».

Neppure sfugge l’incongruenza di Francesco di chiamare a proprio supporto la riforma di san Pio V, il quale nella «costituzione apostolica che promulga la liturgia tridentina, Quo primum (1570) [...], nell’approvare tutte quelle espressioni liturgiche della Chiesa romana che avevano più di duecento anni, le riconobbe come espressione altrettanto degna e legittima della lex orandi della Chiesa romana. In questa bolla papa Pio V afferma di non revocare in alcun modo altre legittime espressioni liturgiche all’interno della Chiesa romana», ricorda Schneider.  Proprio perché «la Chiesa non ha mai rifiutato ciò che, nell’arco di molti secoli, ha espresso sacralità, rigore dottrinale e ricchezza spirituale», «il nuovo motu proprio di papa Francesco suscita profonda preoccupazione in quanto manifesta un atteggiamento di discriminazione nei confronti di una forma liturgica della Chiesa cattolica quasi millenaria».

Schneider ritiene Traditionis Custodes «una vittoria di Pirro» che «avrà un effetto boomerang. Le tante famiglie cattoliche e il numero sempre crescente di giovani e sacerdoti, in particolare giovani sacerdoti, che assistono alla Messa tradizionale, non potranno permettere che la loro coscienza venga violata da un atto amministrativo così drastico. Dire a questi fedeli e sacerdoti che devono semplicemente essere obbedienti a queste norme alla fine non funzionerà, perché essi sanno bene che una chiamata all’obbedienza perde il suo potere quando lo scopo è sopprimere la forma tradizionale della liturgia, il grande tesoro liturgico della Chiesa romana». È assai probabile che una compressione delle Messe in rito antico “autorizzate” finisca per alimentare «una catena mondiale di Messe catacombali, come accade in tutti i tempi di emergenza e persecuzione. Potremmo infatti assistere a un’era di Messe tradizionali clandestine».

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