Suicidio, il Governo contro l’Emilia. Ma la pratica è già sdoganata
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L’esecutivo ha impugnato la legge sul suicidio assistito varata dalla Regione guidata dal centrosinistra. Prevedibile la risposta della Consulta. Ma il problema è che ci si concentra solo su chi è competente a legiferare, mentre il suicidio è stato già digerito come se non fosse un male.
Dopo Toscana e Sardegna il Governo impugna davanti alla Corte costituzionale anche la legge sul suicidio assistito varata lo scorso luglio dalla Regione Emilia-Romagna. Il motivo è il solito, già evidenziato nelle altre due occasioni dalla stessa Consulta: le regioni sono incompetenti nel legiferare su questa materia che attiene invece alle competenze esclusive del Parlamento. Palazzo Chigi fa sapere che «la legge [dell’Emilia-Romagna] ha violato una serie di profili di competenza esclusiva dello Stato, […] con ciò eludendo i vincoli posti sul punto dalla Consulta».
A questo punto è prevedibile che il Governo impugnerà anche la recente legge sul suicidio assistito della Regione Veneto. Altrettanto prevedibile sarà la risposta della Consulta riguardo alla norma emiliana: ripeterà quanto scritto in merito al ricorso contro le leggi di Toscana e Sardegna, ossia che la materia della legge non può essere soggetta ad una disciplina normativa regionale. Alle regioni sono demandati solo gli aspetti organizzativi. Detto ciò e nonostante tali pronunce, quelle leggi non sono mai state abrogate, ma, intatte, continuano ad essere vigenti. Insomma, pare proprio che l’intervento della Consulta sia stato pensato come intervento pro-forma.
Il Governo poi fa sapere che «l’impianto della legge non garantisce in modo adeguato e concreto la previa effettiva messa a disposizione di un percorso personalizzato di cure palliative e altri sistemi di supporto per evitare il ricorso al suicidio». Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale così ribatte: «Per la prima volta il Governo riconosce la titolarità delle Regioni a legiferare sul tema del suicidio medicalmente assistito e questo è un fatto importante». In realtà il Governo, rilevando quella criticità all’interno della legge, non riconosce alle regioni nessuna titolarità nel legiferare sulla materia del suicidio assistito, ma muove una critica su una materia che invece potrebbe benissimo essere oggetto di una legge regionale, ossia l’organizzazione delle cure palliative così come disciplinate dalla legge del Parlamento n. 38/2010.
Questo schemino che vede una Regione legiferare sul suicidio assistito, poi il Governo impugnare la legge e infine la Consulta decidere che la legge è incostituzionale perché viola la competenza esclusiva dello Stato nel legiferare sulla materia, ma salva i suoi aspetti meramente organizzativi, ha contribuito, insieme ad altri fattori ben più rilevanti, a far transitare le istituzioni politiche, ma anche la coscienza collettiva, dal rifiuto del suicidio assistito alla sua accettazione. In buona sostanza oggi pare che il vero problema sia a chi spetta varare una legge sull’aiuto al suicidio e non se il suicidio assistito sia un bene morale e quindi un diritto. A quest’ultimo problema è stata fornita ormai una risposta politica chiara: “il suicidio assistito è legittimo”. Quindi la questione morale è stata risolta a livello politico e anche sociale: un sondaggio di YouTrend di settembre rivela che il 75% degli italiani è a favore dell’eutanasia, che, tra tutti i temi sociali, è quello che vede meno divisioni tra elettori del centrosinistra ed elettori del centrodestra. Questo ad ulteriore testimonianza che la cultura libertaria, progressista e, in definitiva, secolarizzata si è infiltrata ampiamente in tutti gli spazi culturali e quindi sociali. L’appartenenza politica a destra non attesta più un’appartenenza nella difesa della vita perché i due schieramenti negli anni si sono progressivamente avvicinati sul piano culturale.
Quindi questo ripetuto passo a tre eseguito da Regioni, Governo e Consulta certifica che il suicidio e l’aiuto al suicidio sono questioni morali superate. Ora occorre risolvere solo alcuni dettagli: chi è competente a legiferare, i criteri precisi per farsi aiutare a togliersi la vita, quali protocolli adottare, etc. Come accaduto molte volte nel passato in merito a questioni eticamente sensibili, la liceità morale si sposta sul piano amministrativo, procedurale. L’indignazione, a seconda della fede politica professata, riguarda l’attribuzione di competenza nel legiferare, non il suicidio in sé e la possibilità di favorirlo. Gli oppositori del suicidio assistito sono ormai relegati fuori dal dibattito politico, nella riserva indiana dei pro-vita, già condannati, ben prima che una legge nazionale veda la luce, alla irrilevanza culturale e quindi anche politica.
Suicidio assistito, le contraddizioni di Zaia e della Lega
Per anni il Carroccio ha costruito parte della propria identità politica sulle radici cristiane, sulla famiglia e anche sulla difesa della vita. Ma oggi lo stesso partito, con Zaia in testa, festeggia l’approvazione di una legge che attenta alla vita e relativizza la dignità umana.
La Sardegna vara la legge sul suicidio, una provocazione politica
Dopo la Toscana, un’altra regione guidata dal centrosinistra ha approvato la sua legge sul suicidio assistito. Che però è incostituzionale, per difetto di competenza, e intempestiva, visto il Ddl all’esame del Parlamento. Pd e 5 Stelle lo sanno, ma usano il fine vita come provocazione politica e culturale.
Il triste primato della Toscana: il suicidio assistito è legge
Con l’approvazione da parte del Consiglio regionale, la Toscana diventa la prima regione con una legge sul suicidio assistito. Possibile un conflitto davanti alla Corte costituzionale, se lo Stato farà valere le proprie competenze. Ma intanto c’è un grave vulnus per i fragili, avallato dai cattolici del Pd nonostante il richiamo dei vescovi.

