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ARTE SACRA

Siviglia: un Cristo osé sul manifesto delle confraternite

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Fa discutere il dipinto commissionato per la Settimana Santa all'artista Salustiano Garcia. Il Risorto sembra uscito da una sauna più che dalla tomba e non pochi vi scorgono un'icona gay. 

Ecclesia 01_02_2024

Un Cristo "segno di contraddizione", ma non esattamente nel senso evangelico: è il manifesto per la Settimana Santa 2024, dipinto dal pittore Salustiano Garcia per il Consiglio delle Confraternite della Città di Siviglia. Opera tecnicamente impeccabile, come l’intera produzione dell'artista che testimonia livelli di virtuosismo e realismo tali da farne un vero maestro. Di arte, però, non di sacro. Perché se Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, quello dipinto da Garcia è umano-troppo-umano. E suscita non pochi equivoci.

Garcia raffigura il Signore appena risorto, con il fisico minuziosamente “scolpito” dal colore. A ispirarlo è stato il pensiero del fratello, prematuramente scomparso, mentre il modello è suo figlio Horacio. Su un fondo monocromatico definito «rosso salustiano», reminiscenza rinascimentale, si staglia questo Cristo «giovane e bello», spiega l’autore: «Giovane, come metafora di purezza: così la Vergine Maria è stata rappresentata nella storia dell'arte, quasi come un'adolescente. E bello perché, mi riferisco a Platone, bellezza e bontà sono la stessa cosa». Ma se non fosse per il contesto e per i segni della Passione appena visibili (la piaga della mano sinistra che indica quella del costato), il soggetto potrebbe essere tranquillamente un modello o uno sportivo, non necessariamente il Figlio di Dio.

Ora, nessuno pretende che ogni artista si cimenti per forza nell’arduo compito di distinguere il sacro dal profano, ma che almeno sappia farlo “chi è del mestiere”, in tal caso le confraternite sivigliane, committenti dell’opera – mentre l’arcidiocesi, che pure dovrebbe avere qualcosa a che fare con le confraternite, per il momento tace (e acconsente?). Anzi, l’opera è stata presentata con gran concorso di popolo e di clero. Qui ritorna l’annosa questione della committenza: l’artista apprende la fede da quel che trasmettono (o non trasmettono) i predicatori del suo tempo. E di questi tempi la sacralità è vista con sospetto persino nel suo luogo proprio che sarebbe il culto divino. Però Cristo, oltre che vero uomo, è vero Dio: lo ripetiamo volutamente a beneficio di chi non ricordi la grande importanza dell’et-et “messoriano”, dove se salta uno dei termini salta anche l’altro.

Nel Cristo di Garcia non pochi hanno visto qualcosa di osé, altri ancora un’icona gay, complice forse quel panneggio che pare giocare sul “vedo-non vedo”. Hanno frainteso tutti? Dal canto suo l’artista, intervistato sul clamore suscitato dall’opera, si scandalizza dello scandalo, col solito pretesto «siamo nel 2024» (e allora? Anche il Signore va raffigurato “a norma” di Fiducia supplicans?). Garcia rispedisce sdegnosamente le accuse al mittente: «Penso che le persone che hanno criticato il mio lavoro o ci hanno visto sessualità, abbiano bisogno di un po’ di cultura artistica. La scultura del Cristo risorto di El Greco lo raffigura completamente nudo, pene e tutto il resto». Quello di El Greco non è l’unico "nudo integrale" di Cristo nella storia dell'arte, ma è inutile nascondersi dietro un perizoma: il Cristo di Garcia appare ben poco divino e un po’ ammiccante. Più che dal sepolcro, dalla lotta in cui «morendo sconfisse la morte», sembra uscito da una sauna.

Si obietterà che anche l’arte “francescana” di Giotto appare decisamente umanizzata rispetto a quella bizantina – arte ieratica per eccellenza, che però a sua volta non tralascia i tratti umani – per non parlare del Caravaggio, che osò prendere a modello una prostituta per dipingere la Morte della Vergine. Eppure di fronte ai dipinti del seicentesco “pittore maledetto” nessuno dubita di trovarsi a contemplare una scena sacra. Il contrasto violento, tipicamente caravaggesco tra luce e ombra aveva – con le dovute, radicali differenze – lo stesso effetto dell’oro di tanta arte medievale: catapultare lo spettatore al di là di quella stessa quotidianità da cui pure erano tratti i suoi santi, trasfigurando il profano (letteralmente: “ciò che sta fuori dal tempio”) per proiettarlo nel sacro. Et-et, appunto.

Tuttavia, invece di prendersela con chi avrebbe frainteso il controverso dipinto sivigliano, Garcia potrebbe tranquillamente rinviare ai testi di un autorevole teologo dei nostri giorni che indugia dettagliatamente su ogni parte del corpo: «mascella, zigomi, gola, naso, occhi, fronte (e tutti i piccoli muscoli del viso), cuoio capelluto, nuca, spalle, proseguire con il braccio destro, il polso e la mano destra; braccio sinistro, polso e mano sinistra. Poi sulla schiena. Successivo: petto, stomaco, vita, fianchi, bacino, glutei, genitali». Naturalmente Garcia non c’entra nulla, ma il suo Cristo sembra dipinto dal cardinal Fernández.



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